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Moda e sviluppo industriale nell’Europa del Settecento. (Parte Prima)

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Moda e sviluppo industriale nell’Europa del Settecento.  (Parte Prima)

Premessa

La diffusione dei tessuti di cotone stampato colorati rappresenta un altro tassello del processo di interazione tra moda e sviluppo industriale nell’Europa del Settecento. Il ritrovamento nell’Archivio di Stato di Neuchâtel di una raccolta di schizzi e modelli di indiane realizzati dai tecnici-artisti della Fabrique-Neuve di Cortaillod, conservata in un contesto archivistico di particolare rilievo, ci permette di aprire una finestra sui processi di adattamento dei modelli indiani al gusto europeo e sulle tecniche di stampa adottate in Europa.

Da tempo antichissimo in Europa si conoscevano le stoffe di puro cotone, dipinte o stampate a motivi floreali, originariamente importate dall’Oriente. Questi tessuti, denominati calicò (dalla città indiana di Calicut, uno dei maggiori centri di produzione ed esportazione), al pari di quasi tutte le stoffe di seta fino al XVII secolo pervenivano costantemente dall’India, dalla Persia e dalla Cina, ma la maggior parte dei tessuti di cotone che giungeva in Europa proveniva dall’India.

La straordinaria impresa del cotone, i suoi prodotti e i suoi modelli di consumo, ebbero un ruolo decisivo nell’avvento della moderna società industriale; se infatti la rivoluzione industriale a prima vista fu un fenomeno piuttosto distante dalla storia della moda, in realtà essa fu intimamente collegata alla rivoluzione del consumo determinata dal diffondersi di questo nuovo materiale.

Lo sviluppo dell’industrializzazione, avviatosi nel tentativo di soddisfare i consumatori europei, fu dunque il risultato dell’affermazione dei cotoni nel Sei e Settecento ed ebbe origine dal tentativo di produrre tessuti di puro cotone stampati come quelli indiani, sviluppando filatoi meccanici che permettessero di contenere i costi di produzione.

Prima dell’arrivo delle stoffe di cotone indiane, l’uomo vestiva primariamente con abiti di lana, seta e lino; i tessuti di cotone, grazie alle loro fantasie e ai colori brillanti, erano in grado di imitare la vivacità della seta mantenendo, tuttavia, approssimativamente lo stesso prezzo del lino. Era difficoltoso decorare una stoffa senza impiegare somme vertiginose, poiché ciò richiedeva complicati processi al telaio o un paziente lavoro di ricamo; i cotoni erano invece stampati e questo permetteva di ridurre i costi di produzione.

Il commercio delle stoffe indiane con i paesi europei iniziò non per la bellezza del prodotto in sé ma in quanto esso costituiva un oggetto di baratto da parte degli arabi, che lo scambiavano con altre merci nelle isole orientali. Gli europei, principalmente i portoghesi, affiancarono gli arabi in tali traffici a partire dal XVI secolo, importando via mare le mercanzie che potevano interessare i mercati europei. A metà del XVII secolo, verso il 1670, la scena economica internazionale cominciò ad essere dominata dagli olandesi seguiti poi dagli inglesi e dai francesi e gli scambi commerciali, dapprima liberi, con l’aumentare dei volumi commerciati e l’allungarsi delle distanze percorse iniziarono ad essere organizzati attraverso Compagnie Commerciali.

I marinai delle Compagnie, inglesi e olandesi, trasportarono i primi panni stampati a titolo di souvenir, colpiti dai loro insoliti disegni e dai vivaci colori. Intuendo i possibili sviluppi del mercato del cotone stampato, la Compagnia inglese iniziò a condensare il suo interesse verso i tessuti indiani, avviando l’importazione di tale prodotto. Il pubblico occidentale vide in queste stoffe un’utile variante alle sete e alle lane cui era abituato, adottandole ben presto con entusiasmo, al punto che a metà del XVII secolo una consistente quantità di merci indiane importate era costituita proprio dai tessuti.

La diffusione dei tessuti di cotone in Europa

Fino alla seconda metà del Settecento la maggior parte dei cotoni era importata, dunque, dall’India, non mancando tuttavia sin dall’inizio timidi tentativi di imitazione occidentali. Tali sforzi furono spesso stroncati dal clima rigido del continente europeo che impediva la coltivazione e l’utilizzo del cotone 2 (è probabile che la diffusione dei tessuti di cotone in Europa fu facilitata dal superamento della cosiddetta “piccola era glaciale” a partire dalla metà del XVII secolo); inoltre gli artigiani in Europa non governavano l’arte di produrre tessuti integralmente fatti di cotone. Il processo di filatura europea era specializzato soprattutto nella lana e nella seta, pertanto il filato indiano risultava di maggiore qualità. Tuttavia, esistevano in Europa esempi di filatura del cotone – seppure

limitatamente alla produzione del fustagno, prodotto diffuso in Nord Italia e in alcune aree della Francia e della Germania – che vedevano la presenza di tecnici specializzati .

Le prime balle di cotone non lavorato, importate dai mercanti genovesi e veneziani da Levante nell’Europa del Nord, fecero la loro comparsa nel XIV secolo, alimentando ad Anversa una limitata attività di filatura per la realizzazione di stoppini per candele.

Ovviamente quanti dalla fabbricazione della seta e della lana traevano profitto non videro di buon occhio l’avviamento di queste nuove industrie e cominciarono le manovre per scoraggiare il diffondersi della nuova moda del cotone, riuscendo ad ottenere inizialmente un editto protezionistico dal Parlamento nel 1700 che vietava l’uso di tutte le stoffe di cotone colorate, impresse e tinte in India, con l’unica eccezione riguardante le tele di cotone bianche, utilizzate nella produzione della biancheria; occorrerà aspettare fino al 1774 per vedere autorizzata in Inghilterra la stampa su tessuti di cotone.

Al loro comparire in Francia, grazie all’istituzione della Compagnie des Indes Orientales voluta da Colbert, i cotoni stampati suscitarono la stessa ammirazione inglese ed è probabile che anche qui si diffusero tele stampate di ispirazione locale. Per quanto concerne l’installazione di tali manifatture in Francia, essa era resa possibile grazie alle conoscenze tecniche importate a Marsiglia da artigiani armeni che a partire dagli anni sessanta del XVII secolo erano giunti dall’Impero Ottomano; a causa delle persecuzioni religiose attraversarono il Mediterraneo e si stabilirono in quelle città con cui, in passato, avevano intrattenuto rapporti commerciali. In principio tali tecnici cominciarono come semplici lavoratori in botteghe tessili della comunità armena marsigliese. Ben presto il loro numero aumentò e ciò fece sì che le loro conoscenze tecniche si diffondessero nell’ambito urbano e costiero della Provenza, trasferendosi in special modo agli ugonotti.

Un elemento decisivo che indebolì, difatti, la nuova industria, fu la soppressione nel 1685 dell’editto di Nantes (emanato nel 1598) che determinò l’emigrazione verso i paesi vicini di molti ugonotti, i quali rappresentavano la struttura portante della manodopera specializzata francese nel campo della stampa tessile. Inoltre, anche in Francia la politica protezionistica nei confronti delle industrie nazionali della seta e della lana decretò il divieto di utilizzare tele di cotone indiane o di imitazione. Nonostante ciò, i francesi si procurarono ugualmente tessuti di contrabbando in cotone, apprezzati, oltre che dalla nobiltà, anche da coloro che trovavano economicamente vantaggioso il vestirsi in cotone stampato.

A partire dalla metà del XVIII secolo, in Francia si ebbe un notevole sviluppo della chimica applicata alla colorazione dei tessuti e ciò permise di assicurare prodotti rispondenti alla domanda di tinture di qualità da parte dell’industria tessile, rafforzando così la stabilità del settore dei tessuti in cotone stampato, la cui lavorazione fu definitivamente autorizzata nel 1759.

In Olanda la produzione di tessuti in cotone non ebbe gli stessi ostacoli che incontrò invece in Francia ed Inghilterra, dal momento che non era presente alcuna manifattura tessile di alta qualità che potesse ostacolarne la diffusione. L’Olanda fu, infatti, la maggior importatrice di cotoni stampati indiani, fino all’apertura ad Amsterdam nel 1678 della prima fabbrica di tele stampate, che ne consentì la diffusione capillare in tutta l’Europa.

Per quanto riguarda la Svizzera e la fabbricazione di cotoni stampati, essa beneficiò originariamente di una grande fortuna dovuta proprio alla revoca dell’editto di Nantes e alla conseguente immigrazione di tecnici ugonotti dalla vicina Francia. In particolare, le manifatture si insidiarono lungo il confine dei Cantoni svizzeri, favorite dalla vicinanza al mercato francese e tedesco. La fine delle misure protezionistiche in Francia nel 1759 portò parte della manodopera a lasciare la Svizzera indebolendo così l’industria tessile locale.

La lavorazione

Le prime informazioni attinenti alla stampa dei tessuti risalgono al 2000 avanti Cristo. Attualmente il tessuto stampato più antico rinvenuto è una tunica infantile di lino bianca, stampata in blu, databile al IV secolo a.C..

Impiegata per la realizzazione dei tessuti che raggiunsero l’Europa, la stampa per mezzo dei mordenti ebbe origini orientali, e fu descritta da Plinio il Vecchio. In Egitto i tessuti venivano spalmati non con i colori ma con sostanze che assimilavano il colore, e immersi in un bagno bollente di colorante che poco dopo faceva emergere la tintura. Tale processo di stampa fu adottato anche per tessuti indiani e giunse ad un tale livello di perfezione tecnica che, sino all’arrivo dei colori sintetici, rimase alla base dei procedimenti moderni.

La sperimentazione occidentale della stampa tessile risale all’Alto Medioevo ma era, tuttavia, molto lontana dall’esecuzione tecnica dei modelli orientali, e dava luogo a decori che non duravano dopo il lavaggio. Come effetto dell’introduzione sistematica dei tessuti stampati in Europa, si avviò il tentativo di copiare l’esperienza indiana. Erano tre le tecniche utilizzate nella produzione di tele dipinte di fattura orientale, riprese poi da italiani, svizzeri, francesi, olandesi, inglesi e tedeschi: tele disegnate a mano, adoperando i punti come facevano i ricamatori; con tavole incise di legno o rame, più economiche e rapide, metodo quest’ultimo adoperato in India solo per alcune parti del tessuto; infine stampando il solo tratto e colorando l’interno con un pennello.

Grazie alle ricerche avviate in India dalla Compagnia francese delle Indie, in modo specifico dal capitano Antoine Georges Nicolas Henri de Beaulieu, i vari esperimenti relativi all’imitazione del processo di fabbricazione dei tessuti stampati indiani si conclusero infine con un successo; tutte le fasi di elaborazione di un tessuto stampato vengono da lui descritte in un manoscritto, datato 1734, spedito presto in patria.

In Europa si adoperarono sin dal principio solo i processi chimici basilari delle tinture dell’originario sistema indiano, riadattandoli ai prodotti comuni che circolavano agevolmente nel mercato occidentale, con variazioni risultate essenziali per via del differente clima e del diverso sistema di applicazione dei prodotti tintori, che avveniva stendendo sulla tela i vari mordenti attraverso blocchi di legno incisi e riempiti con i coloranti, e non per mezzo di un pennello come accadeva, invece, nel metodo indiano; gli stampatori indiani adoperavano tali matrici solamente per i disegni da replicare delle bordature. L’uso di blocchi da stampa chiaramente offriva un metodo più rapido ed economico di lavorazione, soddisfacendo così le necessità economiche occidentali, ma presentava un problema di difficile soluzione legato all’ispessimento dei mordenti.

Nelle botteghe europee era stato dunque facilitato il dispendioso e lungo processo di quindici giorni necessario a dipingere circa 7,30 m di tela con pennelli – sebbene trascurando in parte la qualità del prodotto – giacché grazie alle matrici di legno con una sola operazione si trasferivano direttamente disegno e colore sulla tela bianca.

Riassunto in pochi passaggi, il sistema prevedeva prima di tutto che il tessuto di cotone fosse introdotto in una soluzione di ritagli di pergamena, per inamidarlo e far sì che i composti coloranti si stendessero sulla stoffa, evitando la loro fuoriuscita dai limiti imposti dal disegno. Sopra una tavola veniva poggiato il telaio su cui era assicurata la stoffa da stampare. Per evitare che vi fossero spazi bianchi o sovrapposizioni tra una decorazione e l’altra, erano presenti dei punti di riferimento ai quattro angoli dei blocchi di legno che permettevano di far coincidere perfettamente il disegno.

La matrice era ricoperta con una miscela di mordente e agente addensante e posta sopra la tela con la parte intagliata e inchiostrata accostata ad essa. Con l’aiuto di un mazzuolo il lavoratore colpiva il blocco di legno facendo entrare omogeneamente i mordenti nella stoffa, e la seguente immersione nel bagno a base di robbia rivelava i colori sulla tela. Fino al 1760 si adoperarono le stesse matrici, fatte di duro legno di albero da frutta, utilizzate per stampare la carta.

Come già detto, la tela adagiata su un grande tavolo riceveva la pressatura delle matrici impregnate di colore, mantenendo i raccordi voluti dal disegno, poi veniva lavata per rimuovere i sali lasciati dai mordenti indispensabili al fissaggio dei colori. Originariamente si distinguevano soltanto mordenti per il rosso, il nero, il blu e il giallo, che delineavano i “grandi colori” di base resistenti nel tempo ai lavaggi e quindi durevoli, mentre i “piccoli colori” spalmati in seguito col pennello sbiadivano facilmente a contatto con l’acqua calda. Infine le tele venivano ripiegate e stoccate per il commercio.

Le riproduzioni europee non riuscirono però ad emulare la bellezza degli originali indiani, tuttavia né questo né l’insufficiente resistenza dei “piccoli colori” al lavaggio con acqua calda scoraggiavano l’acquisto e la diffusione delle economiche imitazioni nazionali. (Continua…)

Per Approfondire:

  1. Riello, La moda: una storia dal Medioevo a oggi, Roma-Bari, Laterza, 2012.

La  moda, a cura di Carlo Marco Belfanti e Fabio Giusberti in Storia d’Italia. Annali 19, Torino, Einaudi, 2003.

R.M. Bellezza, M. Cataldi Gallo, Cotoni stampati e mezzari: dalle Indie all’Europa, Genova, Sagep, 1993.

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