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Tommaso Buscetta: un collaboratore tra luci ed ombre

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Capitolo Primo. «Il caffè negato»

La redazione de “L’Identità di Clio” da oggi e per i prossimi giovedì, pubblica il primo di cinque capitoli dedicati alla ricostruzione della delicata vicenda biografica di Tommaso Buscetta. Lo facciamo attraverso l’autorevole penna di Alberto Di Pisa, già componente del pool antimafia presso la Procura della Repubblica di Palermo, la cui esperienza sul campo ci offre una preziosa ed affascinante testimonianza attraverso un particolare punto di vista. Invitiamo i nostri affezionati lettori a non perdersi nessun capitolo della autorevole ricostruzione dell’attuale Commissario Straordinario del libero consorzio comunale di Agrigento.(ndr)


Allorquando ero componente del pool antimafia presso la Procura della Repubblica di Palermo, ho avuto modo più volte di incontrare Tommaso Buscetta, sia in Italia che in America, in occasione di interrogatori condotti unitamente a Giovanni Falcone e agli altri giudici istruttori componenti del corrispondente pool antimafia istituito presso l’allora Ufficio istruzione, diretto da Antonino Caponnetto.

Debbo dire che tra me e Buscetta non si creò mai, così come invece accadeva con gli altri magistrati, quello che potrebbe definirsi un “feeling”. Non ho mai ben compreso il motivo, forse una istintiva antipatia da parte mia, nei confronti di un soggetto supponente, che decideva lui i tempi e i modi delle sue rivelazioni e che era pur sempre un mafioso. Ritengo che da parte sua lo infastidisse la mia abitudine di interrompere il monologo cui era abituato, con domande, chiarimenti e quando era il caso, contestazioni, cosa che lo irritava e che non nascondeva.

Emblematico di tale situazione fu un episodio che si verificò in occasione di un interrogatorio che si svolse a Roma e al quale intervenimmo io per la Procura e Paolo Borsellino e Giovanni Falcone per l’Ufficio istruzione. L’interrogatorio si svolse in un appartamento ubicato all’ultimo piano della Questura di Roma dove Buscetta si trovava detenuto. Si trattava di un interrogatorio di particolare rilevanza dato che con lo stesso parlò dei cugini Salvo come appartenenti alla organizzazione mafiosa, interrogatorio dal quale scaturì, per entrambi, l’emissione di un mandato di cattura per associazione mafiosa e favoreggiamento. Ebbene, nel corso dell’interrogatorio, Buscetta chiese se gradivamo un caffè e alla risposta affermativa, si recò in cucina tornando poco dopo con dei caffè per Falcone e Borsellino ma non per me. Era un modo, tipicamente mafioso, per dire che non gli ero gradito, cioè che non gradiva il mio modo di condurre gli interrogatori. Ebbi successivamente modo di dire che questo atteggiamento in fondo mi faceva onore perché costituiva implicitamente una conferma del fatto che svolgevo correttamente il mio ruolo di Pubblico ministero.

Detto questo non può non riconoscersi che Buscetta, indicato dagli organi investigativi come mafioso di rango e trafficante di stupefacenti, violando la legge dell’omertà, con la sua collaborazione non soltanto fornì una chiave di lettura, dall’interno delle vicende di Cosa Nostra, ma consentì di riscontrare quelle che erano state le risultanze della istruttoria che portò al maxiprocesso e quelle che erano state le dichiarazioni di Leonardo Vitale, il primo pentito di mafia, che già nel 1973, colto da un crisi coscienza, si era presentato in Questura rivelando quanto a sua conoscenza sulla mafia e sui reati commessi da lui e da altri affiliati. Purtroppo allora gli investigatori e i magistrati non seppero cogliere appieno l’importanza delle confessioni del Vitale, con la conseguenza che la mafia continuò indisturbata nelle proprie attività criminali. Vitale, dichiarato seminfermo di mente, fu condannato e tornato in libertà dopo pochi mesi, venne ucciso il 2/12/1984, cioè pochi mesi dopo l’inizio della collaborazione di Buscetta. Evidentemente le dichiarazioni di Vitale, riprese dagli inquirenti,  rafforzavano l’attendibilità di Buscetta.

La collaborazione di Buscetta con i giudici italiani, iniziò nel luglio 1984, allorquando giunse in Italia, estradato dal Brasile, a seguito di un ordine di cattura da me emesso. Era indicato dagli organi di polizia come mafioso di spicco e trafficante di stupefacenti.

Molto si è detto sui motivi che indussero Buscetta a collaborare con la giustizia italiana.  Molto semplicemente la decisione di collaborare fu determinata da banali motivi di vendetta e dalla necessità di salvare la propria vita. Scatenatasi la cosiddetta guerra di mafia, gli avversari, per stanarlo, gli avevano ucciso numerosi congiunti. Egli inoltre, mafioso di vecchio stampo, non si riconosceva più nella mafia emergente dei corleonesi che non rispettava più le tradizionali regole della organizzazione. Si era quindi prefisso di distruggere la “nuova mafia” e di vendicarsi dei tanti lutti subiti, obiettivi che ritenne di potere conseguire rivolgendosi alla Giustizia dello Stato. Nessuna motivazione morale quindi alla base della sua decisione di collaborare con la Giustizia.

Buscetta descrisse dettagliatamente l’assetto strutturale di Cosa Nostra, disciplinata da regole rigide non scritte, ma tramandate oralmente. Disse in proposito : “Nessuno troverà mai elenchi di appartenenza a Cosa Nostra, né attestati di alcun tipo, né ricevute di pagamento di quote sociali”. Indicò, tra l’altro i requisiti richiesti per l’arruolamento degli uomini d’onore i quali dovevano avere doti di coraggio e spietatezza (Leonardo Vitale divenne uomo d’onore dopo avere ucciso un uomo), una situazione familiare trasparente, mancanza di vincoli di parentele con “sbirri”. L’uomo d’onore, una volta acquisito questo “status”, lo perdeva soltanto con la morte. Precisò che la prova di coraggio non era richiesta per quelli che Contorno definì “la faccia pulita della mafia” e cioè professionisti, pubblici amministratori, imprenditori. Costoro infatti non venivano impiegati operativamente in azioni criminali, ma prestavano una importante ed utile opera di fiancheggiamento e di copertura in attività apparentemente lecite. Per quanto riguarda la trasparenza della situazione familiare va ricordato che Buscetta venne espulso dalla mafia in quanto aveva avuto una vita familiare disordinata ma soprattutto perché aveva divorziato dalla moglie. Questi criteri di arruolamento peraltro, disse Buscetta, già all’epoca della sua collaborazione erano divenuti meno rigidi, ciò come conseguenza della degenerazione di Cosa Nostra.

Una regola ferrea di Cosa Nostra era poi il divieto assoluto, per un uomo d’onore, di rendere nota ad estranei la sua appartenenza alla mafia o i segreti di Cosa Nostra. La violazione di questa regola era quasi sempre punita con la morte. Altra regola ferrea, secondo quanto riferito da Buscetta, era l’obbligo assoluto per gli uomini d’onore, quando parlavano tra di loro, di dire la verità. Chi non diceva la verità veniva chiamato “tragediaturi”. In tal caso veniva espulso dalla organizzazione ( l’uomo d’onore espulso veniva indicato come  “posato”) o poteva anche essere punito con la morte. Anche Badalamenti, nel 1978, benchè fosse il capo di Cosa Nostra subì, da parte della “commissione”, la sanzione della espulsione, ciò per motivi gravissimi su i quali però Buscetta non ha saputo ( o voluto) dire nulla. Con l’avvento dei corleonesi questa regola non venne più rigidamente osservata. Lo stesso Totò Riina venne in alcuni casi definito “tragediaturi”.

Si comprende come queste regole così rigide furono, nelle indagini relative al maxiprocesso, di fondamentale importanza per valutare le dichiarazioni rese da uomini d’onore , cioè appartenenti a Cosa Nostra e per interpretarne atteggiamenti e discorsi.

A tal proposito si legge nell’ordinanza- sentenza del maxiprocesso: “Così, ad esempio, se due uomini d’onore sono fermati dalla polizia a bordo di una autovettura nella quale viene rinvenuta un’ arma, basterà un impercettibile cenno d’intesa fra i due, perché uno di essi si accolli la paternità dell’arma e le conseguenti responsabilità, salvando l’altro”. (Ordinanza-Sentenza proc. Penale Abate Giovanni + 706, volume n. 5 pag.819)

Altro sintomo di degenerazione dei principi di Cosa Nostra, secondo Buscetta, era dato dalla simulazione della pazzia da parte di uomini d’onore detenuti, al fine di sfuggire alla condanna, ciò in contrasto con la antica regola che vietava all’uomo d’onore simili comportamenti in quanto indicativi della incapacità di assumersi le proprie responsabilità.

Emergeva comunque dalle dichiarazioni di Buscetta come fin da allora le strutture e l’organizzazione di Cosa Nostra fossero divenute  delle vuote forme a causa dello strapotere dei corleonesi che avevano assunto il totale controllo della organizzazione mafiosa. Resta però il fatto che le propalazioni di Buscetta sui modelli comportamentali e sul linguaggio dei mafiosi furono di grande utilità per le indagini fornendo una importante chiave di lettura dei fatti di mafia.

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