Home Storia e Memoria La scoperta dell’America e l’arrivo dei conquistadores nel Nuovo Mondo

La scoperta dell’America e l’arrivo dei conquistadores nel Nuovo Mondo

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La scoperta dell’America (1492)  portò ad un ampliamento delle rotte commerciali per le potenze europee. Il Mediterraneo, che tradizionalmente era stato luogo di scambio e di transito per uomini e merci, nel XVI secolo era sotto l’egemonia commerciale della Repubblica di Venezia e dell’Impero Ottomano. Questa zona venne via via perdendo la sua importanza per le grandi potenze commerciali del Cinquecento, come ad esempio la Spagna, che decise di solcare l’Oceano Atlantico per trovare una nuova via per l’Oriente. Con la scoperta del Nuovo Mondo ad opera del navigatore genovese Cristoforo Colombo (1451-1506), finanziato dalla regina di Castiglia Isabella I (1451-1504), ci troviamo di fronte ad una scoperta che non fu legata esclusivamente a un fattore economico-commerciale ma anche conoscitivo; di fatto essa portò alla conoscenza dell’altro, rappresentata dall’incontro con le popolazioni indigene. L’alterità, come si noterà nel corso di questo articolo, fu al centro di dibattiti e studi nel periodo di Carlo V e nel corso di tutto il secolo, dalla scoperta, si passerà alla conquista dell’altro. All’indomani del compimento della Reconquista da parte della Castiglia, il navigatore genovese Cristoforo Colombo propose un progetto alla Regina Isabella I di Castiglia per raggiungere il Catai, poiché le rotte commerciali all’interno del Mar Mediterraneo, erano sotto l’influenza veneziana e ottomana, suggellata, più tardi (1520) da un’alleanza tra la Sublime Porta e la Serenissima. Nel 1492, Colombo con il benestare della Regina salpò per trovare questa nuova via per l’Oriente, e dopo mesi di navigazione verso Occidente approdò sulle coste di un’isola a cui Colombo diede il nome di El Salvador. Tzvetan Todorov analizzando una lettera di Colombo, racconta come il navigatore genovese descriva lo stupore dei marinai, che in quel momento, si scoprirono facenti parte di una totalità, perché fino ad allora non avevano avuto modo di percepirsi come tali. Nel momento in cui gli europei interagirono con gli indigeni, notarono che non si trattava delle coste dell’Asia bensì di una nuova terra, poiché gli autoctoni per usare le parole di Colombo «vanno in giro ignudi, uomini e donne, come le loro madri li hanno partoriti» ed inoltre erano privi di lingua e conseguentemente anche di leggi e di religione. Colombo nel descrivere uno scambio di doni con gli indios, afferma: «Quale che sia l’oggetto dato loro in cambio e quale che sia il suo valore, valga esso molto o sia cosa di poco prezzo, essi sono contenti», come viene sottolineato da Todorov, egli non capisce che a differenza degli europei per gli indigeni l’oro ha lo stesso valore di un pezzo di vetro. Nello stesso anno della lettera sopra menzionata, Papa Alessandro VI (1431-1503) emanò tre bolle che andarono a stabilire i confini tra i possedimenti spagnoli e i possedimenti portoghesi; secondo quanto emanato dal Papa la linea di confine (la raya) venne posizionata a cento leghe dalle isole Azzorre: tale suddivisione dei possedimenti verrà cambiata l’anno seguente con il Trattato de Tordesillas (1494), di cui lo stesso pontefice si fece arbitro, la suddetta linea di confine tra le colonie spagnole e quelle portoghesi venne spostata da cento leghe a trecentosettanta leghe dall’isola di Capo Verde. Cristoforo Colombo fu sicuramente il fautore dell’incontro tra il Vecchio e il Nuovo Mondo, un Nuovo Mondo che portò l’Europa non solo ad un ampliamento di nuove rotte commerciali, ma anche alla scoperta dell’altro, scoperta che come lo stesso Todorov afferma, si trasformò in conquista dell’altro.

La questione relativa all’alterità ha attraversato tutto il Cinquecento e investì la Spagna del periodo di Carlo V, all’inizio di quello che venne chiamato secolo di ferro (1550-1650),  che vide non solo un conflitto tra i conquistadores e il potere centrale ma anche aspri conflitti sul piano intellettuale. La tematica dell’altro venne trattata dai teologi-giuristi della Scuola di Salamanca come Francisco de Vitoria e Francisco Suárez: il primo fu il precursore del diritto internazionale e dei diritti umani, egli fece una distinzione netta tra guerra difensiva e guerra offensiva; quest’ultima per de Vitoria è legittima solo in presenza di tre requisiti: la guerra doveva essere dichiarata dall’autorità preposta al governo dello Stato; essa doveva avere una giusta causa (iusta causa) e il principe doveva agire senza eccedere in violenze. Nel 1550  sulla conquista del Nuovo Mondo alla corte di Carlo V si accese una disputa tra due figure di spicco, Juan de Sepúlveda (1490-1573) e il frate domenicano Bartolomeo de Las Casas (1484-1566). Questi due intellettuali si fecero portatori di due ideologie: Sepúlveda sosteneva che gli indigeni fossero creature del demonio e di fatto ammirava le imprese dei conquistadores che sottomisero con la forza delle armi gli indios, de Las Casas sosteneva l’idea che si doveva andare nelle Indie con lo scopo di evangelizzare gli indigeni e che quest’ultimi avessero pari dignità a quella degli spagnoli.

In conclusione si è visto come dalla scoperta dell’altro si sia passati alla conquista dell’altro. Si trattò di uno dei più grandi genocidi della storia dell’umanità, se si leggesse in ottica azteca si potrebbe dire che esso rappresentò “la fine del mondo”. Letto in ottica europea, invece, questo fenomeno fu, per usare le parole di Las Casas «l’inizio di un tempo così nuovo e diverso da ogni altro».        

Per approfondire:

  • F. Benigno, L’età moderna dalla Scoperta dell’America alla Restaurazione, Edizioni Laterza, Roma Bari (2016).
  •  A. Cassi, Santa giusta umanitaria la guerra per la civiltà occidentale, Salerno Editrice, Roma (2015).
  • T. Todorov, La conquista dell’America il problema dell’«altro», Einaudi, Torino (2014).
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