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L’impero del Giglio. I francesi in America del Nord (1534-1763) di Giuseppe Patisso – Aurelio Musi

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Nella generale e attuale ripresa di interesse per gli imperi e le potenze coloniali, stimolata anche dai nuovi equilibri che stanno determinandosi a livello planetario, scarsa attenzione è stata dedicata alla presenza francese che per due secoli, tra il Cinquecento e la metà del Settecento, ha condizionato la vita storica in America settentrionale. Quella presenza in Québec, in Louisiana, in Florida ha lasciato tracce profonde nella civiltà e nella cultura nordamericana: numerose sono oggi le comunità francofone e le etnie francesi e creole in quelle regioni.

Molto necessario e atteso era dunque uno studio approfondito di quella vicenda. Tale si presenta l’importante volume di Giuseppe Patisso, L’impero del Giglio. I francesi in America del Nord (1534-1763), Carocci editore. Importante per più motivi: per la ricchezza di informazioni su una storia pressoché sconosciuta; per la capacità dell’autore di tenere sempre presenti congiuntamente il contesto extraeuropeo e il contesto europeo, praticando correttamente, senza infatuazioni di moda, la prospettiva della world history; per l’attenzione ai livelli diversi, ma intrecciati, della politica, dell’amministrazione, dell’analisi economica, sociale e antropologica; per il linguaggio chiaro, capace di trasmettere i significati di una materia a volte complessa come quella trattata dall’autore.

Chateubriand, agli inizi dell’Ottocento, nel suo romanzo Atala ou les amours de deux sauvages dans le désert, descriveva mirabilmente i territori francesi nel Nuovo Mondo: “La Francia possedeva un tempo, nell’America settentrionale, un vasto impero che si stendeva dal Labrador alla Florida, e dalla spiaggia dell’Atlantico fino agli ultimi laghi dell’alto Canada. Regione immensa, quattro grandi fiumi la solcano, nati dalla stesso giogo di montagne: il San Lorenzo, che sbocca a oriente nel golfo dello stesso nome; il fiume dell’ovest, che porta le sue acque a mari ignoti; il Borbone, che da nord a sud si precipita nella baia d’Hudson; il Mississipi che scende a sud nel golfo del Messico. Il Mississipi, in un corso di oltre mille leghe, bagna una regione incantevole che gli abitanti degli Stati Uniti chiamano nuovo Eden: i francesi le hanno dato il dolce nome di Louisiana”.

Qui Chateaubriad metteva in evidenza soprattutto la dimensione geografica estesissima dell’impero del Giglio, la sua differenziazione territoriale, le distanze, motivi che incideranno non poco sulla stessa sua fine.

Patisso distingue due fasi tra esplorazione e colonizzazione. La prima, tra inizi Cinquecento e metà Seicento, è caratterizzata, nel periodo iniziale, dalla diffusione del mito del passaggio a Nord-Ovest e della ricerca della Francia antartica sotto l’Equatore; dal ruolo incisivo del protestantesimo nell’esplorazione atlantica; dalla genesi mercantile della colonizzazione francese, differente, per questo aspetto, da quella inglese; dal collegamento strettissimo tra le vicende della colonizzazione e la storia politica europea. La seconda fase, dal 1680 alla fine della guerra dei sette anni nel 1763, è caratterizzata dall’attenzione francese per le politiche di insediamento, per le strategie di popolamento attraverso il rafforzamento militare e l’immigrazione femminile in realtà demograficamente assai deboli, per il perseguimento di strette relazioni di alleanze con gli amerindi.

La seconda parte del volume si sofferma sui luoghi e i paesaggi dell’America francese, sui costumi, le tradizioni e i primi contatti degli amerindi con gli europei, sulla costruzione amministrativa dell’impero, sui rapporti tra società ed economia.

Molteplici i motivi che determinarono la fine dell’impero del Giglio: le distanze, in primo luogo; la differenza tra la struttura delle compagnie commerciali francesi e quelle inglesi; gli effetti negativi del protezionismo colbertiano; lo squilibrio tra impero e amministrazione. La tesi principale dell’autore è ben chiarita nelle conclusioni. “La nuova Francia – scrive Patisso – rappresenta un progetto politico, parzialmente fallimentare, al quale la Corona del Giglio  non diede un sostegno deciso e costante nel tempo”. L’Europa, le questioni legate alla sua geopolitica, predominarono nella condotta delle classi dirigenti francesi. Mancò una progettualità organica capace di compensare le insufficienti risorse demografiche, economiche e militari della Nuova Francia, che si configurò un possedimento strategico, un baluardo per contrastare la crescita delle colonie inglesi in America, più che una colonia di sfruttamento vera e propria. E la guerra dei sette anni fu l’atto conclusivo di una parabola discendente della storia della Nuova Francia tra XVII e XVIII secolo.    Tuttavia i segni lasciati ancora oggi nelle regioni della colonizzazione francese testimoniano di alcune differenze decisive rispetto alla colonizzazione inglese: la solidarietà e il rispetto per le popolazioni amerindie, dimostrati dai francesi; il forte legame tra abitanti e luogo abitato; la parziale sovranità concessa ai nativi sulle loro terre, anche se incluse nei territori dell’impero.

E, tutto sommato, proprio per queste caratteristiche e nonostante la sconfitta storica, l’autore non nasconde la sua simpatia verso un modello atipico di colonizzazione.

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