Il “Ritratto di donna Franca Florio” di Boldini è uno dei simboli più rappresentativi della Belle époque palermitana, da sempre conteso dai grandi collezionisti. Uno studio svela i misteri nascosti della tela.

La storia del dipinto di Donna Franca

Nel 1901 Ignazio Florio commissionò a Giovanni Boldini, acclamato pittore italiano trasferito a Parigi ed interprete del mondo femminile della Belle époque, un dipinto che immortalasse degnamente la radiosa bellezza della moglie, Franca Jacona di San Giuliano.

Boldini, artista animato da un’effervescente vocazione alla mondanità, non se lo fece ripetere due volte, e nello stesso anno si trasferì da Parigi a Palermo, dove fu ospite dei Florio, realizzando così il ritratto. 

Il quadro fu esposto alla Biennale di Venezia nel 1903 su richiesta dello stesso Ignazio Florio. 

Il ritratto di Boldini e l’abito originale di Donna Franca Florio

Nella prima versione del dipinto, era stato scelto dal guardaroba di Donna Franca Florio uno splendido abito da sera in velluto di seta nero, con maniche e guarnizioni dello stesso tessuto controtagliato, che ne esaltava la figura alta e slanciata, la carnagione ambrata, la capigliatura scura e i luminosi occhi verdi.
Il vestito è tutt’ora esistente e si trova a Firenze, presso il museo del Costume e della moda a Palazzo Pitti.

Boldini, dunque, ritrasse la nobildonna con uno dei suoi favolosi abiti, ma omise un accessorio importante: la pettorina di merletto con collo alto che rendeva il vestito ben più austero e in accordo con i tempi. 

La versione attuale del dipinto non è più quella della Biennale di Venezia del 1903: il vestito con cui è ritratta Donna Franca è corto sopra la caviglia, e si presenta proprio secondo i canoni degli abiti in voga con la moda degli anni dieci del Novecento. Proprio su questo particolare si costruirono quei “misteri” legati al dipinto che è bene chiarire. 

Le modifiche del dipinto. Una o più tele?

Nei libri di storia dell’arte si legge di due o tre versioni diverse del dipinto. In realtà, le modifiche sono state effettuate sempre sulla stessa tela, quella iniziata nel 1901 ed esposta alla Biennale di Venezia nel 1903.

La prima correzione è stata cambiata da Boldini intorno al 1910  e poi nel 1924 trasformando il grande vestito tradizionale indossato dalla nobildonna con uno alla moda in quegli anni. Il direttore del dipartimento di dipinti e disegni della casa d’aste Bonino, Matteo Smolizza, ha spiegato infatti quanto sia evidente che la parte superiore del dipinto presenti un solo livello di colore, mentre la parte centrale e bassa mostra la sovrapposizione di molti livelli di nuova pittura. 

Le conferme ai raggi X della tela di Boldini

Un’analisi, quella di Smolizza, confermata dalle analisi svolte dal laboratorio tecnico scientifico dell’università La Sapienza di Roma. 

Viene così meno la leggenda un po’ romantica di un rifiuto dell’opera da parte di Ignazio Florio per la posa poco decorosa della moglie, che invece appare conforme all’etichetta nelle foto che testimoniano lo stato iniziale del dipinto. Viene meno anche la tesi, ancora più improbabile, che i Rothschild – ai quali il dipinto fu ceduto – avessero posseduto due versioni dell’opera con lo stesso soggetto, decidendo di mostrare e concedere l’esposizione dell’una ma non dell’altra.

L’unica tela mai esistita è quella che è stata ceduta da Boldini ai collezionisti nel 1924, con la documentazione dell’archivio del pittore, solo proprietario della tela fin dal 1901, incluso il materiale relativo all’esposizione alla Biennale nel 1903.

Dove si trova il “Ritratto di Donna Franca Florio”

Boldini Franca FlorioGli anni venti del Novecento rappresentarono la piena fase di declino della casata dei Florio, che  perciò era impossibilitata all’acquisto del dipinto.
Giovanni Boldini, pertanto, si ritrovò costretto a vendere la tela nel 1927-28 al barone Rothschild, che la portò con sé in America. 

L’opera venne rimessa in vendita da Christie’s – la più grande casa d’ aste al mondo – dai discendenti di Rothschild, il 1º novembre 1995, per poi ricomparire sulle aste il 25 ottobre 2005. Venne battuta da Sotheby’s a New York e acquistata per la cifra di ottocentomila euro dalla Società Acqua Marcia di Francesco Bellavista Caltagirone, titolare di diversi alberghi di lusso in Sicilia. Fu in questo modo che il ritratto di Donna Franca Florio ritornò a Palermo, e venne esposto in una sala del Grand Hotel Villa Igea. 

Nel 2017 il ritratto è stato nuovamente messo all’asta a causa della società di Caltagirone. Sono state promosse numerose campagne di sensibilizzazione e di crowdfunding ad opera della nipote, Costanza Afan de Rivera, per l’acquisto dell’opera da parte dei cittadini, promosse anche da personalità come Nello Musumeci e Vittorio Sgarbi, ed evitare così che l’opera finisse in una collezione privata.

Ma il 30 aprile l’offerta vincente di 1 milione e 133mila euro ha aggiudicato l’opera ai marchesi Marida e Annibale Berlingieri. La tela si trova quindi esposta presso il palazzo privato Mazzarino, a Palermo. La base d’asta si è rivelata essere molto alta rispetto a quanto la soprintendenza ai Beni culturali avesse attribuito, cioè un  valore al quadro per un importo di 600 mila euro, ma all’epoca la base d’asta superava già questa stima. Motivo per il quale la Fondazione Sicilia non poté acquistare il dipinto. 

Palermo Capitale della Cultura 2018 

Franca Florio Palermo
@ Photogallery – Fondazione Sicilia

Più di 7000 mila persone. È stato un vero e proprio pellegrinaggio di gente quello a Villa Zito durante la manifestazione di Palermo Capitale della Cultura 2018: era tornata donna Franca Florio in città. A dare il benvenuto all’opera venne istituito un comitato scientifico presieduto da Vittorio Sgarbi; tra i componenti anche la nipote, Costanza Afan de Rivera Costaguti, e un comitato d’onore presieduto da Leoluca Orlando e composto da vari rappresentanti tra cui Raffaele Bonsignore, presidente di Fondazione Sicilia. 

La mostra, a cura di Matteo Smolizza, è stata resa possibile grazie alla sensibilità dei Berlingieri, proprietari del quadro, nell’ottica di apertura all’intera città. Era proprio come se fosse tornata Donna Franca in persona, racconta Bonsignore: «Ricordarla così era la cosa più giusta da fare visto che Palermo durante l’epoca dei Florio è stata effettivamente capitale della cultura, a livello europeo».

Di notevole importanza, ha spiegato Bonsignore, è stata la presenza della nipote, Costanza, che si è spesa tanto  sia per la causa dell’acquisto del quadro che dell’intitolazione alla nonna Franca della strada che porta al villino dei Florio, oggi via Gugliemo Oberdan.

«Mi dispiace che non abbiano intitolato la strada del Villino Florio a Donna Franca. La Società siciliana di storia patria, però, aveva espresso parere negativo e nonostante non fosse vincolante, il prefetto non ha mai deciso di fare il contrario. Speriamo si possa cambiare idea» conclude Raffaele Bonsignore. 

Il ritratto di Giovanna Florio a Villa Zito

Giovanna FlorioQuello di Donna Franca non è l’unico dipinto che raffigura le donne della dinastia. Esposto a Villa Zito, c’è anche il ritratto di Giovanna Florio. Giovannuzza, così era chiamata dalla famiglia, la primogenita di Ignazio e Franca, scomparsa prematuramente all’età di nove anni.

La piccola era nata nel 1893 ma nell’estate del 1902 era stata colpita da una febbre violenta e inarrestabile. I Florio si erano così trasferiti nella loro villa ai Colli sperando che il cambiamento d’aria le giovasse. Ignazio aveva chiamato appositamente per lei un celebre clinico da Bologna, Augusto Murri. La bambina però non rispondeva più agli stimoli esterni e stava raggomitolata su un fianco in posizione fetale. La tisi aveva preso il sopravvento, non c’era più nulla da fare. 

Il dipinto di Ettore De Maria Bergler, più che un ritratto, è un’immagine ricordo dolorosamente toccante. Per ricostruire l’evanescenza della fisionomia della bambina, il pittore ricorre al pastello. L’eleganza della posa sembra richiamare le immagini regali del Cinquecento, ed è accentuata dall’abitino bianco e dal copricapo indossato dalla piccola. 

Il ritratto è stato donato, insieme ad altre opere, negli anni ‘90 da un erede di Ettore De Maria Bergler, con obbligo di esposizione per la Fondazione Sicilia.

 

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