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Torna la voglia di ‘riscatto’ delle comunità locali: i processi di riscatto in demanio tra storia e rappresentazioni.

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La possibilità delle università del Regno di Napoli di riscattarsi dalla feudalità ha rappresentato, per dirla con le parole del compianto Giuseppe Galasso, un ‘costoso miraggio’; e questo sia a causa delle difficoltà economiche legate agli sforzi finanziari per raccogliere le somme di denaro necessarie, sia per i presupposti e i risvolti socio-culturali, non di poco conto, che portarono i poteri locali a tentare processi di demanializzazione, i quali non sempre ebbero esiti positivi e non furono sempre duraturi. Vicende, queste, che non hanno mai smesso di suscitare l’interesse prima dei riformatori del Settecento, poi della tradizione liberale ed erudita e, nel presente, con il costante impegno mostrato dalle collettività per riscoprire e valorizzare queste pagine di storia attraverso ricchi programmi festivi.  

Lo scorso 7 ottobre, per le principali vie cittadine di Terlizzi si è tenuta la terza edizione del corteo storico Terlizzi libero feudo, ideato e diretto da Giada Del Re (http://www.prolocopuglia.it/terlizzi-terlizzi-libero-feudo/). La manifestazione rievoca il riscatto in demanio che interessò la comunità pugliese nel 1780 e attraversa i luoghi cardini della storia cittadina in epoca moderna [Fig. 1]. Iniziative analoghe sono documentate anche in altre realtà e rimontano a diversi decenni passati. Risale al 1979 la prima rievocazione storica con un corteo cittadino in abiti d’epoca a Torre del Greco, sulla base del testo scritto e diretto da Gennaro Vitiello. Sempre a Torre del Greco negli ultimi anni è nata l’Associazione Riscatto baronale che annualmente si occupa di un fitto programma commemorativo avente per oggetto il riscatto dalla feudalità di Torre del Greco e dei casali di Portici, Resina e Cremano che si ebbe agli inizi del 1699 (http://ilriscattobaronale.it/).

Figura 1 – Terlizzi libero feudo, III edizione, 2017

Non vi sono solo cortei storici a ricordare e tramandare le storie dei riscatti in demanio, ma anche romanzi storici, spettacoli teatrali e cortometraggi. Nel 2015 a Campobasso, nel piazzale antistante il palazzo baronale della famiglia Japoce promotrice del processo di riscatto in demanio della stessa città negli anni Trenta del Settecento, è stato messo in scena lo spettacolo Salvatore Romano: una storia da riscoprire nella Campobasso del Settecento, scritto e diretto da Walter Santoro. Da poco è seguita la realizzazione, in collaborazione con gli istituti scolastici della città, di un cortometraggio diretto dallo stesso Santoro e dal titolo Salvatore Romano signore per un giorno.    

Ma da dove nasce tanto interesse nel ricostruire le dinamiche che portarono diverse comunità del Regno di Napoli a riscattarsi dalla feudalità? Perché riesumare tra le memorie del passato vicende tanto lontane e, forse apparentemente, anche tanto distanti dalla quotidianità per riproporle alla coscienza civica?

Nelle parole degli organizzatori, in quelle dei rappresentanti istituzionali che le patrocinano e, non da ultimo, in quelle dei giornalisti che ne hanno scritto la cronaca emerge tutto l’entusiasmo delle rispettive comunità per l’essersi riappropriati della storia del proprio territorio e con esso il desiderio di riportarlo alla luce, ma ancora di più ricorre a chiare lettere il significato attribuito a queste pagine di storia. “Una città che si riscatta” era il titolo scelto da un quotidiano molisano nel dare la notizia dello spettacolo teatrale svoltosi a Campobasso, in riferimento non solo al tema della rappresentazione ma anche al grande consenso riscosso dalla manifestazione stessa. Altrove si leggono termini quali ‘libertà’, ‘indipendenza’, in riferimento agli esiti del riscatto in demanio – che di fatto rendeva le comunità indipendenti dalle ingerenze e dagli abusi feudali – ed espressioni quali ‘alto valore educativo’, rispetto alle ricadute e alle potenziali finalità delle rievocazioni storiche.

Ripercorrendo le testimonianze storiche che, a vario titolo, hanno riguardato le vicende dei riscatti in demanio è possibile riscontrare un interesse costante alla tematica della demanializzazione che è stato, di fatto, il leit motiv di molte storie patrie di fine Ottocento e ad oggi, è relegata – fatte le dovute eccezioni – alla storiografia locale.

La questione demaniale rappresenta un aspetto non di poco conto del più ampio quadro giurisdizionale per il governo del territorio del Regno di Napoli nei secoli dell’età moderna. Sono oltre quaranta i processi di riscatto in demanio attestati – a partire dal Dizionario storico-geografico del Regno di Napoli del Giustiniani – tra il 1513, anno della demanializzazione di Bisceglie e il 1798 anno del riscatto in demanio di Molfetta. Entrambi concernono l’area dell’antica provincia della Terra di Bari, il che non deve indurre a credere che fosse una dinamica precipua di quella provincia. Tali procedimenti si registrarono piuttosto in ogni parte del Regno dal XV secolo alla vigilia delle leggi sull’eversione della feudalità.

Vicende come il riscatto in demanio si sono sedimentate nella memoria storica collettiva e sono state da subito contrassegnate da un profondo motivo di orgoglio, avviando parallelamente la costruzione di una nuova identità sociale che ha lasciato talvolta segni tangibili coevi, come l’iscrizione lapidea posta sulla torre dell’orologio a Terlizzi o successivi, come la lunetta dipinta da Arnaldo De Lisio nel salone del Banca d’Italia di Campobasso del 1924. In quest’ultima è raffigurato il momento in cui i cittadini di Campobasso, donne e uomini, consegnarono i loro denari o i propri monili, come nel caso delle due donne ritratte in primo piano una nell’atto di sfilarsi la collana dal collo e l’altra mentre si toglie gli orecchini. Al centro del dipinto un uomo, probabilmente l’avvocato Chiarizia procuratore dei demanisti, sta scrivendo su un foglio; alle sue spalle lo stendardo di Campobasso ideato proprio in quegli anni, con le sei torri cittadine [Fig. 2]. I riscatti in demanio si propongono come un solido patrimonio di cultura immateriale da riscoprire, preservare e valorizzare anche per trasmettere alle nuove generazioni il senso di appartenenza alla comunità e delle identità civica e locale.

Figura 2 – Arnaldo de Lisio, Il riscatto baronale, Banca d’Italia, Campobasso, 1924.

Agli storici resta il compito di portare maggiore attenzione su questi eventi, sdoganarli semmai dall’eccessivo campanilismo in cui da sempre sono stati confinati, per riscoprire analogie e differenze delle importanti dinamiche socio-economiche e socio-culturali che fecero da sfondo ai processi di riscatto in demanio nella più ampia dialettica tra i centri e le periferie, territoriali e istituzionali della società di antico regime.

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