Il saggio di Francesco Benigno e la sua Sicilia inedita

Un affresco sulla realtà articolata del Regno di Sicilia. Fatta non solo di piante di agave e fico d’India, ma anche dalle città e dalla realtà rurale rappresentata dai campieri a cavallo.

Una prospettiva variegata dell’isola, quella tratteggiata da Francesco Benigno nel saggio “L’isola dei viceré. Potere e conflitto nella Sicilia spagnola (sec. XVI-XVIII)”, edito nella collana Frammenti da Palermo University Press (2017).

Lo storico siciliano fornisce una chiave di lettura per capire una società in bianco e nero, in cui i viceré risiedono a Palermo e sono lontani dal resto della isolana, che pure li circonda. All’interno di questa cornice si trovano gli elementi chiave per capire alcuni aspetti della storia della Sicilia, come il mantenimento dell’ordine tramite le armi e la forza spagnola, in cambio di un prelievo fiscale oneroso. Di conseguenza, quello che ne viene fuori è un sistema economico assediato e in crisi, a causa dello strapotere dei mercanti stranieri che gestiscono le rotte commerciali e una società semicoloniale. Un sistema che, come tende a sottolineare Benigno, venne favorito da una Sicilia “a cui manca sempre qualcosa”: i traffici mercantili, la borghesia, le manifatture, la volontà e la forza.

Ovviamente lo scenario che ha fatto da sfondo alle vicende è venuto in parte a modificarsi: non è più solamente il paesaggio delineato da Sciascia o Tomasi di Lampedusa, ma è anche quello descritto da Andrea Camilleri nei suoi romanzi. Caratterizzato non solo da un’etnicità, da parole strane e da costumi accattivanti, ma anche da un paesaggio urbano, con i palazzi in stile barocco e le città della Val di Noto.

In questa cornice l’autore tratteggia nelle pagine del suo volume alcune tematiche classiche, per esempio la partecipazione della Sicilia in un sistema composito (J. H. Elliot, 1992), fatto di integrazione e conflitto politico. Per integrazione si intende la già citata partecipazione della Sicilia al sistema economico, politico e militare imperiale, mentre per conflitto si intende “l’insieme dei contrasti e delle tensioni che hanno attraversato la società isolana e che non possono essere ridotti al tumulto o alla rivolta” (Benigno, 2017).

Il sistema urbano è preponderante, specialmente per città della levatura di Palermo e Messina, che nel corso dell’età moderna si contesero il ruolo di capitale del Regno di Sicilia e di dimora del viceré. Palermo pone la sua grandezza e la sua legittimità sulla simbologia: un vecchio barbuto che tra le sue mani tiene una conca aurea e ai cui piedi vi è scritto Suos devorat, alienos nutrit. Questo mito identitario è il racconto di abbondanza ed il simbolo di una città “felicissima”, che accoglie gli stranieri ed è ospitale e servizievole.

Messina, città fondata su privilegi tradizionali, diversamente incastonò il suo potere sulla leggenda, come viene riportato anche dallo storico Paolo Preto nel suo saggio “Una lunga storia di falsi e falsari“(rivista Mediterranea Ricerche storiche), secondo cui i messinesi ricevettero dalla Madonna una lettera autografa come segno di legittimazione e di mediazione con Dio.
In questo contesto sono intercalate e descritte le vicende dei viceré come Marcantonio Colonna, membro dell’omonima famiglia nobile romana e capitano delle squadre di galere dello Stato Pontificio che governò sulla Sicilia dal 1577 al 1582. Proprio lui venne messo in guardia da Scipione di Castro nei suoi “Avvertimenti”, una raccolta delle esperienze dei predecessori del Colonna, che non vennero seguiti, perché non furono mai letti.

Tuttavia, nell’Ottocento, gli “Avvertimenti” del di Castro furono utili ad uno studioso come Leopold Von Ranke, che li usò per comprendere come in Sicilia non potesse attuarsi un processo di statalizzazione moderno. Tale ostentazione veniva da quei poteri presenti in Sicilia: le città, i baroni e l’Inquisizione. Sul baronato isolano un massima del conte di Olivares, primo ministro di Filippo IV, diceva che: “i viceré di Sicilia dovevano aver presente che in quel regno si era tutto con i baroni, e niente senza i baroni” (F. Renda, 1974).

L’altra grande questione su cui Benigno pone la sua attenzione è sui termini integrazione e lotta politica. Per quanto riguarda l’integrazione politica, si nota come la Sicilia nel corso del XVI secolo assuma un ruolo molto importante nello scacchiere militare spagnolo. Come si sa, fu proprio Carlo V d’Asburgo a conferire il ruolo all’isola di “antemuraglia dell’impero” nella lotta con l’infedele, rappresentato dal padrone del Mediterraneo Orientale, l’impero ottomano. Di fatto un viceré, Juan De Vega, con la costruzione delle fortificazioni costiere contribuì alla difesa della monarchia spagnola con un modernizzazione militare (V. Favarò, 2009) della Sicilia.

Anche nell’ambiente ecclesiastico vi era questo spirito di partecipazione: si evince con l’istituzione del tribunale della Regia Monarchia, che dava la capacità al sovrano di esercitare il suo privilegio in quanto legato pontificio. Di fatto, con l’Apostolica legazia, il re di Spagna poteva nominare i vescovi: tale esercizio era il modo di arginare ogni possibile influenza papale sulla vita religiosa e la chiesa siciliana.

Dall’altro lato troviamo i contrasti tra la Sicilia e Madrid. Si può citare, a tal proposito, la rivolta di Messina (1674-1678) che vide in contrapposizione la città e l’ausilio francese da una parte (portavoce dell’indipendentismo siciliano e desiderosa di un sovrano per il Regno), e la Spagna che alla fine fece prevalere la sua autorità dall’altra.

Molti sono gli elementi che l’autore mette in campo in questo volume, che aggiungendosi ai lavori di storici come quelli di Giuseppe Giarrizzo, fornisce vari spunti di riflessione per capire ed interpretare un affresco articolato, quale la Sicilia dei viceré.

 

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