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Venezuela. Un paese, due volti

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Il Venezuela da tanti anni è teatro di una pesantissima crisi politico-economica.

Da un lato il paese soffre la costante penuria di generi di prima necessità dovuta dal collasso di un’economia troppo dipendente dalle oscillazioni del prezzo dell’unica grande risorsa: il petrolio.
Dall’altro lato il malessere crescente ha acuito le già aspre contrapposizioni tra governo ed opposizione, determinando una spaccatura che ha creato due assetti politico-istituzionali paralleli.

La frattura ha raggiunto il suo apice il 10 Gennaio quando Juan Guaidò, presidente dell’Assemblea Nazionale, si è proclamato capo di stato ad interim con il sostegno dell’opposizione. Una pesante sfida nei confronti del presidente Nicolas Maduro, rieletto il Maggio scorso in elezioni contestate e boicottate dalle opposizioni.
Guaidò spera col suo gesto di ottenere un ampio riconoscimento internazionale al fine di delegittimare ed isolare il suo rivale.

L’unico risultato raggiunto finora è stato di dividere anche la comunità internazionale.
Infatti alcuni paesi, Stati Uniti e Brasile in testa, hanno riconosciuto come valide le rivendicazioni del pretendente Guaidò. Ma allo stesso tempo Maduro può contare sul solido sostegno di Cuba, Russia e Cina.

E’ complicato ricostruire le radici di questa crisi. Molto deriva dalle peculiarità del sistema politico-economico inaugurato durante la presidenza del predecessore di Maduro, Hugo Chavèz.
Questi aveva superato il vecchio apparato di potere retto dall’oligarchia bianca di origine europea, creando un sistema più aperto verso i ceti più bassi e le minoranze etniche, favorendo un’ampia spesa sociale foraggiata dai proventi del petrolio.

Il crollo del prezzo dell’oro nero nel 2014 face cadere come un castello di carte l’architrave su cui si basava l’economia venezuelana. A rendere più drammatica la situazione si sommano i grandi livelli di criminalità, l’elevata corruzione e la spaventosa inflazione che hanno fatto da apripista ad un malcontento crescente, palesatosi con una lunga una serie di proteste violente a cui si sono contrapposte mobilitazioni filo-governative.
E’ partita così un’escalation di violenza che ha trascinato il paese latinoamericano in una guerra civile a bassa intensità con un ingente tributo di sangue da ambo le parti.

Alla spaccatura sociale si affiancata la spaccatura istituzionale con le elezioni parlamentari del 2015, vinte dalle opposizioni. L’Assemblea Nazionale eletta, la stessa oggi guidata da Guaidò, si contrappone a Maduro e blocca ogni sua iniziativa.
Il presidente decide quindi di bypassare il parlamento ostile favorendo la creazione un nuovo organo legislativo, l’Assemblea Costituente, eletta nel 2017 in un voto boicottato dalle opposizioni, al 100% fedele al governo.

Così da più di un anno il paese si ritrova con due parlamenti paralleli che rivendicano la propria legittimità  e bollano l’altro come illegale .

Lo scenario si ripete oggi con la contestata rielezione di Maduro nel Maggio del 2018, anche questa come già detto boicottata da gran parte delle opposizioni le quali hanno deciso di non riconoscere il secondo mandato del leader bolivariano, nominando per tale motivo Guaidò come suo “successore”.

E’ amaro constatare che di fronte tale situazione intricata la diplomazia delle principali potenze mondiali ha peccato di imprudenza prendendo parte per uno schieramento o l’altro.
La ricerca di un dialogo e di un piano concordato tra le parti che porti ad una via d’uscita dalla crisi è stata messa così in secondo piano, gettando  benzina sul fuoco e spingendo il paese sempre più verso la guerra civile.

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