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Il traffico nella Palermo di fine Settecento

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Percorrere il sistema viario della propria città era per i palermitani, sul finire del XVIII secolo, un’esperienza sgradevole. Ce ne danno ampia documentazione i dispacci inviati dalla Real Segreteria vicereale ai più diversi interlocutori, istituzionali e non, in quegli anni per denunciare gli inconvenienti e indicarne le soluzioni, custoditi presso l’Archivio di Stato. Le strade urbane erano dissestate, disposte non di rado a quote diverse, ingombre di ogni tipo di sudiciume e, ciò malgrado, percorse da un traffico convulso e caotico, tra carrozze aristocratiche spericolatamente lanciate a grande andatura da cocchieri arroganti e carrette per il trasporto delle merci trainate da muli lenti e ostinati. Ne darà una descrizione da girone infernale nel 1798 il Presidente del Regno, Filippo Lopes y Rojo, nell’invitare il capitano di giustizia del tempo, principe di Torremuzza, a prendere ogni iniziativa possibile per porvi riparo:

«È cosa veramente inumana e totalmte contraria a tutte le leggi divine ed umane ciò che con somma penetrazne dello animo mio sento tutto giorno accadere in qaCapledi disgrazie e di sinistri avvenimenti a danno della popolazne, e massime della povera gente per la sconsigliata condotta de’ cocchieri ed altri privati di qualunque classe, anche nobili, perché correndo a briglie sciolte per la Città, e specialmente nel Cassero e nelle altre strade principali in carrozza o ne’ birocci, o ne’ calessi o a cavallo urtano furiosamente coloro che van a piedi onde ne avviene che restino pesti e calpestati dai cavalli e dalle ruote, e talvolta morti col cadere o stroppi» (1).

Le vie carrozzabili extraurbane spesso mancavano del tutto, salvo che non servissero a raggiungere le ville di nobili famiglie sparse nell’agro circostante, come accadeva, per esempio, per la villa di Tommaso Natale, marchese di Monterosato, che sorgeva sul percorso che dalla città conduceva alla borgata di Sferracavallo.

Le esangui finanze comunali costringevano il Senato cittadino a muoversi entro limiti molti ristretti, e perfino a ritrovarsi del tutto impossibilitato ad agire dai sequestri di ogni cespite richiesti da creditori impazienti o esasperati da attese lunghe e infruttuose. D’altronde la Deputazione delle strade avrebbe dovuto provvedere alla loro costruzione e manutenzione con un assegnamento annuo di appena 1350 onze, del tutto insufficiente alla bisogna (2) malgrado i fondi aggiuntivi che si ricavavano dalla tassa annuale di tre onze imposta nel 1781 dall’allora vicerè Caracciolo per un quadriennio – poi prorogata per i successivi quattro anni – sulle carrozze proprio al fine di provvedere alla manutenzione delle strade. Poteva dunque accadere – come nell’estate 1793 (3) – perfino che rimanessero spenti i lampioni della notturna illuminazione non essendo l’appaltatore disponibile a sopportare a lungo il peso delle spese necessarie per il buon funzionamento del servizio senza riceverea tempo debito il compenso contrattualmente pattuito. E andare in giro per le strade in quelle circostanze diventava addirittura pericoloso.

Erano i privati pertanto, per soddisfare le proprie esigenze, a sopperire talvolta alle carenze dell’intervento pubblico: il principe di Trabia si offrì di selciare a proprie spese «spianato e carrabile»il tratto di strada che dalla sua casacontigua alla Chiesa diS. Maria al Cancelliere, «passando per la scoscesa de’ Crociferi», conduceva alla strada nuova, cioè a via Maqueda: si sarebbe rifatto della spesa sostenuta, proponeva, con l’esenzione dal pagamento della tassa sulle carrozze. (4)

Dell’esasperazione generalesi era fatto interprete nel gennaio 1794 il vicerè Caramanico, inviando alla Deputazione una severa reprimenda appena addolcita nel tono dalla cortesia richiesta dal rapporto tra istituzioni. (5) Premesso infatti l’apprezzamento al suo presidente, duca di Montalbo, per «l’impegno […] per tenere ben acconce e monde le strade della Capitale» Caramanico rilevava che gli effetti non corrispondevano alle cure prestate «poiché per tutto si soffriva il più nojoso incommodo, tanto da coloro che camminavano a piedi per le lordure che le ingombravano a tutte le ore, quanto da quei che andavano in carrozza per le disuguaglianze e fossi che s’incontravano da per tutto, così fuori che dentro le mura». Pertanto al Governo ricresceva molto constatare quanto fosse dai cittadini «mal gradita l’opera della Deputazione, ed il non poter dire che il pubblico avesse torto».

Certo pesava sul regolare assolvimento del suo compito da parte della stessa Deputazione il ritardo o l’elusione del pagamento della tassa caraccioliana da parte di coloro che vi erano tenuti: ma il vicerè precisava che si sarebbe altamente doluto se avesse dovuto constatare che si consentiva a taluno di evadere quanto dovuto per «contemplazioni o altri motivi», lasciando chiaramente intendere che sospettava si facessero favoritismi per spirito di casta o peggio. Invitava pertanto Montalbo a riscuotere puntualmente ed efficacemente «quanto si doveva», e a trasmettergli con sollecitudine «la nota distinta de’ morosi debitori» perché si potesse da parte delle autorità di governo intervenire immediatamente con gli opportuni provvedimenti; ma nello stesso tempo lo incaricava di trovare «i migliori e più specifici mezzi a far in modo che in tutte le ore fossero tenute le strade con quella nettezza e decenza che si conveniva ad una colta Capitale, e non così come appena si sarebbe sofferto in una vile borgata» e prescriveva che la Deputazione provvedesse a che le strade «così fuori che dentro le mura fossero racconce nel miglior modo possibile» affinché chi pagava la tassa non potesse dire che la si usava male visto che i carrozzieri guadagnavano per le riparazioni più di quanto non avrebbero guadagnato se le strade non vi fossero state affatto.

La Deputazione era peraltro avvertita che il viceré avrebbe sorvegliato con attenzione e continuità che i suoi ordini venissero rispettati e sarebbe stato molto soddisfatto al sentire entro breve tempo «che così le strade principali come le altre avessero cambiato aspetto mercé la maggior accuratezza e vigilanza» che avesse adoperate allo scopo.

Si comunicava inoltre a Montalbo che l’avvocato fiscale era stato incaricato di intervenire contro il parcheggio selvaggio, facendo rispettare «il bando intorno a’ luoghi dove potevano star ferme le carrozze giacchè era intollerabile disordine il vederle da per tutto situate in modo che la gente a piedi era ridotta cole spalle al muro, e che una carrozza per andare da una strada all’altra dovesse spesso impiegare il triplo e più di tempo» del necessario.

Caramanico si aspettava che l’ammonimento sortisse il risultato voluto nel giro di pochi giorni, ma dovette presto constatare di aver peccato di eccessivo ottimismo. Il 4 febbraio richiese pertanto al presidente del Tribunale del Real Patrimonio, Domenico Grassellini, «una distinta nota dell’esatto per conto de’ fondi destinati all’effetto cioè tanto di quelli che prima avea la Deputazione, come della tassa che si esigeva da chi aveva carriaggi, e dell’impiego che ne fosse fatto» sino a quel momento perché potesse dare le disposizioni più opportune al proposito. (6) E di lavoro da fare ce n’era davvero tanto: era urgente riattare la strada da porta Montalto alla Marina (7), quella che collegava la porta Maqueda al Monastero del Monte, l’altra che andava dalla «cantoniera dei Cappuccini» a Boccadifalco e quella che «dall’Altarello» andava diritta «al convento dei padri ritirati di Santa Maria degli Angeli». Per raccogliere i fondi necessari, la Deputazione era autorizzata a tassare i proprietari dei fondi adiacenti. (8)

Eguale misura prescriveva il vicerè si adottasse per prolungare fino a Sferracavallo la strada «comoda e piana» che al momento giungeva alla villa del marchese Natale: e trattandosi in questo caso di una spesa di ben 35.000 scudi il contributo andava richiesto non solo ai «padroni di ville, alberati, terre da seminare» circostanti ma «eziandio ai proprietari di bestie da soma». (9)

Quanto al sistema per ripulire la città dalla spazzatura che l’aveva invasa, Caramanico intimò al Senato di licenziare i sei «maestri di mondezza», cioè i funzionari comunali incaricati di vigilare affinché i venditori di generi commestibili non insudiciassero con gli avanzi delle loro merci i luoghi riservati alla vendita: era infatti emerso che costoro si lasciavano agevolmente corrompere per ignorare le violazioni commesse da commercianti scorretti e in aggiunta praticavano vere e proprie estorsioni nei confronti degli onesti, minacciando di sanzionarli per violazioni delle norme mai commesse, col risultato che la città era sempre più sporca e i prezzi salivano perché l’importo delle tangenti pagate veniva scaricato sui consumatori. A garantire che la città fosse pulita – era la conclusione – provvedesse la Deputazione, trattandosi di un suo preciso compito. (10)

Propositi lodevoli, come si vede, in linea con i progetti riformatori e le idee di buon governo che ispiravano l’azione del Caramanico, ma destinati a cozzare contro la vischiosità del malcostume diffuso tra gli incaricatidelle operazioni di pulizia. Il suo successore nel novembre del 1797 nominava un tale Francesco Ortolani,con un compenso giornaliero di tre tarì, assegnandogli il compito specifico di vigilare affinchéogni settimana le strade principali della città fossero nettate e si provvedesse costantemente a mantenerle pulite. (11)

Le ristrettezze economiche continuavano poi a condizionare l’attività della Deputazione. Nel 1797 ancora Filippo Lopes y Rojo, per trasferirle duecento onze necessarie «per mantenere monde le strade lastricate della città», era costretto a imporre alla Deputazione di Salute e a quella del Monte di Pietà di versarne cento ciascuna: quest’ultima avrebbe prelevato la sua quota dagli introiti dell’affitto «dei pubblici posti fissi per la vendita […] come quelli che erano in maggior parte la cagione delle immondezze che si accumulavano nelle pubbliche strade». La scarsità delle risorse finanziarie non era però l’unica causa del cattivo stato in cui versavano i lastricati cittadini. Gli appaltatori dei lavori di rifacimento dei selciati infatti spesso ottenevano cospicue anticipazioni sull’importo dei lavori ma, elargendo delle «regalie» ai «subalterni» della Deputazione incaricati dei controlli, non eseguivano le opere pattuite o le eseguivano in modo inadeguato, sicchè «continui erano i clamori del Pubblico contro le opere pubbliche, veggendo malversato» il denaro. Per porre riparo a questa incresciosa situazione, sempre Lopes nel 1797 affidò al marchese Flores l’incarico di vigilare sulla regolarità e correttezza dello svolgimento dei lavori in questione. (12)

Testimonianze posteriori consentono però di affermare che, malgrado gli sforzi profusi dalle autorità di governodi cui si è riferito, per i palermitani le condizioni delle strade ed il traffico sarebbero rimasti problemi gravosi ancora per lunghi anni, fino a giungere ai nostri giorni.


1 ASP, RSD, reg. 1598, c. 43v., dispaccio del 5-1-1798.

2 ASP, RSD, reg. 1568, c.245v., dispaccio del 6-8-1790. Preciso che nel testo del Caramanico i verbi sono coniugati al tempo presente.

3 ASP, RSD, reg. 1582, c. 174r. e c. 226v., dispacci del 14-8 e del 27-8-1793.

4 ASP, RSD, reg. 1581, c. 100r., 16-5-1793.

5 ASP, RSD, reg. 1584, c. 35r., 6-1-1794.

6 Ivi, c. 106v., dispaccio del 4-2-1794.

7 vi, c. 205r., Caramanico alla Deputazione delle strade, 15-3-1794.

8 Ivi, c. 206r,Caramanico al presidente Grassellini, 15-3-1794.

9 Ivi, c. 269v,Caramanico a don Felice Ferraloro, 12-4-1794. Il giudice Felice Ferraloro era Presidente del Tribunale del Concistoro.

10 ASP, RSD, reg. 1582, c. 255r., Caramanico al Senato, 3-9-1793.

11 ASP, RSD, reg. 1598, c. 29v., dispaccio del 30-12-1797 alla Deputazione delle Strade.

12 ASP, RSD, reg. 1596, cc. 71r e 80v., dispacci del 3-5-1797 al Senato e del 5-5-1797 alla Deputazione delle Strade ed al marchese Flores. I verbi in corsivo sono coniugati al presente nel testo originale.

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