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Il furgone e, appeso all’albero, il “maresciallo” di Ustica. 13 morti sospette – Parte prima

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Mario Alberto Dettori, maresciallo dell’aeronautica in servizio a Grosseto, fu trovato impiccato, in un modo definito dalla Polizia Scientifica “innaturale”, a un albero in una piazzola sulla strada delle Sante Marie, alle porte di Grosseto, il 30 marzo 1987.

La sera del 27 giugno 1980, alle 20,59, il maresciallo Dettori, assistente controllore di difesa aerea, insieme agli altri militari del centro Radar di Poggio Ballone, si trova davanti agli schermi radar impegnato nella ricerca del DC9 Itavia scomparso dai radar di Ciampino e che intorno alle ventuno e tredici, sarebbe dovuto atterrare all’aeroporto di Punta Raisi. La mattina seguente rientra a casa e alla moglie che lo vede agitato e nervoso si limita a dire: “è successo un casino, qui vanno tutti in galera”. La mattina di sette anni dopo perviene al 112 una telefonata che segnala lungo la via delle Sante Marie, nel comune di Grosseto, la presenza di un furgone Ford Transit e poco distante un uomo appeso ad un albero. Si tratta di Mario Dettori e il furgone è il suo.

Quando alle 8 del mattino esce da casa, Mario Alberto Dettori è tranquillo, doveva accompagnare il figlio a scuola e recarsi a prendere l’acqua presso una fontana in località Poggio della Mazza. Poiché ancora alle ore 16 non faceva ritorno, la moglie Carla, insieme ad un collega del marito, si mettono alla ricerca fino a quando rinvengono il furgone e Dettori appeso ad un albero. Il collega di Dettori avverte i carabinieri tramite il comando di Poggio Ballone. Il sostituto di turno, informato, delega i Carabinieri ad effettuare la ricognizione del cadavere e ad acquisire il certificato medico con una dettagliata descrizione del cadavere e attestante la causa della morte.

Viene quindi rilasciato dalla Procura il nulla osta al seppellimento del cadavere di Dettori Mario Alberto. I carabinieri riferiscono che dai primi accertamenti non si ravvisano responsabilità di terzi e il medico legale attribuisce la morte a “impiccagione con conseguente arresto cardiocircolatorio”. Non viene disposta l’autopsia né vengono effettuati più approfondite indagini. Il caso quindi è chiuso e archiviato come suicidio. L’Aeronautica curerà il funerale a proprie spese con tanto di picchetto d’onore al portone della Chiesa. Ci si chiede perché è l’Aeronautica a curare il funerale pensando persino ai fiori e non la famiglia? Si ha quasi la sensazione che vi sia stata una particolare fretta di volere seppellire il maresciallo.

Forse una delicatezza nei confronti della famiglia o altro? Chissà.

I familiari hanno sempre nutrito dei dubbi sull’ipotesi del suicidio tantè che la figlia Barbara ha presentato un esposto alla Procura della Repubblica di Grosseto che ha riaperto l’inchiesta disponendo la riesumazione dei resti. Ha detto la figlia: “Una volta gli scappò detto che “nel cielo è stata sfiorata la terza Guerra mondiale”. Ha aggiunto che il padre aveva visto qualcosa che lo aveva turbato e per quello lo avevano ammazzato. Di recente, la vedova del radarista, Carla Pacifici, in una intervista rilasciata alla giornalista Laura Montanari di “Repubblica”, ha dichiarato: “Non ho mai creduto al suicidio di mio marito, certo nei suoi ultimi giorni era preoccupato e inquieto. Sono stati tempi difficili senza Alberto, tre figli da far diventare grandi, molte solitudini e mille domande senza risposta”. Ed ancora: “La mattina dopo (la caduta del DC9,n.d.r.) tornò a casa verso le otto e mezzo. Me lo vedo ancora li, dove c’è il fornello, in piedi, zitto, scosso. Io gli dicevo: Albè non ti togli la divisa? E lui niente, sembrava da un’altra parte.

In casa non parlava, non diceva niente di Ustica e ho capito dopo, molto dopo, che lo faceva per proteggerci”. Alla cognata però, nei giorni immediatamente successivi al fatto disse: “Abbiamo sfiorato la terza guerra mondiale. E’ successo un casino. Per poco non scoppiava la guerra. E siamo ancora in emergenza”. Da quel momento non disse più ai familiari una sola parola sulla strage del DC9. L’inchiesta, come si è detto, venne chiusa rapidamente confermando l’ipotesi del suicidio e nemmeno venne disposta l’autopsia.

Ma non soltanto con i familiari si era confidato Dettori ma anche con due colleghi, il capitano Mario Ciancarella e l’ufficiale Sandro Marcucci. Dettori disse a Ciancarella, afferma la figlia Barbara, di andare a vedere a che ora la notte della caduta del DC9 erano atterrati dalla base di Grosseto i due caccia i cui piloti erano Nutarelli e Naldini Tutti e due moriranno a Remstein in Germania  il 28 agosto 1988  durante una esibizione delle frecce Tricolori.

I loro aerei entrarono in collisione provocando una strage, settanta morti e 400 feriti. Entrambi i piloti la sera in cui era caduto il DC9 si erano alzati in volo dall’aeroporto militare di Grosseto con il compito di intercettare due aerei non identificati che volavano accanto al DC9. Qualcuno però aveva dato loro l’ordine di rientrare alla base, ma senza fornire alcuna spiegazione. Quando ciò divenne, attraverso la stampa, di pubblico dominio si verificò uno strano episodio, una drammatica reazione; Giampaolo Totaro, ufficiale medico delle Frecce Tricolori, fu rinvenuto impiccato alla porta del bagno di casa.

Ed anche Marcucci che insieme a Ciancarella indagava sulla tragedia di Ustica morirà il 2 febbraio del 1992 in un incidente aereo con il suo Piper. Ciancarella verrà invece espulso dall’aereonautica con un provvedimento firmato dall’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini ma il tribunale di Firenze, nel settembre del 2016, dichiarò falso il documento e la firma. Coincidenze?  Può darsi ma un dato è certo che tutti costoro avevano avuto qualcosa a che fare con la caduta del DC9.

Dalle dichiarazioni della moglie e della figlia emerge quindi, come dopo il disastro di Ustica, Dettori, fosse preoccupato per sé e per la propria famiglia se, come da costoro sostenuto, temeva di essere pedinato o di essere sottoposto a intercettazione telefonica; il che induce a ritenere che potessero essergli state rivolte da qualcuno delle minacce in relazione a  quanto aveva costatato la notte in cui era stato abbattuto il DC 9 dell’Itavia. Ma chi lo aveva minacciato e perché Dettori era divenuto un personaggio scomodo?

Il giudice istruttore Priore che ha indagato sulla tragedia di Ustica, nella sua sentenza ordinanza ha dedicato un paragrafo di tale provvedimento alle morti sospette facendo un elenco di 13 morti tra le quali inserisce quella del maresciallo Dettori. Parla infatti di “decessi per i quali permangono indizi di collegamento con il disastro del DC9 e la caduta del Mig” aggiungendo che in questa storia “non si sarebbero dovute determinare necessità estreme di soppressioni, se non nei casi eccezionali di testi diretti, tecnici, in possesso di larga parte dei fatti. Di testi cioè fonti, non smentibili o da mostrare come usciti di senno”.

In altri termini il giudice avanza chiaramente il sospetto che la morte di almeno tredici soggetti che in un modo o nell’altro avevano avuto un qualche rapporto con quanto accaduto la notte del 27 giugno 1980, possa essere stata determinata dall’essere stati costoro testimoni di fatti di estrema gravità non smentibili, per cui, per tacitarli per sempre, non vi sarebbe stata nessun’altra soluzione se non quella di ricorrere alla loro soppressione fisica.

Una circostanza strana che il giudice Priore cercò di approfondire, è data dalla mancanza negli elenchi degli operatori del centro radar dell’Aeronautica di Poggio Ballone,  consegnati nel 1989 dall’Aeronautica militare ai carabinieri, del nome del maresciallo Dettori che invece, proprio la sera della caduta del DC9 Itavia, era in servizio presso tale centro  collegato con il radar di Marsala attraverso il sistema di trasmissione automatica dei dati. Che la sera del 27 giugno 1980 il maresciallo Dettori fosse presente nella sala operativa del radar di Poggio Ballone risulta in maniera certa da quanto dichiarato dal tenente Antonio Di Giuseppe anche lui presente in tale sala operativa e secondo cui il maresciallo Dettori era proprio l’assistente del master controller cioè il responsabile della sala operativa, e fungeva da ufficiale verificatore. Altra strana coincidenza : quella sera del 27 giugno 1980, il master controller di turno era il capitano Maurizio Gari che morirà di infarto il 9 maggio 1981.

E i suoi due vice erano i marescialli Ogno e Dettori. Intervistato da Andrea Purgatori del Corriere della Sera il tenente Di Giuseppe ricorda: “Dettori faceva parte del mio turno e quindi sicuramente c’era”. Alla domanda del giornalista sul perché allora non fosse stato inserito tra i presenti il Di Giuseppe risponde “perché era morto. E alla obiezione che anche Gari era morto ma figurava al primo posto della lista risponde: “Eh si. Ma Gari glielo ho ricordato io, perché non poteva non esserci il nome del master controller”. In ordine a tale strana omissione si potrebbe ipotizzare che essendo stato il Dettori quella sera testimone diretto di qualcosa di particolarmente grave inerente la strage del DC9 nel cielo di Ustica, facendo in proposito delle confidenze ai colleghi Ciancarella e Marcucci, il suo nome  non venne inserito negli elenchi degli operatori del centro radar di Poggio Ballone, in servizio la sera del 27 giugno 1980, consegnati nel 1989 dall’Aeronautica militare ai carabinieri che poi li avrebbero trasmessi alla Procura, per evitare che  l’attenzione degli inquirenti potesse focalizzarsi su quanto riferito dal Dettori ai suddetti colleghi.

Per chiarire i contorni di tale vicenda il giudice istruttore Rosario Priore dispose il sequestro del fascicolo personale intestato al maresciallo e convocò per interrogarle la vedova e la cognata dello stesso.

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