Home Eventi Chiaromonte, lusso, prestigio, politica e guerra nella Sicilia del Trecento

Chiaromonte, lusso, prestigio, politica e guerra nella Sicilia del Trecento

225
0

Intervista al rettore, Fabrizio Micari e al curatore, Giovanni Travagliato

È stata inaugurata venerdì 25 ottobre, a Palazzo Chiaramonte-Steri e Carcere dell’Inquisizione Spagnola, sede del Rettorato, la mostra “Chiaromonte – Lusso, prestigio, politica e guerra nella Sicilia del Trecento – Un restauro verso il futuro”.
In primo piano, la storia della famiglia nobiliare – i Chiaromonte, appunto – che dimorò nel palazzo dal 1307 al 1392.
Hanno inaugurato la mostra il magnifico Rettore dell’Università degli Studi di Palermo, Fabrizio Micari, Paolo Inglese, Direttore del Sistema Museale di Ateneo, Lina Bellanca, Soprintendente ai BB.CC. AA. di Palermo, Maria Concetta Di Natale, docente di museologia e storia delle arti decorative, Marco Rosario Nobile, docente di Storia dell’Architettura e della Città e Giovanni Travagliato, docente di storia dell’arte medievale e delegato alla Terza missione per il dipartimento Culture e Società. La progettazione grafica e il coordinamento degli apparati didattici della mostra è di Sergio Intorre, docente di Strumenti e Metodologie per la digitalizzazione e valorizzazione dei Beni Culturali.

Ingresso libero, tutti i giorni dalle 10.00 alle 18.00, fino al 6 gennaio 2020


Abbiamo intervistato il Rettore, Fabrizio Micari.
Qual è la valenza di questa mostra per l’Università di Palermo?

F.M. “La sua realizzazione ci dà una grande gioia. Compito della Terza missione è rafforzare la presenza sul territorio, significa disseminazione culturale, organizzazione di eventi di questo tipo. Per noi i Chiaromonte sono ancora in qualche misura i padroni di casa, perché nel Trecento questa famiglia ha rappresentato una fase fondamentale della storia della Sicilia. Dal mio punto di vista è anche stata l’occasione di assistere a un lavoro corale dell’ateneo. Sono state coinvolte moltissime professionalità: accademici, esperti di storia, e di rilievo architettonico, storici dell’arte e dell’architettura. Una confluenza di competenze appassionata, insomma,  di cui sono molto contento.” 

Dal momento che è in corso la rassegna delle Vie dei Tesori, la mostra entrerà nel circuito della rassegna culturale? 

F.M. “In realtà è parallela alle Vie dei Tesori. Tuttavia reputo positivo il fatto che la mostra sia un’altra importante offerta culturale in questo periodo. Credo che possa essere un’altra occasione importante per tutti i visitatori.”

Qual è il pezzo forte della mostra? Lo chiediamo al curatore, Giovanni Travagliato.

G.T. “Quello che a me ha commosso di più è il Crocifisso voluto da Manfredi I Chiaromonte per la sua cappella funeraria in San Nicola alla Kalsa. L’autore di questo pregevole manufatto è tedesco. Grazie a questa mostra, l’opera d’arte è tornata a una fruizione proporzionata per la sua forma: pochi si soffermano a osservarlo in Cattedrale, in cui è esposto dal 1311. Nessuno, a parte i Chiaromonte e noi oggi, in occasione di questa iniziativa, lo ha potuto guardare così, dal basso. Con quelle ferite tipiche dello stile gotico, che ancora commuovono a mostrano l’umanità di Cristo”.

Sulla scorta di quanto è stato detto, esiste un legame tra lo stile del crocifisso e quello della pittura protestante di Mathias Grünewald?

G.T. “Il crocifisso è stato realizzato circa duecento anni prima, e le opere più recenti pèresenti in questa mostra sono dei primi vent’anni del Quattrocento. Certamente la cultura protestante e la Controriforma insisteranno molto sul tema del Dio-uomo espresso nel crocifisso, ma per noi è una parentesi. Il crocifisso gotico doloroso è di matrice tedesca, da noi continua l’ideale cortese. In questo senso possiamo parlare di gotico cortese. Ecco la ragione dell’importanza di quest’opera, che ha influenzato tanti artisti, come frate Umile Pintorno da Petralia, nel Seicento. Di certo, chi lo ammirerà farà insieme un salto nello spazio e nel tempo”.

La mostra introduce un periodo storico a volte trascurato.

G.T. “È vero. Il Trecento siciliano spesso è visto come qualcosa di secondo rispetto a quello toscano: i libri di storia dell’arte parlano sempre di Giotto, dei giotteschi, della cultura centro italiana, delle grandi corti e committente. La Sicilia, finita la grande stagione normanna e sveva, non ha né una grandissima committenza né nomi di rilievo. Però negli ultimi gli studi storici hanno approfondito la vita delle grandi famiglie feudali, delle corti che aspirano a diventare signorie. E gli studi di storia dell’arte hanno recuperato la realtà isolana, peculiare rispetto all’arte delle altre regioni d’Italia, perché accorpa tradizione e novità. I riverberi delle scuole senese e pisana, ma anche la nuova iconografia come la Madonna dell’Umiltà. E poi c’è il legame con il Mediterraneo: la Sicilia non è mai isolata. In quanto isola ha rapporti con le altre realtà politiche che gravitano intorno al mare nostrum, in primo luogo con i mercanti che portano con sé piccole sculture, codici miniati, dipinti di devozione. Arriva una visione nuova della pittura di Giotto e dell’oreficeria. E gli smalti dei calici, che abbiamo esposto sono carichi di questa cultura.”

Lascia un commento

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.