Una pratica diffusa nell’Europa moderna che, se funzionò con la peste, si rivelò inefficace con il colera

Nell’Europa di età moderna, la malattia contagiosa e incontrollabile era una fattore di drammatica e temuta instabilità. In una società che aveva come sua caratteristica la pervasività e la tendenziale immutabilità delle gerarchie sociali, sempre evidenti ed esse stesse fattore di stabilità, l’epidemia era un evento devastante. Se la malattia dilagava la differenza tra il nobile e tutti gli altri rischiava di svanire, i confini crollavano, le gerarchie divenivano fragili, talvolta evanescenti. E allora un morbo dal contagio veloce, dal decorso rapido, dallo sviluppo incontrollabile ha un solo nome: la pestis. E così viene identificata anche se si tratta di altro. Un’indifferenziata immagine di patologia viene legata al possibile e letale sovvertimento della società.

Per secoli, fino pressoché alla fine dell’età moderna, la teoria “aerista” e quella “contagionista” diedero vita a una complicata convivenza. La prima spiegazione delle origini delle epidemie si basava su due elementi: l’aria corrotta e putrefatta (che si credeva risultato di movimenti degli astri o di influenze malefiche, oppure consisteva in esalazioni maligne originate da cadaveri, da rifiuti, da acqua stagnante e inquinata) e gli umori cattivi presenti nei corpi. I “miasmi” raggiungevano l’uomo per inalazione o contatto e causavano uno squilibrio tra gli umori tale, a volte, da determinare la morte immediata.
La teoria “contagionista” si basava su un presupposto pressoché opposto: veleni specifici si attaccavano alle cose e vi rimanevano a lungo, trasmettendo così la malattia.

Per evitare il contagio vi era un solo modo: isolare gli uomini dai miasmi o gli uomini e le cose dagli agenti patogeni. Bisognava quindi prima chiudere i confini, poi circoscrivere ulteriormente alcune zone del territorio statale, quindi rendere pressoché impenetrabili i centri abitati e infine individui e cose in luoghi specifici. Come i lazzaretti o le abitazioni. E ugualmente era necessario predisporre magistrature stabili o solo temporanee che, con autorità e autorevolezza, gestissero situazione e strumenti di emergenza; al contempo andavano strutturati apparati di trasmissione rapida delle notizie che consentissero interventi altrettanto rapidi.

Tra coloro che consolidarono questo sistema e che contribuirono alla sua affermazione nell’intero continente europeo vi fu il protomedico del Regno di Sicilia Giovanni Filippo Ingrassia e l’epidemia di peste che colpì Palermo nel 1575 divenne terreno di sperimentazione.

Il complesso di misure che mirava a rendere impenetrabili i territori veniva gestito da magistrature essenzialmente politiche, in cui i medici, pur presenti, avevano ruolo e peso abbastanza limitato. Infatti, in uno stato di “antico regime” l’imposizione di misure di isolamento e provvedimenti restrittivi della circolazione di uomini e merci rischiavano di generare rapidamente difficilissime crisi: drammatici problemi di approvvigionamento, impossibilità di raggiungere i luoghi di lavoro, sovvertimento dei rapporti commerciali internazionali e delle relazioni diplomatiche, contrasti tra potere centrale e comunità locali, criticità nelle relazioni con individui e gruppi di potere interessati alle attività produttive e commerciali, pericolosi focolai di instabilità nelle grandi città che avrebbero potuto sfociare in rivolta.

Era dunque necessario che la gestione di un’epidemia fosse soprattutto politica e che si bilanciassero le esigenze sanitarie con quelle di tipo sociale ed economico: spesso la rigidità dell’isolamento lasciava spazio alla mediazione politica tanto a livello delle relazioni internazionali e del potere centrale quanto a livello locale. A tal fine, uomini dotati di prestigio e di capacità di dialogo erano utili alla stabilità degli Stati tanto quanto i medici. Infine, abilità tecniche e soprattutto capacità politiche erano necessarie per la gestione di alcune misure: il “cordone sanitario” (che isolava, in teoria totalmente, parti, anche molto consistenti del territorio, interrompendo relazioni e attività); la “quarantena” che, con l’isolamento, anche piuttosto lungo, troncava traffici di uomini, merci e imbarcazioni; i “bollettini”, che limitavano fortemente la possibilità di movimento delle persone.

 Colera virus

Le migliori condizioni igieniche e il perfezionamento degli strumenti di controllo, isolamento e profilassi fecero indebolire e quasi scomparire dall’Europa le epidemie di malattie “pestilenziali”, ma il declinare di queste si accompagnò nel XIX secolo alla diffusione globale del colera. Questa volta il nemico non proveniva dall’esterno ma era dentro le città; tutto ciò rese pressoché vano un apparato politico, tecnico e medico volto alla gestione dell’isolamento e che si era consolidato nel corso di molti secoli.

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