Quando il contatto, se pur virtuale, è urgente e necessario

“Il bambino è una sorgente d’amore, quando lo si tocca, si tocca l’amore”.

Questa frase della pedagogista Maria Montessori esemplifica uno dei principali problemi vissuti dalla scuola italiana in questo momento. A causa della quarantena, la didattica a distanza (DaD) ha sostituito la normale quotidianità scolastica nelle vite di studenti e alunni così come in quelle delle loro famiglie. L’impatto del cambiamento non riguarda solo gli equilibri dei nuclei familiari, né la semplice dinamica dell’insegnamento, ma anche il rapporto tra docente e discente. 

Parlando con Giovanna Brucato e altre insegnati elementari, la prima problematica che emerge dalla situazione in cui i docenti si trovano è proprio la mancanza dell’aspetto umano, che in queste settimane di pandemia rende più complessa la didattica. Privato di quel rapporto uno a uno legato al contatto diretto, della costruzione di un percorso empatico con i bambini, il processo è, per forza di cose, più freddo e distaccato.
Lo schermo del dispositivo elettronico riesce a trasmettere solo una piccola percentuale della presenza umana necessaria a stimolare e motivare l’alunno, rendendo la DaD poco più che un semplice meccanismo per il passaggio delle informazioni, meno focalizzato sulla crescita dell’individuo.  

Purtroppo non è questo l’unico neo della docenza a distanza: senza il rapporto con il luogo fisico della scuola, anche e soprattutto da parte dei genitori, viene a mancare la visione dello studio come dovere. In alcuni casi, per il bambino come per la famiglia, lo studio da casa sembra perdere il proprio valore didattico, venendo vissuto quasi come un momento di vacanza.
Per il docente è esattamente il contrario. La mole di lavoro è più grande e assorbe l’intera giornata. Come accade in altre professioni passate in smart working, spesso si considera la persona obbligata a stare in casa possa impiegare tutto il proprio tempo per lavorare al computer, come se la quotidianità avesse smesso di esistere. Tornando strettamente alla scuola, il livello di burocratizzazione della didattica non è affatto cambiato. Semmai è aumentato, portando l’insegnante a spendere più tempo per la compilazione dei registri e la comprensione dei nuovi sistemi.      

Leggermente diversa è la situazione delle scuole medie. Lì le difficoltà sono state diverse, soprattutto per i docenti più anziani, che, a dispetto dell’impegno personale, hanno a loro volta dovuto imparare a gestire le nuove piattaforme, rallentando l’effettiva messa in atto della DaD. 

Laura Tutrone, entrata da quattro anni nel mondo dell’insegnamento, pone l’attenzione sul pericolo della dispersione scolastica, soprattutto negli istituti di periferia, dove l’adattamento a questa nuova realtà è stato reso difficile dalla mancanza di supporti elettronici, tanto per i docenti quanto per gli studenti.

«La trasmissione del sapere cambia completamente, richiede molta più fatica e viene meno la relazione interpersonale con l’allievo. Come diceva Platone: “insegnare è una relazione che avviene attraverso l’amore” e senza avere davanti i tuoi studenti questo diventa difficile», afferma la docente. Precisando come la formazione a distanza non sia affatto inclusiva, soprattutto per motivi economici: molti sono infatti tagliati fuori dalle lezioni via internet anche solo per la mancanza del wi-fi nelle case. Senza contare la necessità di dividere lo smartphone, spesso unico dispositivo disponibile, con il resto del nucleo familiare. Ovviamente le scuole e le istituzioni si sono attivate acquistando non solo tablet, ma anche schede prepagate per consentire il traffico dati dai cellulari. Peccato i tempi della burocrazia abbiano rallentato tutto, rendendo disponibili le risorse da metà aprile.    

Stando ai rapporti redatti dai docenti, gli studenti delle secondarie inferiori coinvolti nella didattica a distanza tendono a distarsi più facilmente rispetto ai liceali e, più che apprendere realmente i contenuti delle lezioni, partecipano invece cercando quel contatto umano venuto improvvisamente a mancare. Il ruolo dell’insegnante diviene quindi quello di supporto per i ragazzi in un momento storico come questo, in cui la perdita di abitudini e certezze crea smarrimento e confusione, trasformando il momento dell’incontro digitale in occasione di riflessione.

«La scuola senza contatto umano non è scuola. La scuola è relazione e, senza questo, viene meno la base dell’insegnare, che va oltre le nozioni enunciate a voce, sviluppandosi anche e soprattutto attraverso la gestualità, il contatto visivo e la semplice presenza fisica del docente».

La tesi della Tutrone viene supportata dal punto di vista di altri docenti, che vedono la DaD come una soluzione necessaria per fronteggiare una situazione di emergenza, ma che deve essere solo temporanea. Quasi tutti gli insegnanti puntano l’attenzione al vero ruolo della didattica a distanza, necessaria, più che per la trasmissione del sapere, al mantenimento del contatto con gli studenti. 

Indubbiamente, non attivare questo sistema suppletivo avrebbe voluto dire perdere completamente gran parte dei ragazzi a rischio di dispersione scolastica, ma a lungo andare non rappresenta una soluzione duratura. In questo senso il ruolo dell’insegnante rispetto allo studente è cambiato. Pur venendo meno il riferimento fisico immediato, per i professori è importante riuscire ad essere una presenza nella giornata dei propri alunni. Tenendoli legati alla scuola, stabilendo un filo che impedisca loro di perdersi e abbandonare lo studio.

Molti docenti confermano di aver riscontrato, soprattutto nelle periferie, la mancanza di contatti sia con gli studenti che con le loro famiglie. Questi casi, segnalati all’Osservatorio Nazionale per la Dispersione Scolastica, divengono prioritari per gli insegnanti, che fanno di tutto per rintracciare i ragazzi, anche solo per averne notizie, mettendo in primo piano le necessità educative dell’individuo, sul quale il distanziamento sociale influisce negativamente, compromettendone le capacità sociali e relazionali. 

«Paradossalmente sono gli alunni stessi che, abituati alle relazioni virtuali, sembra stiano comprendendo quanto le relazioni via social media abbiano comunque bisogno dell’appoggio della relazione fisica per non essere vacue: questo rappresenta una riabilitazione del contatto umano rispetto ad una generazione. In questo senso l’edificio stesso rappresenta un metodo di scolarizzazione, soprattutto nel periodo dell’infanzia e della preadolescenza, dove la relazione fisica è fondamentale per la crescita individuale», analizza la Tutrone presentandoci forse uno dei risvolti più importanti per l’educazione e la crescita dei ragazzi.

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