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Lo scultore Vincenzo Ragusa e la genesi dell’Istituto d’Arte e della Scuola d’Arti applicate all’Industria di Palermo

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Una riflessione documentata sulla creazione a Palermo di un Istituto d’Arte e della Scuola d’Arti applicate all’industria e l’utopia di Vincenzo Ragusa di realizzare a Palermo una scuola-museo giapponese

Parte prima

Il 23 novembre 1878 l’insigne critico letterario e filosofo Francesco De Sanctis, neo ministro della Pubblica Istruzione, in risposta al prefetto di Palermo, che aveva precedentemente manifestato la sua contrarietà all’istituzione di una scuola di Belle Arti – «Penso [aveva dichiarato il prefetto] che il genio non s’acquisti per efficacia di studi e veggo che gli artisti migliori sdegnano o non trovano conveniente di insegnare(1)» – scriveva una «riservata alla persona» di estremo interesse, oltre che inedita, che qui di seguito riporto integralmente:

Il pensiero di aprire in Palermo una Scuola di Belle Arti mosse principalmente dal Decreto del Prodittatore di Sicilia del 17 ottobre 1860, col quale egli promise che sarebbe istituita in Palermo un’Accademia di Belle Arti. 

Quel Decreto equivaleva ad una Legge. Tuttavia il Governo, per lo stato delle Finanze, indugiò per quanto poté la sua esecuzione in ciò che risguarda l’Accademia. Finalmente nel 1877 il Ministro Coppino, dopo le istanze dell’onorevole Deputato Favara, annunziò solennemente alla Camera dei Deputati che avrebbe fatto gli studi necessari per adempiere la promessa data alla città di Palermo dal Prodittatore della Sicilia.

Il Governo per tanto è impegnato sì per la Legge del Prodittatore, come per le dichiarazioni fatte alla Camera, né potrebbe ritrarsi dal suo impegno.

Che sia accetta la instituzione della suddetta Scuola in Palermo, ed anzi che sia riguardata come uno stretto obbligo del Governo, lo dovrei credere dalle molte istanze che se ne fecero, e specialmente dalla deliberazione del Consiglio Provinciale di Palermo degli 8 Settembre 1877.

Che poi l’insegnamento accademico sia utile all’arte è quistione complessa, e per la quale anche i più chiari artisti hanno pareri diversi. E il Governo, nel mentre mantiene le Accademie, non potrebbe certamente pronunziarsi contro di esse.

Ella avverta per altro che il nuovo indirizzo, che si dà ora alle Accademie nel riformarle, consiste nel ridurle all’insegnamento elementare, ma molto più ampio e molto più severo che non era prima, escluso assolutamente l’insegnamento superiore o di composizione, nel quale consisteva il maggior pericolo o danno delle Accademie. Imperocché l’azione della Scuola è tanto più gagliarda e pericolosa in quanto si voglia governare il modo di concepire e di esprimere.

Il discente di composizione subisce alla lunga il maestro, che egli non ha scelto e che a lui è imposto, si avvezza forzato a guardare il mondo da quel lato, che lo riguarda il Professore; la forma che questo idoleggia del bello, diventa per consuetudine l’idolo suo; le istintive ribellioni della sua propria natura, continuamente domate con amore e con autorità, si attutiscono e si dileguano; e quindi è che i giovani uscissero dalle Accademie, come pezzi di metallo tutti fusi in uno stesso crogiuolo.

Con la riforma governativa questo pericolo non esiste più e se gl’Istituti di Belle Arti moderni saranno molto più modesti delle antiche Accademie, avranno certamente il vanto di esser grandemente più utili.

Permetta ancora la S.V. che io dissenta da Lei nel credere che i grandi artisti sdegnino o non trovino conveniente d’insegnare; poiché insegnavano pochi anni fa, od insegnano tuttavia, il Morelli, il Duprè, l’Hayez, il Gamba, lo Strazza, il Malatesta, il Vela ed altri.

Del resto, le osservazioni che Le ho fatto sopra la nuova forma delle Accademie, Le dimostreranno che io non sono così lontano da Lei, come forse Ella credeva. E, dato pure che l’opinione di Lei fosse la migliore di tutte, il che io non posso decidere, Ella almeno converrà con me che non sarebbe prudente di attuarla se non gradatamente ed alla opportunità.

Secondo queste norme sarebbe formata la Scuola di Belle Arti da aprirsi in Palermo, pertanto scuola elementare e niente più. E quindi io non posso se non raccomandarla caldamente alle sollecitudini della S.V.(2).

Dalla divergenza di vedute tra ministro e prefetto sul merito dell’insegnamento artistico, non scaturivano conseguenze ostative alla realizzazione dell’istituto a Palermo, tuttavia sembrava quasi anticipatrice del tormentato percorso che avrebbe caratterizzato il progetto medesimo. E nonostante l’anno seguente il senatore palermitano Francesco Paolo Perez avrebbe presieduto il Ministero ed emanato un decreto specifico per accelerare i tempi di apertura della scuola, sarebbero passati ancora altri otto anni prima dell’inaugurazione. 

Questo ritardo, in larga misura, derivava dallo scarso coordinamento tra Ministero, enti e funzioni, coinvolti nell’assegnazione degli incarichi, delle forniture, dell’approntamento dei locali, nonché dai mezzi finanziari insufficienti cui avrebbero dovuto contribuire, insieme allo Stato, anche le amministrazioni provinciale e comunale(3).

Solo a inizio settembre del 1886 si ufficializzò la data di inizio dei corsi e quella per la presentazione delle domande di iscrizione [10 ottobre]. 

Dopo avere invitato l’architetto Giovan Battista Filippo Basile a tenere il discorso inaugurale(4), lo scultore Salvatore Valenti, nominato direttore della scuola, concordò con il prefetto la data del 16 ottobre(5) per la manifestazione ufficiale a palazzo Fernandez, locale di proprietà del Comune destinato allo scopo. Tutto, finalmente, sembrava procedere nella direzione auspicata e, invece, a soli due anni dall’avvio, la gestione del Valenti cominciò a imbattersi in serie difficoltà; infatti, il ministro Fiorelli disponeva accertamenti nei confronti del professor Ragusa, docente di plastica delle figure, per episodi ritenuti «spiacevoli» e per le frequenti liti in seno all’Istituto che il prefetto attribuiva al temperamento «ardente e bizzarro» dell’artista: «difficilmente sa stare d’accordo coi suoi colleghi in qualsivoglia istituto in cui per caso si trovi o sia nominato»(6). 

La natura del contendere era, probabilmente, più complessa e non solo legata alle intemperanze caratteriali del Ragusa, come emerse dal colloquio riservato tra il prefetto e il direttore; il suo indirizzo didattico veniva considerato «decisamente falso […] baldanzosamente non tollerava osservazioni o consiglio del direttore». Il contrasto raggiunse un livello tale da indurre il Valenti, nell’agosto del 1888, a dimettersi dalla direzione; dimissioni che valsero anche ad affidare l’incarico a Francesco Lojacono – pittore già affermato e apprezzato ben oltre l’ambito regionale – di condurre accurata ispezione e di riferire al Ministero sulle condizioni generali della scuola. 

Non si è in possesso, purtroppo, della relazione di Lojacono, ma la decisione scaturita non lascia dubbi sul contenuto; nel 1890, infatti, venne inviato un commissario regio, l’avvocato Leonardo Ruggieri, in sostituzione del dimissionario Valenti.

Al di là dei contrasti personali, la vicenda faceva emergere l’inadeguatezza culturale a organizzare e a gestire un istituto creato dal nulla, che non poteva confidare esclusivamente sul valore dei singoli insegnanti per sopperire alla mancata condivisione di obiettivi didattici peraltro incerti, proprio perché era ancora in via di approfondimento nazionalmente la discussione sulla natura e funzione degli istituti d’arte. 

Nel frattempo, all’interno del Circolo artistico – che si era costituito nel 1882 – si affermava la volontà di riportare in primo piano «l’incremento delle Arti Belle, la loro applicazione alle industrie e la diffusione del culto per le Arti», indicando tra gli obiettivi la realizzazione di una scuola di arti applicate e di un museo industriale. 

Tuttavia, l’attività del Circolo sfiorò solo marginalmente il tema delle arti applicate mentre, in quegli stessi mesi, una proposta specifica avanzata da Vincenzo Ragusa formava oggetto di attenta valutazione da parte del Ministero e degli enti locali. 

Ancor prima di lasciare la capitale nipponica, dove si era trasferito nel 1876, Ragusa aveva scritto, nell’agosto del 1882, al ministro di agricoltura, industria e commercio, per comunicare di avere elaborato un progetto di scuola officina, nella quale applicare «i ritrovati dell’Oriente» all’arte ceramica, alla lavorazione degli smalti su metallo e su vetro. Giunto a Palermo, inviava una seconda lettera il 23 luglio 1883, per informare di avere portato con sé «una copiosa collezione di capolavori d’arte dell’Indo-China e Giappone» e di averli collocati nella sua abitazione adattata a museo privato, di avere ingaggiato giovani operai e di avere iniziato ad istruirli. 

Il Ministero mostrò di apprezzare la proposta, ma oltre al governo anche Comune, Provincia e Camera di Commercio avrebbero dovuto contribuire finanziariamente; di contro avrebbero designato i rispettivi rappresentanti nell’organo di amministrazione, mentre la direzione sarebbe stata affidata allo scultore palermitano. Nasceva così, nell’ottobre 1887, la «Scuola Artistico-Industriale» di Palermo la cui espressa finalità era di:

educare l’intelligenza e le braccia dei cittadini all’esercizio delle arti industriali, perché la produzione sia migliore, più economica, più copiosa; ma specialmente di promuovere le industrie della ceramica, dei bronzi, e delle lacche coll’introdurre lo studio e la pratica dei metodi di lavorazione giapponese o di altri che si stimeranno migliori(7).

 


Note

1) Testo inedito della relazione alla Giornata di studi su «L’utopia del Giappone in Europa», in occasione della mostra curata da Maria Antonietta Spadaro «O’Tama e Vincenzo Ragusa. Un ponte tra Tokyo e Palermo», Palermo, palazzo Sant’Elia 9 giugno 2017.

 Archivio di Stato di Palermo [Asp], Gabinetto di Prefettura [Pref. Gab.], busta [b.] 44, fasc. 19, categ. 21, lettera del prefetto di Palermo al ministro della Pubblica Istruzione [P.I.], Palermo, 31-10-1878.

2) Ivi, lettera del ministro della P.I., Francesco De Sanctis al prefetto di Palermo, Roma, 23-11-1878. Il De Sanctis ricoprì la carica di ministro della P.I. dal 24 marzo al 18 dicembre 1878, al posto di Michele Coppino che lo aveva preceduto dal 26 dicembre 1877 al 23 marzo 1878. Dopo De Sanctis l’incarico sarà riaffidato a Michele Coppino, dal 19 dicembre 1878 al 13 luglio 1879. Seguiranno il palermitano Francesco Paolo Perez dal 14 luglio al 24 novembre 1879, e nuovamente Francesco De Sanctis dal 25 novembre 1879 all’1 gennaio 1881. 

3) Ivi, lettera del prefetto al presidente del Consiglio provinciale e al sindaco del Comune di Palermo, Palermo, 30-11-1878.

4) Ivi, lettera del direttore Valenti al prefetto, Palermo, 22-9-1886.

5) Ivi, idem, Palermo, 14-10-1886.

6) Ivi, b. 104, lettera del prefetto al ministro della P. I., Palermo, 5-7-1888.

7) Asp, Pref. Arch. Gen., b. 109, serie 1, categ. 20, fasc. 29, «Scuola d’arte applicata all’industria», bozza di progetto statutario redatto da Vincenzo Ragusa, art. 2, non datato.

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