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Theresienstadt: Il Führer regala una città agli ebrei

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É difficile provare a parlare di certi temi senza scadere nel patetico o nella retorica. Soprattutto quando determinati avvenimenti, anche se appaiano persi nei meandri di una memoria collettiva assopita, hanno lasciato uno squarcio nell’anima del Vecchio Continente che difficilmente potrà rimarginarsi.

Nel gennaio del 1942, nel corso della conferenza di Wannsee i gerarchi tedeschi decisero di istituire, nel quadro della soluzione finale, un ghetto ebraico nella città di Terezín, alle porte di Praga. Questo venne creato in una fortezza del XVIII secolo e vi furono deportati, soprattutto, quegli ebrei che si erano distinti nei combattimenti del Primo conflitto Mondiale, gli ebrei anziani del Reich e alcune categorie sociali considerate importanti: intellettuali, scultori, attori, musicisti e compositori di fama internazionale.

Così, Theresienstadt, divenne l’ultima enclave della cultura ebraica nell’Europa di Hitler, ed i nazisti utilizzarono il ghetto come set surreale per girare, almeno, due film di propaganda. La realtà, come si è successivamente scoperto, era ben diversa da quella che scorreva sulla pellicola, infatti dopo la completa evacuazione della popolazione autoctona, costituita da circa 6.000 abitanti, si ritiene che siano transitate per Theresienstadt almeno 130.000 persone e che i deportati all’interno del ghetto non siano mai stati, mediamente, meno di 30 o 40.000 per volta. Le condizioni abitative ed igieniche erano a dir poco terrificanti, quasi ai limiti della sopravvivenza, come rivela l’altissima percentuale di decessi per malattie e malnutrizione che a volte sfiorava le 150 persone al giorno. 30.000 le morti causate dalla fame, dagli stenti e dalle violenze subite. Ma il vero ruolo di Terezín fu, quindi, quello di un campo di smistamento e transito verso i lager dell’est Europa. In tutto si calcola che siano partiti da qui almeno 60 trasporti. Al termine della guerra, nel maggio del 1945, erano stati deportati 88.900 ebrei dalla fortezza, i sopravvissuti erano 11.077.

Il ghetto venne sin da subito autogestito dagli stessi ebrei che, obbligati dalle SS, costituirono un consiglio degli anziani che curava l’approvvigionamento alimentare, l’organizzazione del lavoro, i trasporti, gli alloggi e il tempo libero. Venne persino stampata, e fatta circolare,  della carta moneta con cui i prigionieri potevano ricomprare gli oggetti che gli erano stati requisiti all’ingresso. Questa distopica realtà fece da sfondo al grande sviluppo culturale (musica, teatro, letture di poesie) di Terezín, ma ciò fu dovuto ad un tentativo di alleviare le sofferenze dei compagni di sventura e non ad altro.

Quando nel 1944 la pressione internazionale su Berlino, per conoscere le condizioni di reclusione dei prigionieri ebrei, era asfissiante, Himmler decise che l’unico modo per zittire le voci che si rincorrevano era quello di far visitare un campo di concentramento, così da convincere il mondo che gli ebrei venissero trattati umanamente. La scelta ricadde su Terezín, proprio qui venne messa in piedi una grottesca e surreale casa delle bambole con cui si cercò di illudere l’opinione pubblica mondiale sulla normalità della vita in un ghetto. I nazisti iniziarono meticolosamente la preparazione di tutti i dettagli. Tra la fine del ‘43 e l’inizio del ‘44 vennero promosse attività culturali e sportive dando un nuovo aspetto alla città. Ridipinsero le facciate degli edifici, crearono una finta scuola, staccarono il filo spinato, trasformarono una vecchia palestra in un teatro, crearono un palchetto della musica in legno, distribuirono maggiori razioni di cibo e migliorarono i sistemi igienici. Per completare il piano di abbellimento del campo mancava un dettaglio, cioè combattere il sovraffollamento, così nelle settimane antecedenti alla visita vennero deportate 7.503 persone verso Birkenau.

Il 23 giugno 1944 quando la delegazione, guidata dal giovane funzionario della Croce Rossa Internazionale Maurice Rossel, giunse in visita a Terezín trovò un campo costruito ad arte. Un ghetto festante con bambini giocosi, donne felici di lavorare nei campi e uomini liberi di portare in scena opere teatrali. Nulla era stato lasciato al caso, prima della visita, persino i marciapiede erano stati spazzati con il sapone e tutto quel giorno era frutto di un copione scritto. La delegazione trascorse a Theresienstadt circa otto ore, in gran parte dedicate ad ispezionare la fortezza, e pur notando una certa pressione psicologica non furono in grado di comprendere quel che si celava dietro l’apparente normalità delle cose. Maurice Rossel scrisse, in un rapporto inviato alla CICR a Ginevra nel giugno del 1944, di essersi stupito d’aver trovato una città che viveva una vita quasi normale, guidata da un piccolo Stalin di grande valore e sostenne che i deportati nel ghetto, di norma, non vengono trasferiti in altro luogo.

L’inganno era riuscito, ma i nazisti non si fermarono, decisero allora di girare un documentario che convincesse l’opinione pubblica mondiale del fatto che gli ebrei non venissero sterminati ma che  vivevano una vita migliore del resto della popolazione sotto costante bombardamento.
Fu scelto come regista Kurt Gerron, un attore che aveva recitato anche con Marlene Dietrich, e il film che diresse venne intitolato Il Führer regala una città agli ebrei. Alla fine delle riprese, nonostante le promesse di aver salva la vita, l’intero cast e lo stesso regista vennero deportati ad Auschwitz.

Per approfondire:

  1. Oliveri, Hitler regala una città agli ebrei. Musica e cultura nel ghetto di Theresienstadt, L’Epos, Palermo, 2008
  2. Rossel, Besuch im Ghetto, in «Theresienstädter Studien and Dokumenten» III (1996), n. 3

 

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