A Ginevra gli esponenti libici chiamati, sotto l’egida dell’Onu, a rappresentare le istanze del popolo ed a votare i dirigenti di un nuovo majlis al-ri’asi (l’assemblea che dovrà curare gli affari del parlamento) e del nuovo governo transitorio (hukuma al-wahda al-wataniyya) hanno deliberato sulle due istituzioni che hanno il compito di portare il popolo a nuove elezioni, previste per il 24 dicembre 2021.

La Libia, le sue forze interne e lo scacchiere internazionale in vista delle elezioni del prossimo 24 dicembre

Va detto che ogni tentativo di salvaguardia dell’unità della Libia è sicuramente un dato positivo, se si tiene conto del caos e delle violenze a cui il Paese è stato soggetto in questi lunghi anni a partire dalla cosiddetta rivoluzione dell’11 febbraio del 2011, di cui ricorre in questi giorni il decimo anniversario.

Quelle elette nella riunione ginevrina sono figure politiche che hanno avuto importanti cariche nel passato. Il presidente dell’assemblea è Muhammad al-Monfi (o al-Munufi), docente presso l’università di Tobruk e appartenente alla stessa tribù araba di ‘Umar al-Mukhtar. È stato anche ambasciatore ad Atene ed espulso dalla Grecia nel 2019 come persona non grata, probabilmente a motivo dell’intervento turco in Tripolitania.

‘Abd al-Hamid Dubayba, il nuovo premier del governo di transizione, è invece di Misurata (Libia occidentale), appartenente ad una ricca famiglia, cui membri importanti hanno avuto un ruolo di rilievo durante il regime gheddafiano. Saranno in grado le due nuove istituzioni di lavorare quest’anno per portare alle elezioni il popolo in un clima unitario di stabilità e sicurezza, e nell’interesse dei libici?

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Ancora è presto per dirlo. Già le nuove istituzioni elette a Ginevra hanno avuto il via libera dagli Usa e dai Paesi della Nato, tra cui l’Italia e la Francia. La Turchia – Paese Nato, il cui esercito e mercenari jihadisti sono di stanza a Tripoli – in una dichiarazione della presidenza turca fa sapere che Erdogan saluta la nuova autorità transitoria e si impegna a favore della stabilità e della sovranità della Libia. Sono parole, queste, che tante volte il presidente turco ha espresso per la Siria, e si sa come stanno le cose nelle regioni del Nord del Paese, occupate dalle truppe di Ankara.

Da tale punto di vista va ricordato che il nuovo premier Dubayba ha rilasciato un’intervista all’agenzia di stampa turca Anadolu in cui sottolinea l’intenzione di collaborare con Erdogan, sempre in nome della stabilità e della sovranità del popolo libico. D’altra parte anche i politici di Bengazi e il comando delle forze armate libiche nazionali (il generale Haftar) guardano con favore alle nuove scelte di Ginevra.

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Sicché sembrerebbe che quasi all’unanimità – quasi, poiché la Fratellanza musulmana tace, messa un poco ai margini a Ginevra – il mondo della politica e degli affari libici sia favorevole alla nuova strada intrapresa. Ma i Fratelli musulmani e gli altri movimenti dell’islamismo detti radicali sanno di potere operare sotto sotto, forti delle milizie armate a loro collegate e dell’appoggio della Turchia.

Quindi quasi tutti d’accordo? Certo una strada che porti ad un solo governo e ad un solo parlamento è vista di buon occhio da tutti, dopo dieci anni di caos e di divisioni. Ma i problemi sono tutti presenti, e tra essi quello difficilissimo di costruire uno Stato fondato sulle leggi e sulla costituzione; quello della salvaguardia della indipendenza e dell’unità del Paese contro le derive regionaliste; quello della lotta alla corruzione dilagante, al malessere sociale, alla crisi economica, al risanamento delle finanze libiche; quello della violenza delle milizie presenti nel territorio e della delinquenza.

In una parola, il problema dei problemi è  lavorare per gli interessi di tutta la società libica e non per quelli di alcune sue parti. Nonostante le pressioni esterne (Francia, Turchia ed Egitto sono disposte ad operare insieme?) e le difficili condizioni interne, regionali ed internazionali, sarebbe auspicabile che si possa arrivare alle elezioni di dicembre con spirito unitario e con la mobilitazione del popolo libico.

Non credo che sarà facile e che tutti i soggetti in lizza, troppi, siano disposti a collaborare, al di là delle attuali dichiarazioni di disponibilità. Va ricordato, infatti, che a Ginevra la società libica – non quella dei politici, delle tribù, delle famiglie e dei gruppi d’affari – era assente, cosa che non è di poco conto.

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