Solitudine, silenzio, paura. È il trinomio che ha caratterizzato la condizione degli ammalati gravi da Covid-19 negli ospedali, gli intubati, i ricoverati in terapia intensiva.

Le conseguenze del virus: l’allontanamento dalla famiglia, l’abolizione del rito del commiato e la fame di affetto

Il clima che qui si è vissuto ha accomunato pazienti, personale medico e sanitario, tutti gli operatori a diretto contatto con l’epidemia. I malati esibiscono un carattere comune: sotto il lenzuolo bianco, facce bianche sono ridotte a due occhi neri. Nessuno parla. “Prima – dice la dottoressa Patrizia Trivelli – i malati chiedevano: quando andrò a casa, dove mi mandate, cosa ho, cosa mi date, cosa mi fate, quando possono venirmi a trovare. Ora no. Solo silenzio, e la paura in fondo allo sguardo. Si affidano a noi, come se il virus li facesse tornare bambini”.

Mauro Pozzer è un fotografo che con le sue immagini in bianco e nero ha documentato il dolore e la solitudine negli ospedali di Vicenza e provincia, soprattutto nei reparti di terapia intensiva e geriatria. Spoglie camere da letto in garage per il personale sanitario, che ha paura di tornare a casa col rischio di contagiare genitori, figli e altri parenti; gli effetti personali dei pazienti morti accumulati nei sotterranei del reparto malattie infettive, in attesa di essere bruciati; gli occhi degli anziani che si illuminano nel vedere figli e nipoti attraverso il tablet, i loro teneri baci impressi su quelle immagini, surrogato tecnologico della presenza fisica. Quello di Pozzer è un vero archivio storico del Covid, eloquente più di tante altre fonti.

La “solitudine del morente” è la fine di una persona tolta dal suo luogo di vita. È il senso del distacco per sempre. Conclude la silenziosa esclusione dalla comunità umana degli individui senescenti e morenti, il progressivo raffreddamento del loro rapporto col mondo. Secondo Norbert Elias (autore del libro La solitudine del morente) la nostra società ha rimosso la sofferenza e la morte perché sono fonti di malessere e di disagio per chi rimane in vita. L’allontanamento della morte è un aspetto del processo di civilizzazione. Quindi il novantenne Elias auspica che il distacco dal mondo non avvenga in totale solitudine.

La ricerca storica ed empirica ha smentito Elias. Marzio Barbagli ha scritto che “la cerimonia domestica della morte” è spesso rimasta una chimera nella storia. Guerre, carestie, epidemie stanno a dimostralo. Piuttosto sono altri i cambiamenti prodotti dalla società attuale: l’aumento della durata media della vita, l’allentamento dei legami familiari, “l’eclissi del sacro”, i progressi della microbiologia, della batteriologia, le più avanzate conoscenze mediche, l’“ospedalizzazione della morte” che ha come obiettivo, tra gli altri, la riduzione della sofferenza e il diritto di sapere del paziente.

Sia Elias che Barbagli convengono comunque su due fattori: la morte, generalmente, riunisce parenti e amici in una ritualità che ha cambiato forme, ma che persiste; ciascuna morte è un evento unico. Col Covid-19 si muore invece lontani dall’ultimo saluto, i moribondi diventano quasi numeri all’interno di serie statistiche e quindi la morte perde il suo carattere di evento unico.

Il 28 marzo 2020 viene reso noto il testo di un appello firmato da un gruppo di teologi e pastori laici: “La morte è entrata nelle nostre case. Ogni giorno – vi si legge – riceviamo con sgomento le cifre dei decessi a causa del virus. È diventato un bollettino di guerra guardare il telefono, leggere e ascoltare le notizie di cronaca.

Dietro l’anonimato dei numeri ci sono volti, nomi, storie, persone che hanno intersecato le nostre vite: i nostri genitori, parenti, amici, colleghi e conoscenti. Molti di loro hanno vissuto la tragedia di morire da soli, senza l’affetto dei loro cari. Potrebbe accadere anche a noi. Il virus colpisce in modo indistinto. Potrebbe succedere anche a noi di trovarci in ospedale, da soli, senza la presenza di un familiare. Si pensa con spavento alla propria morte, ma ora appare ancora più temibile l’idea di doverla affrontare nella solitudine senza la possibilità di congedarsi dai propri cari. Sappiamo che da sempre il reparto di terapia intensiva è luogo interdetto ai visitatori; e che nei momenti di epidemia le cautele si fanno ancora più stringenti.

Tuttavia nel dibattito democratico che non dovrebbe venir meno anche in questi momenti di emergenza vorremmo richiamare l’attenzione sul venir meno del carattere umanizzante del morire, senza il quale si lascia la persona morente nella solitudine affettiva. Chi muore da solo non ha la possibilità di far sentire la propria voce, le sue ultime volontà. Al massimo, le si può consegnare al personale medico.

Un metro di misura dell’umanità di una società civile è dato dal tutelare i più deboli, dando voce a quanti non hanno voce. Riteniamo che anche questo rivesta il carattere di emergenza che muove le decisioni di questi giorni. Chiediamo dunque che ci si interroghi seriamente su questo aspetto e che si provi a formulare un protocollo che tenga assieme le ragioni della salute con quelle degli affetti.

È veramente improponibile pensare che una persona cara, nell’assoluto rispetto delle norme sanitarie, possa essere presente per accompagnare un proprio congiunto nel delicato momento del passaggio dalla vita alla morte? Si può, con fatica, accettare la solitudine della tumulazione: una volta passata l’emergenza, ci potranno essere gesti pubblici per elaborare il lutto.  Ma per chi muore non si possono differire i tempi: c’è un unico momento. Nessuno merita di morire da solo, nemmeno in una situazione come l’attuale, sotto il ricatto del sacrificio per il bene dei propri cari.

Come il personale sanitario, con le dovute cautele, può avvicinarsi al morente, così, a nostro giudizio, è necessario pensare di prevedere la presenza di un congiunto”.
E così conclude l’appello: “Nell’emergenza, insieme all’eccellenza sanitaria e al governo politico della situazione, facciamo emergere anche una chiara attenzione al profilo umano di quanti sono vittime dell’epidemia”.

È straziante la lettera di addio scritta dal nonno, morto in una residenza per anziani:

“Da questo letto senza cuore scelgo di scrivervi, cari miei figli e nipoti (…) Comprendo di non avere più tanti giorni, dal mio respiro sento che mi resta solo questa esile mano a stringere una penna ricevuta per grazia da una giovane donna che ha la tua età, Elisa mia cara.

È l’unica persona che in questo ospizio mi ha regalato qualche sorriso, ma da quando poi porta anche lei la mascherina, riesco solo a intravedere un po’ di luce dai suoi occhi, uno sguardo diverso da quello delle altre assistenti che neanche ti salutano. Non volevo dirvelo per non recarvi dispiacere su dispiacere sapendo quanto avrete sofferto nel lasciarmi dentro questa bella prigione.

Sì, così l’ho pensata ricordando un testo scritto da quel prete romagnolo, don Oreste Benzi, che parlava di questi posti come di prigioni dorate. Sembra infatti che non manchi niente, ma non è così… manca la cosa più importante, la vostra carezza, il sentirmi chiedere tante volte al giorno: come stai, nonno? Gli abbracci e i tanti baci, le urla della mamma che fate dannare e poi quel mio finto dolore per spostare l’attenzione e far dimenticare tutto.

In questi mesi mi è mancato l’odore della mia casa, il vostro profumo, i sorrisi, raccontarvi le mie storie e persino le tante discussioni. Questo è vivere, è stare in famiglia, con le persone che si amano e sentirsi voluti bene, e voi me ne avete voluto così tanto non facendomi sentire solo dopo la morte di quella donna con la quale ho vissuto per 60 anni insieme, sempre insieme… Ora non ce la faccio più a scrivere e quindi devo almeno dire una cosa ai miei nipoti… e magari a tutti quelli del mondo.

Non è stata vostra madre a portarmi qui, ma sono stato io a convincere i miei figli, i vostri genitori per non dare fastidio a nessuno. Nella mia vita non ho mai voluto essere di peso a nessuno, forse sarà stato anche per orgoglio e quando ho visto di non essere più autonomo, non potevo lasciarvi questo brutto ricordo di me, di un uomo del tutto inerme, incapace di svolgere qualsiasi funzione. Certo non potevo mai immaginare di finire in un luogo del genere.

Apparentemente tutto pulito e in ordine, ci sono anche alcune persone educate, ma poi di fatto noi siamo solo dei numeri, per me è stato come entrare già in una cella frigorifero. In questi mesi mi sono anche chiesto più volte: ma quelli perché hanno scelto questo lavoro? Se poi sono sempre nervosi, scorbutici, cattivi? Una volta quell’uomo delle pulizie mi disse all’orecchio: sai perché quella quando parla ti urla? Perché racconta sempre di quanto era violento suo padre, una così con quali occhi può guardare un uomo? Che Dio abbia pietà di lei.

Ma allora perché fa questo lavoro? Tutta questa grande psicologia, che ho visto esaltare in questi ultimi decenni, è servita solo a fare del male ai più deboli? A manipolare le coscienze e i tribunali? Non voglio aggiungere altro perché non cerco vendetta. Ma vorrei che sappiate tutti che per me non dovrebbero esistere le case di riposo, le Rsa, le prigioni dorate, e quindi sì, ora che sto morendo lo posso dire: mi sono pentito.

Se potessi tornare indietro, supplicherei mia figlia di farmi restare con voi fino all’ultimo respiro, almeno il dolore delle vostre lacrime unite alle mie avrebbero avuto più senso di quelle di un povero vecchio, qui dentro anonimo, isolato e trattato come un oggetto arrugginito e quindi anche pericoloso.

Questo Coronavirus ci porterà al patibolo ma io già mi sentivo dalle grida e i modi sgarbati che ormai dovrò sopportare ancora per poco… L’altro giorno l’infermiera mi ha già preannunciato che se peggioro forse mi intuberanno o forse no. La mia dignità di uomo, di persona per bene e sempre gentile ed educata è stata già uccisa. Sai, Michelina, la barba me la tagliavano solo quando sapevano che stavate arrivando e così il cambio.

Ma non fate nulla… vi prego. Non cerco la giustizia terrena, spesso anche questa è così deludente e infelice. Fate sapere ai miei nipoti (e ai tanti figli e nipoti) che prima del Coronavirus c’è un’altra cosa più grave che uccide: l’assenza del pur minimo rispetto per l’altro, l’incoscienza più totale.

E noi, i vecchi chiamati con un numeretto, quando non ci saremo più, continueremo da lassù a bussare dal cielo a quelle coscienze che ci hanno gravemente offeso affinché si risveglino, cambino rotta, prima che venga fatto a loro ciò che è stato fatto a noi”.

>> Leggi anche la prima parte dell’articolo

 

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