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Eretico “miracolosamente” sfuggito alla condanna o irreprensibile uomo di Fede? I misteri del cardinale Morone

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L’eretico che salvò la Chiesa. Il cardinale Giovanni Morone e le origini della Controriforma, di Massimo Firpo, Germano Maifreda (Einaudi) si concentra sulla vita del cardinale Giovanni Morone (1509-80).
Fu legato pontificio sia nella prima (fallita) convocazione tridentina del 1542-43 sia nell’ultima del 1562-63, quando Hubert Jedin gli attribuì il merito di aver salvato il Concilio dal miserabile fallimento a cui sembrava destinato. Tra queste due convocazioni, però, Morone fu oggetto di pesanti accuse di eresia, che alla fine sfociarono in un processo inquisitoriale preparato segretamente per anni dal cardinale Gian Pietro Carafa, fondatore e capo del Sacro Ufficio romano, e formalizzato a giugno 1555, pochi giorni dopo l’elezione papale del Carafa come Paolo IV (1555-1559).

Il paradosso della vita di Morone (il cui profilo storiografico, di volta in volta, scivola nell’immagine dell’eretico «tormentato dall’influenza luterana» o dello strenuo «difensore della fede cattolica») durò anche negli anni seguenti: come mostrato dalla ripresa del lungo processo voluto da un altro inquisitore del papa come Pio V (1566-72). Tuttavia, dallo stesso pontefice il talento diplomatico di Morone fu impiegato nelle trattative per la Lega Santa che avrebbero portato alla vittoria di Lepanto (1571); e anche sotto Gregorio XIII (1572-85) il papato si avvalse del Morone nella difficile soluzione dei conflitti interni genovesi del 1575-76 e nella cruciale dieta imperiale di Regensburg del 1576. A tutto questo si aggiunse l’innovativo impegno pastorale del cardinale nel governo delle diocesi a lui affidate: Modena (brulicante di eretici negli anni trenta e quaranta del XVI secolo), Novara negli anni cinquanta, e ancora Modena negli anni sessanta.

La tesi principale del libro è che il segreto dell’apparente paradosso della vita di Morone «tra Concilio e Inquisizione» possa essere sciolto solo decifrando il contesto in cui tale vita si svolse. Secondo gli autori, tale contraddizione è in realtà coerente con l’esperienza storica del cardinale: in cui le luci e le ombre dipendono solo dalla prospettiva dell’osservazione, così come il suo processo per eresia e le sue conquiste politico-religiose furono due facce della stessa medaglia. Due aspetti complementari di un cattolicesimo la cui identità controriformistica, sclerotizzata nell’ortodossia religiosa imposta dagli inquisitori, doveva tuttavia di necessità coesistere e dialogare politicamente con sovrani, principi e imperatori. Per affrontare l’Europa «confessionalizzata» del secondo Cinquecento non bastava minacciare le scomuniche e promuovere una dura repressione di ogni dissenso: Roma doveva pazientemente riannodare i fili del confronto, esercitare l’arte del possibile, padroneggiare gli strumenti e lo stile del dialogo, avere l’intelligenza del limite e saper leggere il cuore e le menti degli uomini – e non solo i manuali degli inquisitori. E forse nessun principe della Chiesa nel XVI secolo, oltre a Morone, possedeva le qualità necessarie a svolgere tale complesso ma indispensabile lavoro.

Questo libro è stato dunque scritto nella convinzione che ricostruire la parabola esistenziale del cardinale Giovanni Morone costituisca l’occasione di una completa revisione metodologica e concettuale della storia politica e religiosa della Chiesa cattolica nel XVI secolo. A tal fine, questa biografia è concepita come un mezzo per dare una lettura complessiva – e un’interpretazione originale – di un periodo le cui dinamiche sono presentate dagli autori come le vere origini di un’età che (per una precisa ed esplicitata scelta terminologica) è chiamata Controriforma.

La biografia di Morone appare dunque un caso esemplare della svolta esistenziale vissuta da un’intera generazione di uomini di governo, fede, cultura e intelletto, nella crisi politica dirompente del Rinascimento. Poiché molti di questi uomini (ma anche alcune donne: è il caso di Vittoria Colonna) hanno trovato nel Papato e/o nella riflessione religiosa e spirituale un ombrello protettivo e una fonte di riflessione innovativa e d’interrogazione interiore, questa prospettiva fornisce – secondo gli autori – una visione accurata della sovrapposizione tra sfera politica, religiosa e intellettuale che sta al cuore della storia dell’Italia moderna.

Secondo l’interpretazione del saggio, inoltre, l’Inquisizione riuscì a vincere la sua guerra personale contro Morone, impedendogli di conquistare il soglio pontificio e, quindi, inaugurando una nuova epoca nella storia della Chiesa cattolica. Si trattò di una Controriforma letteralmente segnata da una reazione contro ogni forma di rinnovamento pastorale e spirituale, da un fallimento essenziale delle riforme promesse dal Concilio di Trento e dal primato dell’obbedienza e dell’ortodossia su ogni emendamento istituzionale e morale.

È però altrettanto vero che il Morone, a Roma come a Trento, a Regensburg come ad Augusta e Vienna, mantenne il timone della Chiesa romana lungo una nuova rotta che fu di per sé una parte sostanziale della stessa Controriforma: età in cui si stabilì definitivamente la frattura politico-religiosa del cristianesimo che uomini come Reginald Pole, Gasparo Contarini e Morone stesso avevano fatto di tutto per evitare.

Le ambiziose, ma intrinsecamente fragili, iniziative di «riconquista» cattolica attuate da Roma e dai gesuiti nella seconda metà del Cinquecento europeo; il tentativo papale di sostenere gli stati cattolici coinvolti nel conflitto religioso e di contrastare la minaccia islamica; il venir meno della dimensione romano-pastorale a nord delle Alpi; il tentativo di mantenere buone relazioni con il bastione degli Asburgo e di influenzare la successione dei sovrani in situazioni istituzionali complesse come l’area polacco-lituana; le relazioni con la Chiesa ortodossa; la direzione delle coscienze dei credenti di lingue e culture diverse: erano questi i temi cruciali della politica religiosa cattolica cinquecentesca che solo diplomatici del valore e dell’esperienza dell’«eretico» Morone potevano affrontare con qualche speranza di successo. «Eretico», ma indispensabile: questo, crediamo, fu il tratto distintivo della solo apparentemente contraddittoria esperienza di Morone, la cui ricostruzione getta luce su un’intera epoca.

Nonostante il ruolo di protagonista assoluto della politica papale per quasi mezzo secolo, nonostante fosse stato proclamato «salvatore della Chiesa» per aver portato a termine l’impresa tridentina, nonostante l’irreprensibile rigore della vita privata, fino alla morte nel 1580 Giovanni Morone continuò tuttavia a essere considerato, agli occhi di molti, una sorta di eretico sfuggito a meritata condanna. Una figura del tutto inconciliabile con la storia apologetica di sé che il papato controriformistico mirò a ricostruire dalle fondamenta nei secoli della Controriforma.

 

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