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La Sinagoga perduta della Palermo ebraica

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Ritrovare le stratificazioni di una Palermo che ha vissuto tremila anni di storia sembra quasi impossibile, specie se qualcosa è stato cancellato secoli fa ricoprendo il territorio urbano con tutt’altra impronta: è accaduto con la comunità ebraica, che era stata ricca e nella Palermo normanna era la più numerosa delle comunità italiane.

Da allora molte cose erano cambiate, ondate antisemite avevano spazzato l’Europa provocando distruzione e morte. Pure in Sicilia c’erano stati pogrom: il 15 agosto 1474, a Modica, la festa dell’Assunzione si era conclusa con l’eccidio di centinaia di ebrei. Ma altrove si stava anche peggio, e l’intolleranza cresceva portando ovunque lacrime e sangue.

Arrivati al 1491, la conquista del Regno di Granadapone ai sovrani di Spagna il problema dell’unificazione religiosa di uno Stato sovranazionale. L’Inquisitore generale Torquemada è il confessore della regina Isabella, ed è grazie alle sue pressioniche gli ebrei vengono espulsi da tutti i regni della corona spagnola.Nel 1492 vengono cacciati anche dalla Sicilia, e la Sinagoga palermitana è distrutta per fare posto alla chiesa di San Nicolò da Tolentino. 

Passano i secoli. Nel 2011, durante un intervento edilizio nella cripta della chiesa, Maria Eugenia Manzella ritrova quella che definisce “una preesistenza”: sa che “spesso la storia di un luogo si nasconde in poche e labili tracce nascoste” ed è quasi una sfida decifrare gli indizi. Manzella mette a frutto le sue competenze archivistiche, comincia un paziente lavoro di indagine adesso pubblicato da Kalós col titolo La sinagoga perduta di Palermo (164 pagine, 24 euro), un libro in cui gli ebrei della capitale tornano a raccontare alcune delle loro storie. Erano stati del tutto integrati durante la dominazione araba, tanto da essere definiti da Henri Bresc “arabi per lingua, ebrei per religione”. Al loro quartiere sulle rive del torrente Kemonia, oggi interrato, si accedeva dalla Porta del Ferro in seguito chiamata Judaica. Cortili e vicoli gravitavano su quelli che Manzella definisce i “nodi”: il Tempio, i bagni, il macello, la scuola e infine il cimitero posto fuori dall’abitato. 

Conclusa l’età araba, sino alla fine del regno di Guglielmo I a Palermo continuano a convivere tre grandi etnie e quattro religioni: musulmani, ebrei, cristiani greco ortodossi e latini vengono giudicati ognuno secondo le proprie leggi. Presto il progressivo rafforzarsi dell’elemento latino e l’affievolirsi della presenza musulmana incrementa la componente ebraica, ondate migratorie provenienti dall’Africa occidentale trovano lavoro nell’agricoltura specializzata. Alla fine dell’età normanna cogliamo la sopravvenuta discriminazione nelle numerose tasse legate alle loro esigenze cultuali, come la cabella joculatorie sull’uso degli strumenti musicali nelle cerimonie nuziali.

Gli ebrei sono ormai insediati in tutto il perimetro urbano, ma il complesso di case denominato “cortile della Meschita” conserva tutta la sua importanza: con Meschita i musulmani di Spagna indicavano la moschea e in generale i luoghi di culto, a Palermo il cortile prendeva nome dalla sinagogarealizzata negli anni fra il 1155 e il 1190 su una preesistente moschea araba. Le grandi demolizioni e trasformazioni subite da quest’area rendevano però difficile individuarne l’esatta ubicazione. Così, scrive Manzella, “l’unica operazione possibile per passare dalle congetture ai dati di fatto è stata quella di scendere sul terreno e andare a cercare le tracce”. L’attenzione si focalizza sui segni dell’ultimo grande affare realizzato a spese della comunità ebraica, perché nel 1492 gli ebrei hanno solo tre mesi di tempo per svendere ogni cosa prima d’essere costretti a disperdersi in terre meno ostili. 

Palermo tra due fiumi: il Kemonia e il Papireto

Per prima cosa Maria Eugenia Manzella rintracciai contratti di compravendita ancora conservati negli archivi dei notai, li incrocia con gli elementi architettonici ancora esistenti:diventa possibile “configurare un quadro inedito dell’antico cortile della Meschita del quale la Sinagoga era il cuore, il cardine e il fondamento”. Viene ricostruita la conformazione del cortile con le sue entrate e uscite in due strade pubbliche (la via dei Calderai e la via del Giardinaccio), a cui si accedeva dall’odierno vicolo della Meschita. La Sinagoga poteva vantare una perfetta adesione alle regole del culto: era preceduta da un portico; era vicina all’acqua del fiume Kemonia; per le abluzioni rituali c’era un pozzo interno alla corte porticata; era circondata da alberi da frutto e viti arrampicate su pilastri di pietra. L’edificio era vasto, aveva molte funzioni: era casa, chiesa, scuola, tribunale, ospedale, giardino. La sala di culto aveva tre ingressi, le pareti erano foderate da tavole e spalliere ricoperte da iscrizioni che invitavano alla preghiera, le panche correvano lungo i muri e vicino alla porta stava la cassetta delle elemosine per i poveri. Dal soffitto pendevano lampade in vetro colorato. Su soppalchi rialzati e protetti da grate di legno c’era il matroneo da cui le donne seguivano le funzioni: senza essere viste, “per non distrarre gli uomini dalle orazioni”. Era una Sinagoga ricca e maestosa, ed è stata onorata dall’architetto Giuseppe Damiani Almeyda che a fine ‘800, riconvertito il convento nell’odierno Archivio comunale, viene chiamato a realizzarne l’Aula Grande e avverte tutte le suggestioni di quei luoghi carichi di storia. La sua Aula Grande rende omaggio all’antica Sinagoga in molti particolari: nello slancio verticale, nei quattro pilastri che simboleggiano l’albero della conoscenza, nelle pareti divise in tre parti ognuna con un’ampia finestra. Come le dodici porte del Tempio di Salomone, che a loro volta rappresentano le dodici tribù d’Israele.

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