Dalla statua di Cristoforo Colombo alla censura di “Via col vento”: storia di una distruzione che non cancella il passato

La rivolta contro il razzismo – fenomeno ormai globale dopo l’assassinio di Floyd da parte di alcuni poliziotti statunitensi, a cui sono seguiti altri episodi simili – sta assumendo contorni di fondamentalismo iconoclasta.

Alla violenza contro persone e cose – che, per fortuna, non cancella il valore della reazione pacifica di molte manifestazioni – stanno aggiungendosi abbattimenti di statue e monumenti, deturpazione di immagini e simboli della storia americana ed europea. Vengono ritirati dal mercato cinematografico film considerati razzisti come “Via col vento”.

Si tratta di gravi e inquietanti episodi. Da una parte ricordano assai da vicino la tendenza distruttiva dei talebani e dei guerriglieri dell’Isis che hanno picconato e fatto saltare con bombe, fino a sbriciolarle, straordinarie vestigia delle civiltà orientali. Dall’altra sono esempi della corsa opportunistica al politically correct, quasi che la censura di prodotti artistici e la damnatio memoriae che essa comporta possano con un sol colpo rimuovere o rimarginare profonde ferite ancora impresse nel corpo sociale non solo americano: e il razzismo è una di esse.

Una delle più gravi malattie dell’Occidente oggi è la perdita totale di senso comune storico, del rapporto tra il prima e il dopo. La vita sta diventando l’ossimoro di un presente senza passato, l’immersione priva di senso nell’attimo fuggente. E così, tra America ed Europa si abbattono quelli che si immaginano essere i simboli del razzismo attuale.
Rappresentanti di attività considerate normali durante tutta l’età moderna, come il mercante di schiavi, vengono trasferiti di un sol colpo nella nostra epoca e considerati i progenitori del poliziotto che ha assassinato il nero Floyd.

Alla statua di Colombo si taglia la testa: non è forse il responsabile del genocidio degli indiani d’America?

Il monumento al grande scopritore e ad uno dei fondatori della civiltà moderna è stato divelto e gettato in un laghetto a Richmond in Virginia. Dopo aver preso di mira gli storici generali della Confederazione, i dimostranti statunitensi hanno attaccato Colombo, considerato un colonizzatore e uno sterminatore dei nativi americani. Poi hanno divelto la statua dal suo piedistallo e, come nei rituali ricorrenti durante i primi secoli dell’età moderna, l’hanno prima bruciata, quindi trascinata (a Napoli si direbbe “strascinata”) con delle corde e gettata nel vicino laghetto di Byrd Park. Sul piedistallo sono stati dipinti graffiti e le scritte: “Questa terra è dei Powhatan”, il nome della popolazione nativa che abitava la Virginia, e “Colombo rappresenta il genocidio”.

Monumenti, immagini, statue, dipinti, manufatti architettonici, film, audiovisivi, come i documenti depositati nella polvere degli archivi, sono tracce, sono la scrittura della storia che ha bisogno di essere continuamente riscritta. Sono rappresentazioni del senso comune, della sensibilità, della cultura e della mentalità: rispecchiano lo spirito del tempo in cui sono state prodotte. Vanno lette e comprese, attraverso un paziente lavoro di decostruzione e ricostruzione, nel loro contesto di riferimento.
La storia, il giudizio storico non sono una corte d’assise che scopre reati e commina pene: la storia, il giudizio storico devono aiutare a comprendere il passato. Questo non significa giustificarlo: significa piuttosto orientare il cittadino e fornirgli tutti gli strumenti utili per poter stabilire anche l’opportuna distanza da esso.

Peraltro le tracce distrutte nella loro concretezza, nella loro esistenza fisica non solo sono una perdita per una migliore conoscenza storica della mentalità del passato, ma sono anche come le tracce mnestiche freudiane, come il materiale della rimozione. Scacciate apparentemente dalla coscienza, ritornano, attraversando le fessure dell’inconscio e ricompaiono come fantasmi inquietanti a turbare il vissuto.

Similmente la storia è maledettamente complessa, non distrugge, non butta via niente: “il passato che non passa” riemerge nei meandri del presente.

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