Fase prima, fase seconda… e poi? L’incertezza del futuro scandisce la fine di questo 2020.
Un anno vissuto pericolosamente, che ha lasciato macerie materiali, morali, psicologiche. La speranza del vaccino e la fiducia nelle sue “magnifiche sorti e progressive” non solo non cancellano gli effetti della prima pandemia nell’era della globalizzazione, ma non garantiscono sul futuro prossimo venturo. 

Coronavirus e pandemia: raccontare l’anno del covid-19

Il nostro magazine ha cercato di offrire ai lettori il suo contributo nei termini della conoscenza, dell’analisi, anche aprendo spazi intelligenti di evasione, di leggerezza, di curiosità.

Ma, a conclusione di quest’anno avvertiamo il bisogno di tornare alle origini, alla spinta che ha stimolato la creazione de L’identità di Clio. Torniamo alle radici per fare storia presente. 

Storia presente significa analizzare il qui ed ora non attraverso lo sguardo ingannevole del frammento, dell’universo scomposto delle schegge impazzite, delle informazioni che si succedono e si sovrappongono nello spazio e nel tempo del disordine casuale. Bensì attraverso la lente della storicità: capace di osservare il presente come storia nella dimensione dello spazio-tempo, che non è certo quello della successione lineare, ma non è nemmeno quello privo di logica, inafferrabile, vuoto di senso, trasmesso dalla comunicazione quotidiana.

Quindi, storia presente non è “storia immediata” nel senso di eventi e situazioni che si collocano e si verificano in completa sincronia con il loro osservatore.
Questo, per sua natura, è un tipo di osservazione privo di densità temporale e tende a dissociare la attualità più immediata dalla cadenza temporale dei fenomeni sotto osservazione.

Il presente è il centro di gravità del tempo storico: mette in circuito la spazialità con i suoi diversi strati temporali. La sincronia non come statica categoria ma come concetto storico attraverso cui osservare le connessioni simultanee; la diacronia nell’attualità, la durata come intreccio fra continuità e discontinuità.

Il presente storico può configurarsi così anche come una nuova epoca rispetto al passato recente. Ma non è “presentismo”, cioè assunzione del tempo dell’istante senza passato e senza futuro: piuttosto modernità attuale, suo svolgimento nella fase più recente, un “nuovo regime” di modernità.
Tentiamo allora di proporre una, sia pure per ora assai approssimativa, storicizzazione della pandemia. Vi offriamo qui la prima puntata.

Coronavirus: la fase 1

I giorni drammatici della prima fase di diffusione del Coronavirus furono  sconvolgenti per la difficile e assolutamente inedita gestione contemporanea della improvvisa comparsa dell’infezione.

Con la crescita esponenziale, nel brevissimo arco temporale, del contagio, con l’altissimo numero di vittime e di malati, con il mutamento profondo di abitudini e stili di vita, con l’angosciante incertezza derivante dall’impossibilità di prevedere l’uscita dall’emergenza. E, al tempo stesso, con la certezza sconvolgente dei suoi effetti di lunga durata sull’economia, i rapporti sociali, la vita civile, la psicologia individuale e collettiva.
Si capì subito subito che il Covid-19 non era democratico.

Le persone più colpite dal Coronavirus e dalla pandemia

Colpiva tutti, certo. Ma l’eguaglianza apparente non riusciva a nascondere le diseguaglianze sostanziali. Anzi ne costituiva un moltiplicatore, il fattore di drammatico aumento di tutti gli squilibri di diversa natura. Il virus ci metteva di fronte a due ordini di effetti.

Il primo era quello determinato dalle differenti condizioni di partenza. Era il “qui ed ora”, per così dire, del divario tra chi era più esposto al contagio e chi lo era meno. Il secondo ordine era il “dopo”: gli effetti di media e di lunga durata sulla scala economica, sociale, civile, psicologica, capaci di approfondire ulteriormente il solco tra ricchi e poveri, tra più agiati, meno agiati, disagiati, tra integrati ed esclusi.

In un perverso meccanismo cumulativo, i due ordini di effetti si presentavano fra loro strettamente intrecciati non solo a livello locale e nazionale, ma nella prospettiva globale, in quella che fu definita la prima vera guerra mondiale contro un nemico invisibile a diffusione capillare.

I medici nei reparti Covid

I più colpiti dall’infezione erano in primo luogo i soggetti in rapporto diretto e quotidiano con i contagiati: medici nei reparti Covid degli ospedali (alcuni, soprattutto al principio, costretti ad operare come in un “lazzaretto”, privi dei necessari accorgimenti protettivi e degli strumenti più idonei e indispensabili per la diagnosi e la cura); personale sanitario e addetti al servizio trasporto dei pazienti, a contatto con effettivi o potenziali contagiati.

Le attività commerciali e la pandemia

Ma maggiore esposizione coinvolgeva anche operai e produttori di beni essenziali, trasportatori e addetti alla distribuzione, dipendenti dei centri commerciali in contatto con clienti spesso stressati e non sufficientemente consapevoli delle condizioni di duro lavoro svolto da chi si sacrificava per rendere più accettabile la vita dei cittadini al tempo del Coronavirus.

Le forze dell’ordine in prima linea contro il Coronavirus

E non potevano essere dimenticate le forze di polizia che stavano garantendo il controllo del territorio in una condizione assai difficile. Dunque in tutti questi casi era l’attività professionale a costituire il fattore principale di diseguaglianza tra i più fortunati e, in certo senso, privilegiati e i più esposti al contagio che svolgevano con responsabilità spinta a volte fino al sacrificio, con turni massacranti, il loro lavoro.

Pandemia e solitudine: gli anziani

L’altra categoria era costituita dagli anziani nelle case di cura e di riposo. Qui furono tanti i contagiati e i morti sia per le condizioni di prossimità in cui vivevano, sia per la non specifica preparazione degli operatori, che non potevano garantire adeguata assistenza, sia per i ritardi negli accertamenti e nei soccorsi.

Covid-19: le condizioni dei detenuti

E i detenuti? Stipati in numero sproporzionato in celle anguste incubatrici di virus, avevano attirato l’attenzione persino di Vittorio Feltri, che rimproverò il suo fedele e mitico amico, Matteo Salvini, verso il quale nutriva ammirazione e devozione quasi incondizionate. Il giornalista lo criticò per aver sottovalutato il problema e per non sostenere la decongestione delle carceri attraverso l’invio agli arresti domiciliari dei detenuti meno pericolosi.

I senzatetto e i precari tra solidarietà e paura

Ma anche altre diseguaglianze esplosero al tempo del Coronavirus: tra chi aveva una casa e i senzatetto; tra chi, anche nella limitazione dell’osservanza delle regole, poteva contare comunque sugli affetti familiari, sulla socialità del quartiere, e chi era costretto a vivere in solitudine; tra chi poteva disporre solo del medico di base e chi aveva la possibilità di ricorrere al medico privato; tra i precari, i piccoli commercianti e gli artigiani, i miserabili delle partite Iva e i tanti professionisti e percettori di altissimi redditi, gli evasori fiscali.

Covid-19: il dramma della solitudine

E poi c’era un dramma nel dramma su cui era necessario riflettere: quello della solitudine.

L’espressione, alquanto sinistra per la verità, “controlli anti-socialità”, “distanziamento sociale” come dispositivo necessario e sacrosanto per fronteggiare l’emergenza virus, e il martellante slogan “io resto a casa” furono introiettati nella mentalità collettiva, nei comportamenti quotidiani della maggioranza e attivarono, a diversi livelli, meccanismi di reazione e autoregolazione.

Ma non tutti godevano di questi privilegi, non tutti potevano permetterseli. Donne e uomini soli sarebbero stati sempre più soli nell’emergenza pandemica.  E molti compresero che per il Covid si poteva morire in solitudine, quando videro la lunga fila di camion che trasportavano le bare ai cimiteri o agli inceneritori dei morti della Bergamasca.

Ma a me venne anche da pensare che tra gli effetti di media durata del contagio avremo forse dovuto piangere ancora più morti per solitudine.

Continua…

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