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Alessandro Tasca Filangieri: storia di un siciliano “eccessivo”

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Alessandro Tasca Filangieri di Cutò è un siciliano eccessivo, che mentre sorprende può ispirare simpatie o antipatie. Sempre motivate, sempre intense.

A cominciare dal suo nome accoglie una moltitudine di contraddittorie suggestioni: l’aristocrazia del casato ma anche la casualità nel ritrovarsi erede di tanta nobiltà, figlio dell’unica figlia legittima di Alessandro Filangieri principe di Cutò. Che poi era l’ultimogenita, la sola ad essere nata dopo il matrimonio del principe con l’antica amante, ballerina alla Scala che gli aveva già dato 5 o 6 figli. Quindi, il privilegio e la ricchezza. Ma con la consapevolezza che tutto è dovuto a una fortunata combinazione, che poteva andare diversamente.

Il caso aveva voluto che fosse erede di un’orgogliosa famiglia, ricca non solo di terre e palazzi ma di personalità straripanti: imparentato con Lucio Piccolo e Tomasi di Lampedusa e fratello di Giulia, la bella contessa Trigona uccisa dall’amante in un albergo romano: evento che diede un quasi inesauribile argomento di conversazione ai salotti palermitani.

Lui è uno spirito ribelle, nella Palermo dei primi del ‘900 quasi naturalmente diventa socialista e comincia a battersi contro malversazioni, clientelismi, continui episodi di corruzione. Di alcune sue battaglie restano solo tracce, come il baule di vecchie uniformi di cui scrive il figlio in un recente libro autobiografico, unica testimonianza della partecipazione di Alessandro Tasca a una delle guerre greche contro la Turchia. La sua attività a Palermo è più visibile, il “principe rosso” lo troviamo fra i protagonisti di una città che in quegli anni viveva la stagione poi mitizzata della belle époque. E in quanto socialista, sia pure dalle idee approssimative come dicevano in tanti, Alessandro Tasca metteva un notevole impegno nel denunciare caos amministrativo, speculazioni, intrecci tra gruppi affaristici e potere politico.

Nell’aprile del 1898 ha solo 24 anni ma ha già dato vita a due giornali, il Gibus e il Siciliano. Adesso fonda il settimanale “La Battaglia” e ne fa la bandiera del “partito degli onesti”, ma i contrasti interni allo stesso partito socialista portano a disperdere le forze secondo uno schema che sempre si ripete, ancora oggi. A Palermo, il principale dei problemi teorici di marca socialista era come riuscire ad applicare la lotta di classe se non era avvenuta la rivoluzione borghese: al Sud, nella piattaforma nazionale del socialismo riformista, sembrava che fosse riservato solo il ruolo di “palla al piede”, di ostacolo sulla via del progresso nazionale.

Cercando di correre ai ripari, sotto la guida di Garibaldi Bosco la palermitana Camera del lavoro elabora una strategia mai condivisa dalla direzione nazionale del PSI, piuttosto originale. Prevedeva che, in assenza di una diffusa industrializzazione, fra i compiti delle organizzazioni operaie rientrasse il sostegno agli imprenditori, per aiutarli ad ottenere dallo Stato lavori pubblici e commesse per i cantieri navali. Si trattava di un riformismo assai gradito ai Florio, impegnati a contrastare la concentrazione delle commesse statali ai cantieri settentrionali. E con la definizione “socialisti marca Florio” vennero bollati gli operai del Cantiere Navale, della Fonderia Oretea e dello Scalo di Alaggio che, scrive Orazio Cancila nel suo libro su Palermo, nel marzo 1901 erano impegnati in uno sciopero lungo dieci giorni, che aveva come controparte i poteri pubblici ma non i datori di lavoro. In quell’occasione “La Battaglia” scrisse di “insurrezione ordinata dai capitalisti”, e la polemica fra le due correnti del socialismo palermitano diventò continua, logorante. Garibaldi Bosco fondò un suo periodico per rispondere agli attacchi di Alessandro Tasca e del suo alleato Aurelio Drago, le accuse di mafiosità furono reciproche e molto pesanti.

Al di fuori delle polemiche, Alessandro Tasca cerca di delimitare le coordinate per un socialismo isolano identificato col “buongoverno”, “l’educazione delle coscienze” e l’etica nella pubblica amministrazione. Le campagne di stampa del settimanale sono incandescenti, visto che senza mezzi termini investono l’affarismo dei politici, e nel 1902 costano ad Alessandro Tasca una denuncia per diffamazione e 6 mesi di galera. Che comunque gli fruttano enorme successo, ogni pomeriggio una gran quantità di persone andava a passeggiare attorno al carcere dell’Ucciardone e sotto la sua finestra in segno di solidarietà. Forse non sospettando che lui, da sempre amante della vita comoda, si era fatto assegnare tre celle comunicanti subito convertite in lussuoso appartamento.

Poco dopo fu eletto alla Camera, ma la sua dimensione era quella siciliana. A Palermo era un brillante provocatore e a Roma perdeva lo smalto: ma anche a Palermo, le tante battaglie sostenute e la popolarità che lo circonda non riescono a farne un leader in grado di superare i contrasti interni all’area socialista.

Alessandro Tasca resta un personaggio “pittoresco”, di cui si scusano gli eccessi perché in fondo quando c’è lui la vita cittadina diventa più vivace e pepata. E poi è ricco, spende senza pensieri e finanzia “La Battaglia”, su cui del resto è unico mattatore. I suoi editoriali sono un continuo fuoco d’artificio, per niente invecchiati nel secolo trascorso da quando furono scritti, con una nota di divertito sarcasmo che li rende ancora oggi pungenti. Può essere serio e scrivere sulla palermitana “tristissima mancanza di coraggio civile” , sulla “incapacità morale delle classi dirigenti” e il loro eterno coinvolgimento nel malaffare. Ma qualche giorno dopo – è il luglio 1901–  dà il meglio di sé in dettagliati, maliziosi resoconti sui misfatti della “setta angelica” che, formata da diversi preti, ad Alia e Cammarata aveva confuso l’amore divino con quello carnale verso le penitenti.

Gli articoli erano beffardi, la Curia palermitana reagì annunciando che a leggere “La Battaglia” si cadeva in peccato mortale. E lui a replicare “il frutto proibito è più saporito e tentatore”, subito dopo rivelando che le vendite s’erano triplicate. Il sarcasmo diventa però amaro quando riflette sulle condizioni della città e scrive –il 27 ottobre dello stesso anno- “la nostra vita pubblica è ignobile perché i denari dei contribuenti sono sperperati e gli appalti sono una camorra”. A chi sostiene che l’isola ha bisogno d’essere richiamata alle sue tradizioni risponde “ma quali? È assai raro che dall’interno della Sicilia giungano altre notizie che non siano di sequestri, di grassazioni o di abigeati”.

Alle contraddizioni del suo personaggio possiamo ascrivere il principesco stile di vita, i viaggi per casinò assieme a governanti, cameriere e anche un’asina che provvede a fornire il quotidiano bicchiere di latte alla figlia bambina. In un mondo in cui a fare politica facilmente si diventa ricchi, Alessandro Tasca, nobile per caso, riuscì a sperperare il ricchissimo patrimonio di famiglia fino a ridursi povero e nel 1942 morire quasi da barbone. Il suo limite era stato la continua tentazione a giocare con la vita, e quando decideva di fare sul serio tutti stavano a guardare per vedere cosa avrebbe combinato. Ma pochi decidevano di seguirlo.

Eppure, a fascismo ormai affermato, il sindacato dei “suoi” portuali rifiutò di sostituirne la foto con quella di Mussolini. Lui fu antifascista senza tentennamenti, senza timori, specialmente dopo l’omicidio Matteotti. Aveva perduto la ricchezza, ma aveva saputo conservare la noncuranza verso i piccoli uomini che comandavano.

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