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La “vil razza dannata”. I Rom a Torre Maura

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Torre Mauro, Roma, 2 aprile (Carlo Lannutti/LaPresse)

Martedì, 2 aprile 2019: il quartiere di Torre Maura, estrema periferia est di Roma, esplode la rabbia dei residenti contro i rom che avrebbero dovuto essere sistemati nei locali di un ex clinica adibita negli ultimi anni a centro di accoglienza per profughi e rifugiati. Un quartiere dove regna la miseria e il degrado, dove negli anni Ottanta l’eroina scorreva a fiumi, grande riserva di voti per M5S alle comunali del 2016, è insorto contro la paventata presenza di 77 individui “di etnia rom”, tra cui 33 bambini, arrivando a gettare per strada e calpestare i panini che sarebbero stati destinati alla loro mensa. L’immagine di quel pane in strada, calpestato e ‘vandalizzato’ ha fatto il giro dei media, suscitando scalpore e dolore. “Il pane “non si butta mai”, ci dicevano genitori e nonni che hanno vissuto la disperazione della fame durante la Guerra; “è un gesto addirittura sacrilego”, ha scritto Marino Niola sulle pagine di Repubblica, un atto barbarico, segno di disprezzo verso “il nemico”.

Già “il nemico”. È questo il punto: il nemico sono quelle donne, quegli uomini, quei bambini cui, per il fatto di essere rom, non viene riconosciuto lo statuto di persone dotate di una individualità. Rom appunto, cioè ‘zingari’, appellativo con cui vengono più sbrigativamente  chiamati in senso fortemente dispregiativo, per quanto sia stato quello l’appellativo con cui per secoli molti di loro si sono auto identificati e furono identificati nelle fonti storiche che li riguardano. Risiedono da secoli sui nostri territori, dall’una all’altra sponda del Mediterraneo, e non sempre vi hanno vissuto separati, da marginali o in condizioni di nomadismo; vi sono arrivati in diversi flussi migratori dal subcontinente indiano e da lì poi dalla Grecia e dall’Europa orientale, si sono mescolati alla popolazione locale, col matrimonio o l’assunzione di un cognome per così dire ‘neutro’, l’esercizio di un mestiere, eppure questo ancora non li ha sottratti dai tanti stereotipi negativi sedimentatisi sul loro conto nell’immaginario collettivo. Ladri, ladri di bambini perfino, sporchi, licenziosi, irregolari, di questo e di altro sono stati accusati spesso dalle comunità locali che (in passato ?) li respingevano percependo la ‘pericolosità’ di presenze che avrebbero sovvertito equilibri economici e sociali già di per sé assai precari, e le istituzioni che li mettevano al bando ravvisando nella loro mobilità sui propri territori il rischio che ne sarebbe derivato alla politica fiscale. Tanti altri, però, sappiamo essersi invece stanziati, fin dalla fine del XV secolo, in forme di “insediamento dinamico” o di semi-mobilità sul territorio, in piccolo borghi agricoli o nelle periferie urbane con pratiche produttive e risorse capaci di convivere con le comunità locali. La singolare diffusione sul territorio italiano e, in particolare, nelle regioni meridionali della Penisola,  ancora ai giorni nostri di cognomi come de Zingaro, Zingarella, Zingarelli, Zingaretti, Cingaro, Cingari ne è la prova più evidente.

La loro storia ha comunque sempre oscillato tra fasi e momenti di inclusione e fasi ed episodi di totale emarginazione, in bilico tra l’accettazione e la ostilità  delle società ospitanti, per il fascino che la musica e la danza gitane, per esempio, hanno su molti esercitato avviando processi di processo di vicendevole acculturazione e ‘meticciato’ culturale che hanno segnato la configurazione delle identità europee – dobbiamo ricordare la Carmen di Bizet (?)- e la repulsione, ma soprattutto la paura, che le condizioni di povertà, emarginazione e miseria, in cui tante volte sono costretti a vivere, genera specie tra chi tanto povero ancora non è, ma teme di diventarlo.

Solo che dopo le grandi reclusioni cui gli zingari furono sottoposti nella Spagna del XVIII secolo, con la retata del 1749 che condannò alle galere circa diecimila gitani e, soprattutto, dopo la violenza dell’Olocausto che ne deportò e uccise oltre mezzo milione,  pensavamo che paura e ostilità verso un popolo e una comunità connate dalla appartenenza a una etnia o una religione ‘diverse’potessero essere state definitivamente sdoganate dalla nostra ‘civilissima’ Europa. Ma a poco evidentemente sono valsi i programmi scolastici di educazione al rispetto dei diritti delle minoranze, o che Alexian Santino Spinelli porti la tradizione musicale dei rom nei maggiori teatri europei o davanti a papa Francesco; o che la nostra amica Concetta Sarachella, di una comunità rom che da circa un secolo vive a Isernia in Molise, sia oggi tra le più promettenti stiliste italiane per aver fatto delle sue origini un punto di forza creativo.

Niente. Per quelli di Torre Maura i rom sono ancora e sempre una “vil razza dannata”.

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