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La Settimana Santa in Sicilia – Parte seconda

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Dai Misteri alle Riattiati: forme e funzioni delle rappresentazioni festive della passione, morte e resurrezione del Cristo nelle città e nei paesi siciliani

Itinerari processionali

Non è dunque un caso se i riti della Settimana Santa prevedono il reiterarsi di percorsi processionali: «Nelle feste la spazialità del sacro è assicurata dalla sacralità dello spazio, cioè dalla sua espansione in tutto l’orizzonte esistenziale attraverso una serie di operazioni rituali. Tra queste le processioni sono quelle che più d’ogni altra assolvono la funzione di sacralizzare lo spazio» (Buttitta 1990: 24). Il sistema complesso di processioni che caratterizzano la Settimana Santa deve dunque essere inteso come forma di rifondazione e di riappropriazione simbolica dello spazio e i riti processionali letti anche come forme di risoluzione mitica dell’angoscia territoriale (cf. Faeta 1978). Il corteo processionale carico del suo più o meno complesso apparato simbolico di simulacri, stendardi, costumi, suoni impone alla realtà circostante la sua presenza. Rende lo spazio, spazio omogeneo nella assunzione di un comune messaggio. Come ben sintetizza Cirese l’intenzione di questi comportamenti rituali è quella, di «ri-produrre eventi, gesti o comportamenti già altra volta e altrove verificatisi, e di riprodurli non solo nel senso in cui una immagine riproduce un oggetto o una persona, ma anche nel senso più forte di produrre di nuovo, iterare e reiterare, far sì che si verifichi di nuovo» (1977: 67). Ciò è tanto più evidente nel caso delle processioni della Settimana Santa: lunghe, estenuanti proprio perché dirette a occupare tutto lo spazio percorrendone vicoli e stradine, sostando innanzi a tutti gli edifici sacri e alle edicole votive. I loro tempi e i loro itinerari riflettono la storia e le particolarità geografiche, politiche ed economiche delle diverse comunità e ricompongono l’ordito e l’armatura del tradizionale tessuto urbano nel ripercorrerne «le strade, e in particolare gli assi più antichi e più essenziali, le chiese, le sedi delle confraternite, il calvario, il palazzo e la piazza» (Guidoni 1979: 24).

Insieme a quelle protettiva e sacralizzante sono evidenti le funzioni di sostegno e coesione sociale presenti nella processione. La processione ha infatti l’effetto di riunire tutta la comunità sospendendo, seppur per uno spazio-tempo circoscritto, il frazionamento reale o ideale del paese e dei suoi abitanti. Essa è un momento di coesione e di solidarietà all’interno della quale dal clero alle autorità civili, al priore della confraternita, all’ultimo dei fedeli ciascuno è chiamato a fare la propria parte, a essere attore del rito. Questo reiterarsi di cortei processionali si ritrova pertanto, in special modo, in tutti quei luoghi ove maestranze e confraternite restano vitali. I rituali processionali, infatti, pur prefiggendosi lo scopo di testimoniare la devozione di tutti i ceti e le classi d’età, di fatto ne confermano la necessaria esistenza. Mediante confraternite e gruppi di mestiere le diverse categorie professionali esibiscono, attraverso l’ostentazione dell’impegno devozionale, forza economica e privilegi. Attraverso la festa e i suoi riti, infatti, «le società ribadiscono e celebrano se stesse e le proprie rappresentazioni della realtà cosmica e sociale. I rituali festivi infatti non sono semplicemente un prodotto sociale al pari di ogni altro fatto culturale. Sono un mezzo attraverso il quale gli uomini rappresentano in termini mitici il proprio mondo, dunque la concezione del tempo e dello spazio che lo sostiene» (Buttitta 1996: 264).

Tra le più note processioni pasquali siciliane si annoverano a buon diritto la processione della Real Maestranza del Mercoledì Santo e quella dei misteri del Giovedì a Caltanissetta. I riti pasquali hanno qui inizio la Domenica delle Palme con una processione pomeridiana di Gesù Nazareno il cui fercolo, a forma di barca, è riccamente addobbato con fiori di stagione. Il corteo percorre le vie del centro storico seguito dalla banda per raggiungere la chiesa donde era partito, Sant’Agata al Collegio. Il Mercoledì mattina le diverse corporazioni di mestiere (Idraulici, Barbieri, Pittori, Muratori, Falegnami, Calzolai, Fabbri, Panificatori, ecc.), dette maestranze, si recano in corteo, a suon di musica, a prelevare presso le loro abitazioni gli alabardieri e i portabandiera e raggiungono poi le case dell’alfiere maggiore e dello scudiero per recarsi infine presso la residenza del Capitano della Real Maestranza. Guidati da questo che indossa calze, guanti e cravatta neri e porta mestamente in braccio un grande crocifisso velato di nero, raggiungono piazza Municipio, dove il Capitano riceve dal Sindaco le chiavi della città. Si parte dunque in solenne e pomposo corteo verso il Collegio gesuitico e di qui verso il Duomo dove si celebra l’adorazione del SS. Sacramento. In questa occasione il Capitano, quale rappresentante del popolo tutto, riceve il perdono e annuncia la liberazione dell’umanità dal peccato: le calze, la cravatta e i guanti neri vengono dunque sostituiti con quelli bianchi mentre le bandiere delle corporazioni si dispiegano a festa.

La processione riprende e attraversa corso Umberto accompagnando il Santissimo, portato dal vescovo entro un magnifico ostensorio dorato, per far ritorno presso la Chiesa Madre. In serata, a partire da piazza Garibaldi, sfilano 19 variceddi, riproduzioni su scala ridotta dei gruppi statuari (i misteri) del Giovedì, accompagnate dalle note delle bande musicali. Il Giovedì Santo è l’atteso momento della processione dei Misteri, 16 imponenti gruppi statuari in cartapesta e tela che rappresentano episodi degli ultimi momenti di vita del Cristo e della Via Crucis (“Ultima cena”, “Orazione all’orto”, “Bacio di Giuda”, “Flagellazione”, “Ecce Homo”, “Deposizione”, “la Pietà”, etc.), realizzati in massima parte dai Biangardi, eccellenti scultori napoletani che operarono a Caltanissetta dal 1883 al 1902. Riunitesi preso piazza Garibaldi le 16 vare, illuminate e riccamente addobbate di fiori, sfilano a partire dalle 20.00, accompagnate ciascuna da una banda musicale, dalle rispettive maestranze, dai fedeli e dalle autorità civili e religiose. A mezzanotte, dopo aver attraversato le principali vie della città, la processione fa ritorno in piazza Garibaldi. Quindi al sopraggiungere dell’Addolorata si svolge la spartenza e ciascun mistero viene ricondotto nella sede di origine. Il Venerdì Santo, nel tardo pomeriggio, si svolge la processione del Cristo Nero, detto il Signore della Città, un piccolo Crocifisso che la leggenda narra essere stato rinvenuto in una grotta nei dintorni dell’abitato. Il venerato simulacro viene portato a spalla e a piedi scalzi dai figghiamara, i raccoglitori di verdure selvatiche che intonano la tradizionale lamintanza  o ladata. La sera del Sabato Santo, presso piazza Garibaldi è messa in scena la parte finale del Riscatto d’Adamo di Orioles.

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Sacre rappresentazioni

Elemento costitutivo di alcune cerimonie pasquali sono, infatti, le sacre rappresentazioni. Drammi liturgici sui temi della Passione, già  diffusi in Sicilia all’epoca della dominazione bizantina, assunsero in seguito una spiccata autonomia espressiva. Numerose processioni figurate e drammi sacri ebbero origine a metà del XVII secolo nel tardo clima controriformistico introdotto in Sicilia dagli ordini religiosi Teatini, Barnabiti, Somaschi, Gesuiti, dediti all’istruzione e all’elevazione morale e culturale del popolo, che promossero localmente l’istituzione di diverse sacre rappresentazioni: drammi relativi alla vita dei santi, alla Passione del Cristo, processioni figurate e simboliche, mute e recitate (cf. Pitrè 1881). I canovacci destinati all’esecuzione pubblica, prodotti in ambiente ecclesiastico e quindi rigidamente controllati, si andarono progressivamente adattando al contesto popolare da cui di norma provenivano gli interpreti lasciando spazio all’improvvisazione anche attraverso l’inserimento di canti, danze, mimiche e dialoghi comici.

Tra le più note sacre rappresentazioni isolane v’è quella di Delia. Qui già a partire dal Mercoledì santo vengono quotidianamente rappresentati gli episodi salienti degli ultimi momenti di vita di Gesù seguendo il testo del Riscatto di Adamo dell’Orioles localmente indicato come u Martueriu. In particolare il Mercoledì sono rappresentate alcune scene del Primo Consiglio mentre il Giovedì pomeriggio, sempre in piazza Matrice, si recitano le scene dell’Ultima Cena, del Tradimento di Giuda, della Cattura nell’orto del Getsemani. Nella mattina del Giovedì santo, invece, si svolge una processione del Cristo Morto e dell’Addolorata. Percorso un tratto di strada insieme i simulacri della Madre e del Figlio prendono due percorsi diversi dando vita a due distinte processioni. Tale azione drammatica prende il nome di spartenza. Il Venerdì santo, nel pomeriggio, proseguono le rappresentazioni del Martueriu con le scene della Flagellazione, dell’Ecce Homo, della Condanna cui segue la Via Crucis caratterizzata dalle caduti e conclusa dalla scinnenza, qui intesa come la salita al calvario. Il Cristo avanza faticosamente, tra due ali di folla commossa, afflitto da una pesante croce lignea e schernito dai soldati e dai giudei, a tratti cade al suolo soccorso dagli stessi fedeli.

Dopo l’incontro con la Veronica la processione prosegue, sempre accompagnata dal cupo suono dei tamburi e da acuti squilli di tromba, fino a raggiungere il calvario dove è inscenata la crocifissione con l’ausilio di un simulacro del Cristo a braccia mobili. Dopo la recita degli episodi che precedono e accompagnano la deposizione, il simulacro del Cristo è riposto nell’urna e ha inizio la processione caratterizzata, oltre che dall’esecuzione di intense marce funebri,  dal canto dei tradizionali lamenti. Il Sabato santo si assiste alla recita di ulteriori episodi tratti dall’Orioles: la Negazione di Pietro, l’Incontro tra Pietro e Giuda, la Disperazione di Giuda e il Pentimento di Pietro, la Resurrezione. La mattina della Domenica di Pasqua si svolge l’incontro tra la Madonna e il Figlio risorto, lu Santu Sarbaturi. I due simulacri, partiti a breve distanza temporale dalla chiesa di Maria SS. Odigitria, raggiungono indipendentemente piazza Matrice dove frattanto si esibiscono in virtuose acrobazie due uomini agitando lunghi e pesanti stendardi, uno rosso in onore del Risorto ed uno azzurro in onore della Vergine. Infine la Madonna, portata a spalla dalle fedeli, si fa incontro al Figlio nel tripudio generale e sollevata sulle braccia dalle portatrici gli si inchina innanzi. Analogamente fa il Cristo. La scena si ripete per tre volte, poi la processione si ricompone e raggiunge la Chiesa Madre per la celebrazione eucaristica.

Non diversamente accade ad Avola e a Modica, dove l’incontro si anima facendo compiere dei reciproci inchini ai simulacri o addirittura manovrando le braccia di speciali simulacri della Vergine per abbracciare il Figlio e benedire gli astanti.

Fantocci animati e maschere

In alcuni centri il ruolo di intermediari tra il Cristo risorto e la Vergine addolorata nell’ambito della rappresentazione del loro incontro è assunto da grandi fantocci animati di cartapesta e tessuto, raffiguranti gli apostoli. Oggi queste figure rituali possono ancora osservarsi: a Caltagirone, dove è il solo San Pietro a ratificare la Ggiunta, correndo senza sosta tra la statua del Cristo Risorto e quella della Madonna; ad Aragona, dove troviamo San Pietro e San Paolo; a Barrafranca e Aidone, dove sono undici i Santi, detti Apùstuli o Santuna, che partecipano alla Ggiunta (cf. Bonanzinga 1999).

I fantocci fanno la loro comparsa la Domenica di Pasqua anche a San Cataldo. Sono i Sampauluna: 11 giganteschi simulacri a mezzobusto, costituiti da una struttura di legno e fil di ferro rivestita di stoffa e cartapesta e animata da un operatore, che raffigurano gli apostoli eccetto Giuda. Il corteo festoso attraversa il paese accompagnato dalla banda musicale. Nel pomeriggio gli apostoli si riuniscono insieme all’Addolorata vicino alla chiesa della Madonna della Mercede, in attesa della Madalena. Quest’ultima, posta su una piccola vara portata a spalla da quattro giovani, si avvia verso il sepolcro e, trovatolo vuoto, si dirige correndo verso gli apostoli e l’Addolorata per dare loro l’annunzio. Nuovamente la Maddalena si avvia verso il sepolcro accompagnata dai Santi Pietro e Giovanni e nuovamente ritorna per ripartire ora insieme alla Madonna.

Finalmente i Sampauluna si muovono anch’essi ed è allora che, da una traversa laterale, sopraggiunge una statua del Cristo Risorto dinanzi alla quale i fantocci si inchinano. Riunitisi in corteo il Risorto, la Madonna, la Maddalena e i Sampauluna si avviano in processione verso la chiesa del Rosario, mentre sopraggiunge l’incredulo Tommaso. Di qui proseguono fino alla Matrice dove la processione ha termine.

La sospensione dell’ordine che intercorre tra la morte del Cristo e la sua rinascita vede scatenarsi le forze antagoniste del negativo: la morte, i demoni, gli spiriti del male ritualmente impersonati da personaggi mascherati. Attestate nel passato a Casteltermini e a Mazara tali figure sono ancora presenti a Prizzi come parte integrante della cerimonia di lu ncontru (incontro) tra la Madonna e Gesù Risorto della Domenica di Pasqua e a San Fratello il Venerdì Santo.  A Prizzi, la Domenica di Pasqua, la morte (a morti) e i diavoli (i rìavuli), l’una interamente rivestita di una tuta gialla, armata di una “balestra” e con il volto occultato da un casco di cuoio a forma di teschio, gli altri rivestiti di rosso, muniti di catene e travisati da mascheroni cornuti dalle caratteristiche belluine cercano di ostacolare, invano, l’incontro tra i simulacri del Risorto e dell’Addolorata. I “diavoli” e la “morte” sin dalle prime ore del mattino percorrono saltellando l’abitato disturbando la quiete del paese, intrufolandosi nelle case con ardite acrobazie e costringendo i passanti a offerte in denaro. Tale azione è detta l’abballu di li diavuli. Più tardi, giunto il momento di lu ncontru, i mascherati vanno correndo da una statua all’altra agitando le catene e la balestra nel tentativo di impedire l’incontro tra l’Addolorata e il Risorto.

Intervengono allora gli “angeli”, due figuranti dal cimiero piumato e armati di spada, colpendo i “diavoli” e consentendo che la Madre si avvicini al Figlio finalmente liberata dal luttuoso manto che la avvolge. A San Fratello, in occasione della processione del Venerdì Santo intervengono i Giudei, uomini integralmente vestiti con giacche e pantaloni porporini bordati di giallo e vistosamente e variamente decorati con ricami e perline e con il volto coperto da un cappuccio sormontato da un elmetto multicolore. I Giudei disturbano la solenne processione del Cristo Morto con suoni di trombe, canti e chiassose intrusioni nell’ordinato e mesto corteo ma anche la quiete domestica: essi infatti si introducono nelle abitazioni private ricevendo offerte di vino e di dolci. Al di là delle differenze formali tra i due riti, i comportamenti rituali dei mascherati di San Fratello e di Prizzi denunciano chiaramente il significato dell’irruzione del demoniaco e dell’istaurarsi del caos tipico delle feste di Capodanno; uno stato di disordine naturale e sociale che nella drammatizzazione rituale sarà necessariamente riconvertito in cosmos dalla resurrezione del Cristo.

Riti penitenziali

Se in alcuni centri la Pasqua è dominata dall’aspetto gioioso della rinascita della natura in altri, laddove attraverso la mediazione delle confraternite più profondo è penetrato il messaggio post-tridentino, prevalgono o comunque sono esplicitamente rappresentati i valori del pentimento e della penitenza, la necessità di liberarsi dalla colpa accumulata nel corso dell’anno affinché questo possa riavere inizio. Delle pratiche penitenziali, in particolare di quella della flagellazione, un tempo più ampiamente diffuse, resta traccia evidente in centri come Sutera e Longi. Nel primo centro, in occasione del rito di ingresso dei nuovi confrati che si celebra la sera della Domenica delle Palme presso la chiesa di Maria SS. Assunta. Il rito detto della penitenza o della disciplina dei Bianchi ha inizio intorno alle ore 20.30.

Ai margini della navata centrale i confrati si dispongono per la recita del SS. Rosario. Dopo la predica del sacerdote si inginocchiano a gruppi di tre e avanzano carponi. Sollevato il busto recitano quindi la formula: Peccavimus, Domine, peccavimus et peccata nostra cognoscimus. Revendissime Pater miserere nobis, al cui termine colpiscono le spalle con una disciplina di corda. Riposte nuovamente le mani sul pavimento i confrati compiono ancora alcuni passi, scanditi dal superiore della confraternita che percuote ripetutamente una tabella (truccula), e raggiungono l’altare dove si accostano al simulacro di Cristo crocifisso per baciarlo. Il sacerdote, dopo aver anch’egli omaggiato la croce, procede alla benedizione che segnala la conclusione del rito.

A Longi il Venerdì santo, alle prime ore del mattino, i confrati del SS. Sacramento inscenano la cerca (la ricerca del Cristo da parte dell’Addolorata). In fila indiana percorrono un preciso itinerario penitenziale lungo il quale si trovano degli altarini (i sepolcri) battendosi le spalle con flagelli di metallo e intonando i tradizionali canti polivocali che narrano delle sofferenze del Cristo.

I canti

Come s’è visto in diversi riti pasquali isolani ricorrono le esecuzioni di canti polivocali che rievocano drammaticamente gli episodi salienti della passione e morte del Cristo. Essi vengono più spesso eseguiti nel corso delle processioni del Giovedì e del Venerdì santi e nel corso della drammatizzazione, inscenata con l’ausilio di simulacri a braccia mobili, della crocifissione e della deposizione. I canti della Passione – in prevalenza denominati lamienti o lamintanzi (lamenti o lamentazioni), ma anche ladati (laudi) e parti (intese come “parti” di un lungo canto narrativo) – sono invece ancora oggi eseguiti da gruppi maschili, perlopiù collegati a confraternite laicali, in forma sia monodica sia polivocale (cf. Macchiarella 1993; Bonanzinga 2013).

Tra i contesti caratterizzati da queste esecuzioni ricorderemo Misilmeri e Mussomeli. A Misilmeri il cordoglio per la morte del Cristo è espresso attraverso un lungo canto eseguito dai confrati del SS. Sacramento a partire dalla mezzanotte del Giovedì Santo. Riunitisi presso il portale della Chiesa Madre questi iniziano a cantare I parti rû Signuri (Le “parti” del Signore). Alle storfe del canto, intonato in forma monodica a voci alterne, si alterna il crepitare delle tròcculi (tabelle). I confrati, poi, divisisi in gruppi si incamminano per le vie del paese fermandosi a cantare davanti alle edicole votive, nei crocicchi e nelle chiese dove sono allestiti i “sepolcri”.

A Mussomeli sono invece più d’una le confraternite che accompagnano con il loro canto il dispiegarsi delle azioni rituali. Qui le celebrazioni di maggior rilievo prendono avvio il Giovedì santo. In questo giorno vengono velati in segno di lutto i sacri simulacri presenti nelle chiese e allestiti i sepolcri. Presso questi, dopo la messa in Coena Domini, si recano in visita, oltre ai fedeli, le singole confraternite intonando i tradizionali e particolarmente intensi lamenti intercalati da acuti squilli di tromba e dal cupo suono del tamburo. I cortei confraternali accompagnano processionalmente nel loro itinerario di chiesa in chiesa diversi simulacri e gruppi statuari sempre eseguendo a tratti i tradizionali canti polivocali.

Così la confraternita del SS. Sacramento della Chiesa Madre reca il simulacro del Cristo alla Colonna, quella della Madonna dei Miracoli il simulacro di Gesù nell’orto degli ulivi, quella della Madonna del Carmelo il simulacro di san Giovanni Evangelista e quella della Madonna delle Vanelle o di San Francesco il gruppo statuario dell’incontro di Gesù con la Veronica. Il Venerdì santo si apre con la processione dell’Addolorata, accompagnata dalla banda che intona marce funebri, che insieme ai confrati di San Giovanni e alle fedeli vestite a lutto vaga alla ricerca del Figlio. Il corteo raggiunge la Chiesa Madre dove si trova il simulacro del Cristo Morto. Questo posto su un cataletto dai confrati del SS. Sacramento, viene accompagnato presso il calvario allestito in piazza. Qui, in un clima di intensa commozione, accresciuto dall’esecuzione dei lamenti, si inscena la crocifissione.

Osservazioni conclusive

Intimi partecipi della ciclicità della natura, gli uomini sono vissuti per millenni al ritmo delle stagioni, al ritmo del sorgere e del calare del sole, del crescere e del maturare delle messi e se oggi, mutate radicalmente le condizioni d’esistenza, continuano a reiterarsi riti e simboli di così lontana provenienza, non può essere per un capriccio della storia né per umana inerzia. Può vivere nel tempo solo ciò che supera i limiti dell’arbitrarietà individuale e conserva sensi e funzioni che rispondono a istanze collettive ed è, pertanto, considerato “sacro”. Nella intangibile sacralità dei riti si conservano, infatti, memorie, valori e forme fondamentali all’esistenza umana. Ogni esecuzione rituale accade in un presente che è anche un riproporsi del passato e insieme, esatta anticipazione del futuro. La sintesi temporale che i riti sanno proporre «assicura il loro potere nonché, ancora una volta, la loro capacità di farsi portatori dei valori fondamentali di una società» (Miceli 1972: 147).

Ambiente, tempo e società nei rituali festivi risultano, dunque, strettamente correlati: «Il momento rituale – osserva Fatima Giallombardo – ripropone sul piano mitico le proprietà di abbondanza e pienezza di vita che, attraverso un processo di definizione formale, conferiscono a chi vi partecipa stati di certezza e sicurezza. […] È perciò possibile, in riferimento alle feste, parlare di una scansione sociale del tempo, non solo perché essa ripropone (a livello mitico-rituale) la sicurezza vitale del gruppo, ma anche perché questo, attraverso la socializzazione rituale, assume consapevolezza di essere nel tempo, ritrovando gli stessi giorni, il ripetersi degli stessi cicli e degli stessi fenomeni di morte e rinascita della natura» (1990: 14). Oltre a rifondare il tempo, a far trionfare la vita sulla morte sempre incombente, la festa rifonda la comunità e ne elimina i rischi di disaggregazione, riaffermando quella necessaria persistenza della struttura dell’universo sociale nel quale e attraverso il quale ogni comunità si riconosce e si identifica. Ma i riti festivi detengono altre “straordinarie” funzioni. Essi, infatti, continuano nonostante tutto (le trasformazioni socio-economiche) e al di là di tutto (i diversi significati che possono assumere alcuni tratti festivi) a garantire all’individuo la soluzione degli stati di crisi esistenziale, a rispondere alle inquietudini, ai dilemmi fondamentali dell’esistere poiché il rituale religioso ha a che fare con richieste sempre presenti e pressanti intorno alla morte, la malattia, la riproduzione, l’economia; infine, intorno al significato stesso della vita (cf. Kligman  1981: XI ss.). È in ragione di questi fatti che se da un lato istituzioni pubbliche e accademiche devono adoperarsi nel preservare, valorizzare e promuovere le espressioni della religiosità tradizionale, devono, dall’altro, contrastare sia i rapidi e violenti processi di turisticizzazione del patrimonio immateriale promossi da agenzie esterne alle comunità sia certe disorganiche e culturalmente inconsistenti azioni di valorizzazione istituzionale sia certi rinnovati tentativi di “purificazione” della pietà popolare sostenuti da parte della Chiesa.

Ringraziamo Attilio Russo e Giuseppe Muccio per le immagini fotografiche ci hanno concesso di pubblicare.


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