La vita e le opere di Don Juan Vivas de Cañamás raccontate da Antonello Mattone nel suo nuovo saggio

Tutta la storiografia recente converge verso un’idea del rapporto fra Spagna e Italia nel Cinque e nel Seicento assai diversa da quella tradizionale.

Gli Asburgo non furono solo i dominatori di gran parte della penisola per due secoli. Il loro impero costituì un importante quadro di integrazione politica che consentì all’Italia una partecipazione non proprio marginale alla grande storia europea. E persino il viceregno di Sardegna, generalmente considerato alla periferia, partecipò con un proprio ruolo alla vita di quello che in altri miei studi ho definito il sottosistema Italia: cioè una parte del sistema imperiale spagnolo caratterizzata dall’integrazione e dall’interdipendenza fra le sue differenti componenti, vitale soprattutto per la difesa mediterranea e per la politica economica dell’intero complesso asburgico.

I viceré furono la figura-chiave della catena di comando che consentì alla macchina imperiale spagnola di funzionare per circa due secoli e di realizzare l’egemonia mondiale. Il viceré sardo, in particolare, come alter ego del sovrano, fu il mediatore fra l’unità dinastica e il reino pactionado di Sardegna, teso a difendere i suoi privilegi cetuali, ma anche a creare un forte senso di appartenenza alla nazione patria.
La storia raccontata da Antonello Mattone in Don Juan Vivas de Cañamás. Da ambasciatore spagnolo in Genova a viceré del Regno di Sardegna (Milano, Franco Angeli, 2019), rispecchia assai bene, nella particolare congiuntura compresa fra gli anni di Filippo III, l’ascesa al trono di Filippo IV e la prima fase della guerra dei Trent’anni, le pratiche di governo fra centro e periferia, la fenomenologia e la dinamica dei rapporti fra la massima autorità spagnola, le  istituzioni e la società sarda, la biografia e la personalità di un viceré.

Juan Vivas de Cañamás aveva iniziato la sua carriera come paggio alla corte di Filippo II. Veedor general del regno di Valencia, si trasferì in Italia nel 1599, servì il governatore di Milano, conte di Fuentes, fu quindi nominato ambasciatore spagnolo a Genova nel 1600, dove ricoprì la carica fino al 1623. Nella repubblica ligure, un vero e proprio crocevia delle politica europea tra Mediterraneo occidentale e Mediterraneo orientale, partecipò ad una congiuntura particolarmente delicata del rapporto tra finanza pubblica e finanza privata nella fase centrale del “secolo dei genovesi”, principali finanziatori, attraverso gli asientos e gli juros, dell’impero spagnolo. Al principio della guerra dei Trent’anni il Vivas seguì la fase dell’occupazione spagnola della Valtellina. Nel 1623 fu nominato viceré di Sardegna e morì nel 1625.

Il suo cursus honorum seguì dunque uno schema assai simile a quello di altri alti amministratori dell’impero: cariche negli apparati giudiziari o finanziari regionali-ambasciata-viceré, una carriera che, generalmente, si concludeva al Consejo de Estado. Anche la formazione, i valori, i riferimenti culturali dei ranghi alti e medi dell’amministrazione erano comuni: basti pensare al ruolo di Giusto Lipsio e del Tacitismo nella Bildung di Vivas, autore, peraltro, di scritti politici come gli Aforismos.

Scrive Mattone a tale proposito:

“Lipsio offriva a una generazione di uomini di governo, interessati al rafforzamento del potere statale, una serie di regole per la costruzione dello Stato moderno come giustizia, disciplina, economia, che erano alla base della grande esperienza dell’impero romano”.

Le Istruzioni che furono impartite al Vivas all’atto dell’assunzione della carica vicereale sono esemplari di quella funzione di sottosistema assegnata all’Italia e ai suoi viceregni da Madrid. Si raccomandano l’equilibrio e il bilanciamento dei poteri, il collegamento con le piazze di Milano, Napoli e Sicilia per le forniture militari; si suggeriscono orientamenti in materia di politica economica ed ecclesiastica. Il rapporto fra centro e periferia dell’impero, tempi e modalità coincidenti nell’attivazione di strutture per la difesa militare come la costruzione di torri costiere sono un’ulteriore dimostrazione della tendenza sistemica ad attuare un coordinamento fra le linee direttrici unitarie e la loro traduzione nei reinos.

La strategia vicereale in Sardegna fu assai articolata, ma anche non dissimile da quella realizzata in altri viceregni come la Sicilia: alla gestione vicereale della contrapposizione fra Palermo e Messina corrispose quella del Vivas, che utilizzò il conflitto tra Sassari, sede di funzioni e ceti urbani, caratterizzati dal primato di agricoltura e artigianato, e Cagliari, città di burocrati e mercanti.

La dipendenza dalle direttive di Madrid, in cui era asceso al vertice del potere il conte-duca d’Olivares, indusse il Vivas a comprimere le istanze particolaristiche locali. Lo scontro si verificò nel Parlamento del 1624, approfonditamente analizzato da Mattone. Luogo del contendere fu l’istituzione della flotta e provvedimenti antibaronali. L’approvazione di entrambi fu resa possibile, a giudizio di Mattone, dalla sapiente gestione delle contrapposizioni interne ai ceti regnicoli, che, nonostante i numerosi tentativi di delegittimazione messi in atto nei confronti del viceré, non ne scalfirono l’autorità.

Ma, a parere di chi scrive, a decretare la vittoria della massima autorità di governo del territorio in Sardegna, non fu tanto e solo la divisione interna all’opposizione cetuale. Fu piuttosto la natura stessa della carica di viceré in quanto vertice dell’amministrazione e, al tempo stesso, alter ego del sovrano, suo rappresentante nei territori soggetti. Fu altresì la somma di chance, di cui disponeva il viceré: la decretazione dei Capitoli accolti quasi sempre dal re; la forza di pressione per far approvare i donativi; il sostegno del Consejo de Aragon; il legame con la politica madrilena e con lo schieramento egemonico a Corte, in questo caso rappresentato dal regime di Olivares; il ruolo soprattutto militare della carica, particolarmente decisivo durante la campagna olivaresiana di Union de las armas.

Per tutti questi motivi il “costituzionalismo consuetudinario” – così lo chiama l’autore – dei ceti sardi aveva poche possibilità di spuntarla.

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