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Migrazioni bassopadane. Un secolo di mobilità residenziale nel Ferrarese (1861-1971) – M. Nani

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La redazione de L’identità di Clio, propone un’interessante recensione dello Storico Marco Fincardi, del testo:  M. Nani, Migrazioni bassopadane. Un secolo di mobilità residenziale nel Ferrarese (1861-1971), Palermo, New Digital Press, 2016, pp. 324, euro 25).

Pubblicata presso la rivista “Italia contemporanea” (286/2018)

Volume pubblicato nella collana “Migrazioni e lavoro”, si tratta di una ricerca di demografia altamente specialistica sulla mobilità residenziale, ovvero sui traslochi di abitazione da un comune a un altro in un ambito provinciale, cercando di leggere il quadro storico in cui fenomeno si inserisce. Per produrlo, Nani ha collaborato a stretto confronto col gruppo di ricerca “Mobilità Gruppi Confini” della Società italiana di storia del lavoro, che già ha realizzato studi notevoli sulle migrazioni storiche e soprattutto sui recenti flussi migratori da e verso l’Italia. L’autore parte da una imponente raccolta ed elaborazione di dati su un tema poco indagato e invece molto rilevante nella vita di individui e famiglie, e nei loro ritmi e scelte di vita: le migrazioni interne. Lo fa con una microanalisi quantitativa particolarmente laboriosa, tenuto conto sia dell’area relativamente ampia che viene indagata, sia della necessità di tradurre poi i dati numerici in tabelle e in mappe che permettano di evidenziare l’intensità e le differenze dei fenomeni descritti nei diversi ambienti della provincia.

Campo d’indagine è una provincia interamente pianeggiante, poco urbanizzata e caratterizzata in misura contenuta da flussi migratori temporanei o permanenti fuori dai confini nazionali — nei decenni a cavallo tra XIX e XX secolo ampiamente compensati da una straordinaria natalità — ma piuttosto da intensissime mobilità a corto raggio della popolazione, per un lungo periodo determinate in particolare dalle peculiarità del lavoro fisso o stagionale dei vari strati del bracciantato. A sud del delta del Po, il Ferrarese è l’area di una ricca economia agricola, caratterizzata da un sistema estremamente complesso di controllo delle acque attraverso moderne opere di bonifica, già al centro di studi classici sulla storia del bracciantato e sulle origini del fascismo, a partire da Il capitalismo nelle campagne di Emilio Sereni. Per una parte di soggetti il cui lavoro era regolato da contratti agrari, che di solito prevedevano anche l’accasarsi in una proprietà padronale, nel calendario il periodo degli spostamenti cadeva facilmente alla scadenza di quei contratti, il 29 settembre, che era anche la data in cui in genere venivano fissati rinnovi o disdette delle locazioni anche nelle abitazioni urbane. Nelle parlate locali un trasloco era quindi denominato abitualmente San Michele. Ma la situazione professionale precaria di buona parte dei lavoratori disobbligati, o scelte di vita come il farsi una famiglia, distribuivano e variavano comunque nel calendario le date degli spostamenti di residenza. Il lungo periodo coperto da questa ricerca permette all’autore di controllare gli spostamenti geografici a corto raggio della popolazione, valutando gli effetti dell’unificazione nazionale, della modernizzazione delle campagne, delle politiche ruraliste del fascismo, poi dei grandi processi di urbanizzazione degli anni Cinquanta e Sessanta del XX secolo. La mole dei dati considerati viene essenzialmente da rilevazioni metodiche in varie fonti, a partire dai registri migratori, reperite in tutti gli archivi anagrafici comunali della provincia ferrarese, oltre che dalle raccolte statistiche nazionali.

I risultati della ricerca rendono conto e permettono di leggere analiticamente dei movimenti peculiari della popolazione che a prima vista potrebbero sorprendere, ma che a uno sguardo accorto rendono invece conto con precisione del ciclo storico del bracciantato di massa: dal grande sviluppo sociale nei decenni seguiti alla creazione di un mercato nazionale della terra e dei moderni consorzi di bonifica, poi alla possibilità di variare stagionalmente l’occupazione stagionale tra agricoltura e industria con la diffusione di zuccherifici e fabbriche di conserve alimentari durante la prima metà del XX secolo, fino all’assottigliamento e alla progressiva dispersione di questa classe sociale, a partire dal termine degli anni Quaranta. Tra i censimenti del 1861 e del 1951 la popolazione ferrarese da 200 migliaia è cresciuta a 420, fino agli anni Venti con un incremento sensibilmente superiore a quello nazionale e fino a metà del XX secolo anche a quello regionale emiliano-romagnolo. Solo in misura esigua dall’inizio del XX tale incremento è influenzato da una maggiore immigrazione, soprattutto dalla pianura veneta. L’elevato tasso di natalità del bracciantato, meglio riscontrabile nelle aree rurali più isolate, ma consistente anche nelle città, ha avuto un’inversione di tendenza negli anni dell’inurbamento massiccio, con un regresso vistoso, tanto più evidente nei maggiori centri abitati. Ciò porta all’anomala contrazione demografica negli anni Cinquanta e Sessanta, non riscontrabile nei dati regionali e nazionali in simili proporzioni. Un crollo dovuto a rilevanti esodi da comuni rurali, che in precedenza avevano una consistente densità abitativa, verso Ferrara, verso Bologna e provincia, o Milano e triangolo industriale, non più compensati da un alto numero di nascite, con uno spopolamento tanto più evidente nelle campagne. Dunque, questo articolato studio su una provincia bracciantile permette di ricostruire con maggiore cognizione di causa il rapporto tra le caratteristiche socio-professionali di una popolazione e il mutare dei fenomeni demografici, e in particolare la mobilità. Conoscenze che offrono risultati tanto meglio interpretabili quanto la raccolta analitica dei dati per singoli comuni consente di comparare le differenze tra le tendenze generali della provincia e le località più segnate dalla presenza di gruppi sociali differenti dal bracciantato avventizio.

Marco Fincardi, in Italia Contemporanea N.286/2018.

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