Storiografia, letteratura e demologia in Sicilia (nei secoli XVIII-XIX)

Dopo l’unificazione, in Sicilia si registra una forte reviviscenza di studi storici dove l’esprit sicilianista è spesso ben visibile.

È in corso un intenso lavoro di riedizione di documenti storiografici e parlamentari dei secoli precedenti da parte di archivisti come Gioacchino Di Marzo che, nella sua Biblioteca storica e letteraria di Sicilia, recupera tanto materiale inedito: i Diari del marchese di Villabianca, ad esempio(1).

Storici come Isidoro La Lumia producono studi storiografici a carattere regionale orientati a recuperare ed incensare le “glorie nazionali” (vedi il saggio sul capo dei costituzionalisti siciliani del 1812 Carlo Cottone, principe di Castelnuovo(2) e, con un segno opposto, quello sul viceré riformatore Domenico Caracciolo). Non mancano le opere in cui l’interesse storico non oltrepassa i confini municipali come quelle Memorie storiche agrigentine di Giuseppe Picone che costituiscono una fonte per Il Re di Girgenti di Camilleri. Ma la storia isolana fa capolino anche negli studi sulle tradizioni popolari (dai lavori di Lionardo Vigo a quelli di Pitrè e Salomone Marino, alle Parità di Serafino Amabile Guastella), nella pubblicistica prodotta dagli innumerevoli giornali locali e nazionali di vario orientamento politico e, non ultime, nelle inchieste parlamentari.

Questa riflessione sulla storia isolana, tuttavia, non comincia dopo l’Unità, ma ben prima. Tra la fine del XVIIIe secolo e l’inizio del XIXe, l’intellighenzia siciliana comincia ad interrogarsi “intensamente” sulla storia antica e recente dell’isola, in particolare su quella dei suoi istituti politicogiuridici. È l’epoca in cui questa cultura politica dalla lunga tradizione ideologica nazionalautonomista – neologismo che ha il merito di mostrare chiaramente la doppia radice storica di tale cultura – entra in profonda e irreversibile crisi. Tra il 1812 e il 1816, vive il trauma che segnerà le classi dirigenti isolane per buona parte dell’Ottocento: il fallimento del tentativo di riforma del sistema parlamentare siciliano in senso costituzionale anglosassone e la fine del parlamento e del diritto pubblico, cioè di quell’insieme di constitutiones, privilegi, grazie e capitoli prodotti in vari secoli di vita parlamentare-vicereale in una continua contrattazione tra monarchia e poteri periferici.

Potremmo individuare l’inizio della riflessione moderna sulla storia siciliana che dilagherà dopo l’Unità prendendo un carattere quasi parossistico, in due opere che trattano del diritto pubblico siciliano scritte proprio tra la fine del XVIIIe e l’inizio del XIXe: Le considerazioni sopra la storia di Sicilia dai tempi normanni fino ai presenti dello storico Rosario Gregorio e Il libro del consiglio d’Egitto di Giuseppe Vella.

Com’è noto ai lettori del romanzo sciasciano, Il consiglio d’Egitto, Vella era uno spiantato fracappellano originario di Malta che, facendosi passare per un esperto conoscitore e traduttore dell’arabo, fece rapidamente carriera fin quando non fu smascherato proprio dal “regio istoriografo” Gregorio che per l’occasione apprese l’arabo e riuscì a dimostrarne la «ciurmeria». Nel profilo biografico di Vella, Domenico Scinà sottolinea il legame tra impostura e lingua in quanto tratto costitutivo della personalità del maltese:

«…sebbene si facea a credere di parlar toscano, pure con accento maltese pronunziava un bastardume di linguaggio siciliano, anzi una lingua tutta propria di lui»(3).

Com’è noto, l’arabo di fantasia velliana gettò nello scompiglio buona parte della classe dirigente isolana da sempre attenta custode dei propri privilegi difesi proprio in nome dell’antica tradizione che rimontava alla monarchia normanna manipolata e caricaturata dal Vella (nel Libro del Consiglio d’Egitto, quest’ultimo fa ricorso all’autorità di Ruggero il normanno per giustificare la predominanza del sovrano sugli optimates isolani). Riscrivendo la storia sul filo della dialettica vero/falso – che investe l’atto stesso dell’espressione linguistica – Vella crea una sorta di specchio deformante della cultura politica siciliana. Uno specchio che deformando riflette una immagine “veritiera”, perché mette a nudo il meccanismo di funzionamento di un’ideologia che si autoalimenta di una retorica storica che diremmo, con terminologia moderna improntata a Hobsbawn e Ranger, un buon esempio d’invention of tradition(4).

Ritroviamo qui un elemento essenziale (genialmente rielaborato da Sciascia nel suo romanzo) intorno a cui ruoterà in un modo tutto particolare il rapporto tra letteratura e storia in Sicilia, cioè la dicotomia tra due “filosofie” della storia: la storia come invenzione centrata intorno all’uso della lingua (Vella) e come «serietà», precisione storiografica (Gregorio).

E la stessa oscillazione tra invenzione e metodo analitico in un alternarsi e confondersi di verità e paradosso, la riscontriamo anche nell’altro domaine più direttamente connesso nell’Ottocento con la tradizione ideologico-politica siciliana: lo studio delle tradizioni popolari. Se pensiamo all’attività demologica di Luigi Capuana – in cui lo scrittore di Mineo ebbe modo di esercitare, giovanissimo, il suo gusto per la beffa nei confronti del primo folclorista isolano, Lionardo Vigo – troviamo ancora una volta il ricorso alla tromperie. Come ricorda Sciascia ne La corda pazza, Capuana inventava di sana pianta dei canti popolari spacciandoli per autentici al Vigo, che li pubblicò poi nella sua Raccolta amplissima. Vigo era un acceso nazionalista siciliano, autore tra l’altro del poema «autonomico» Ruggiero, e già il titolo fa capire quanto fosse resistente la cultura politica caricaturata qualche decennio prima dal Vella(5).

La tromperie orchestrata diabolicamente dal Vella e giocosamente dal Capuana, ha a conti fatti lo stesso oggetto, e cioè la cultura politica nazionalautonomista. Questa “modalità narrativa” ci dà la misura di come in ambiti diversi quali lo storiografico/giuridico (Vella/Gregorio), e il folclorico (Capuana), questo antico patrimonio culturale fosse un sistema difficile da scardinare con gli strumenti critici “normali”. Tali strumenti – fatti salvi quelli della tradizione illuminista di Gregorio che nell’isola non ha avuto significativamente eredi nel XIXe secolo (con la parziale eccezione di Scinà) – semplicemente non esistevano.

La tradizione nazionalautonomista isolana, infatti, espressione dell’ideologia delle classi dirigenti inclini a considerare i propri interessi, interessi della “nazione”, che dopo il 1816 credevano incarnati nella gattopardesca costituzione votata nel 1812 e tradita dal Borbone, non contemplava alcuna forma di spirito critico, consistendo sostanzialmente nella reiterata affermazione della perfezione della cultura politica, giuridica, demologica isolana rispetto al resto delle culture esistenti.

Le beffe del giovane Capuana(6) al povero Vigo ci riportano agli anni di passaggio dalla Sicilia borbonica a quella italiana, anni in cui il sostrato costituito dalle questioni ideologiche tipiche della cultura politica regionale, vertenti sulla “specialità” dell’isola e della sua storia, tracima nel Risorgimento e nel post-Risorgimento. Occorre tener presente il modo teleologicamente politicizzato, in un senso autonomistico o nel suo opposto, in senso unitario, in cui questo processo di tracimazione avviene e che fa sì che “malinteso” e “equivoco” restino a lungo i termini-chiave nell’opposizione spesso frontale tra i continentali e i siciliani(7). 

In entrambi i campi, l’unitario o l’autonomista, infatti, gli eventi del recente passato vengono teleologicamente ordinati in vista dell’exploit risorgimentale (e forse un accanimento maggiore lo si ritrova tra chi, come Pitrè e il romanziere-storico Luigi Natoli, teneva a sottolineare il contributo della Sicilia alla ‘rivoluzione risorgimentale’(8)). È qui, in questa lettura del presente che è al contempo un recupero del passato, nel punto in cui, cioè, il passato e il presente dell’isola incontrandosi si riflettono come in una camera degli specchi, che si ritrovano, a mio avviso, alcune importanti ragioni che stanno alla base dell’originalità del romanzo storico in Sicilia.

La letteratura siciliana, infatti, è attraversata anch’essa dalla riflessione sulla storia regionale e s’interroga sulla società isolana che entra nella modernità italiana misurando lo scarto, la distanza fra questa retorica risorgimentale (di marca unitaria o autonomista) a forte carica teleologica, e la realtà storica, culturale, sociopolitica fondata su un passato che si è sedimentato e continua a vivere sotto forme varie. Per tale via, essa sublima, problematizza, scioglie – a seconda degli autori e delle circostanze – l’intricata fenomenologia della storia isolana.

Ecco che la «radicalità prospettica» degli scrittori siciliani di cui parla Spinazzola(9), si arricchisce di nuove sfumature, a patto che si consideri la profondità storica di tale ‘prospettiva’, che non si misura nell’ordine degli anni che intercorrono tra la rivoluzione risorgimentale e l’oggi dell’autore, ma nell’ordine dei decenni, per non dire dei secoli, in cui si è sviluppata la società e la cultura politica isolana, la sua facilità a farsi retorica sfaccettata e sfuggente che svela e nasconde l’articolazione tra passato e presente. Tale prospettiva, che è quella non solo di De Roberto, ma anche di Verga (e nel Novecento accomuna sotto questo profilo Pirandello, Lampedusa, Sciascia…), non può che essere radicale, dal momento che in quest’ottica perfino un evento come il Risorgimento perde tutta la sua retorica grandezza, e universale, visto che la storia della cultura politica dell’isola è una continua variazione sul tema della pactatio, della dinamica del potere – di volta in volta “negoziato” dalle classi dirigenti isolane con lo scopo precipuo dell’affermazione delle loro istanze autonomistiche e della conservazione dei loro interessi.

Pensiamo ai grandi romanzi storici siciliani che raccontano l’Ottocento isolano e i suoi “tormenti” sociali e politici. Nel Mastro don Gesualdo, ad esempio, s’intravedono le rivoluzioni siciliane dal 1820 e il ruolo in esso giocato dalla questione demaniale, la vicenda delle società segrete carbonare, ma anche il peso della storia politica antica, spagnola, tramite l’evocazione della ‘”lite” dei Trao con la corona di Spagna in nome di vetuste rivendicazioni baronali.

Ne I Viceré la lunga durata storica è insita nella concezione stessa del romanzo attraverso la vicenda degli Uzeda, con le implicazioni filosofiche – di una filosofia politica che trae la sua logica dalla memoria familiare che si confonde con la storia del potere nell’isola – illustrate alla fine del romanzo da Consalvo alla zia che l’aveva educato sulle pagine del Mugnos:

La storia è una monotona ripetizione; gli uomini sono stati, sono e saranno sempre gli stessi. Le condizioni esteriori mutano; certo tra la Sicilia di prima del Sessanta, ancora quasi feudale, e questa d’oggi pare ci sia un abisso; ma la differenza è tutta esteriore. Il primo eletto col suffragio universale non è un popolano, né un borghese, né un democratico: sono io perché mi chiamo principe di Francalanza(10).

Capuana fa eccezione col suo pamphlet L’isola del sole, intriso di revanscismo sicilianista pitreiano, dove non c’è articolazione ma netta distinzione tra il presente e il passato, il primo contenendo tutti i vizi della modernità ignoti al secondo, a cui l’autore guarda con nostalgia: il passato buono della Sicilia “autentica” in cui era inesistente il pericolo socialista, rappresentato negli anni dell’elaborazione del libercolo dal movimento contadino dei Fasci siciliani, e dove, a credere al Pitrè (del cui libro Usi e costumi credenze e pregiudizi del popolo siciliano Capuana ricopia per intero il capitolo sulla mafia) la parola ‘mafia’ valeva per bellezza e valentia11. E così Capuana recupera l’«arcaico»(12) Vigo come modello d’intellettuale da opporre ai predicatori che mettevano strane idee nella testa dei contadini, e agli altri suoi due bersagli polemici, Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino, gli autori dell’Inchiesta in Sicilia del 1876. 

Questi ultimi avevano agito sull’opinione pubblica nazionale e internazionale in maniera non differente dai mestatori socialisti, diffondendo una visione della Sicilia non corrispondente alla realtà, ma alle loro proiezioni fantasmatiche (colmo di paradosso: prendendo per buone, secondo Capuana, le rappresentazioni letterarie prodotte proprio dalla fantasia sua e dei suoi amici Verga e De Roberto). Dunque, in fin dei conti, anche nella visione della storia isolana del “maturo” Capuana, emerge la dialettica verità/impostura e l’invenzione permane una categoria al centro del dibattito sulla Sicilia, la sua storia e le sue rappresentazioni.


Note:

1 G. Di Marzo, Biblioteca storica e letteraria di Sicilia, ossia Raccolta di opere inedite o rare di scrittori siciliani dal secolo XVI al XIX, Palermo, Pedone-Laurel, 1869-1886.

2 I. La Lumia, Carlo Cottone principe di Castelnuovo, Palermo, Pedone Lauriel, 1872.

3 D. Scinà, Prospetto della storia letteraria di Sicilia nel secolo decimottavo, Palermo, Edizioni della Regione Siciliana, 1969, vol. III, p. 156. Scinà dedica alla vicenda un intero capitolo : Degli studi delle cose arabiche, e del falso codice arabico.

4 E. Hobsbawn, T. Ranger, The invention of tradition, Cambridge, Cambridge University Press, 1983.

5 L. Vigo, Opere di Lionardo Vigo, Catania, Galatola, 1870-74, pp. 5-6: «Pubblico nel 1865 un poema autonomico concepito nel 1828, terminato circa il 1840 e ritocco appena. E’ un anacronismo ? Nol credo […] Dacché la penisola si constituì in più monarchie, la Sicilia reclamò libertà e indipendenza e ne avea diritto incontrovertibile più di qualsiasi altro stato […] L’idea le fu anima, vita, azione ; la sua voce suonò riscossa per tutti i popoli italiani dal Vesuvio all’Appennino, alle Alpi e le fecero eco la Senna e il Danubio. Senza quei memorabili avvenimenti sarebbe stato impossibile il 4 aprile 1860 […] Il plebiscito del 21 ottobre 1861 trae la sua prima genesi dal Vespro».

6 Le beffe capuaniane non vanno trascurate nel loro valore d’incubazione estetico-letteraria, se teniamo in adeguata considerazione cosa scrive Verga all’amico in una lettera del 24 settembre 1882, a proposito del poemetto Il comparatico : «Io non dimenticherò mai certa tua novella in versi, appioppata al Vigo se non sbaglio come canto popolare, in cui si tratta di un marito che fingendosi ubriaco la notte di carnevale, induce il ganzo di sua moglie ad andare a letto tutti e tre insieme e lo sgozza. Quello è un piccolo capolavoro, e devo confessarti che la prima ispirazione della forma schiettamente popolare che ho cercato di dare alle mie novelle la devo a te» (G. Raya, Carteggio Verga-Capuana, Roma, Edizioni dell’Ateneo, 1984, pp. 169-170).

7 Nel rapporto del prefetto Gualterio al ministro dell’Interno in cui è attestata la prima ricorrenza del termine ‘mafia’, la parola-chiave è ‘malinteso’: «Un grave e prolungato malinteso tra il Paese e l’Autorità… contribuì a far sì che la cosiddetta Maffia od associazione malandrinesca potesse crescere in audacia e che, d’altra parte, il Governo si trovasse senza la debita autorità morale per chiedere il necessario appoggio alla numerosa classe dei cittadini più influenti per senso di autorità…» (in P. Alatri, Lotte politiche in Sicilia sotto il governo della Destra (1866-74), Torino, Einaudi, 1954, p. 92).

8 Ne La vita in Palermo cento e più anni fa (Palermo, Reber, 1904, vol. I, p. X) Pitrè, espressione del revanscismo sicilianista postunitario, tira una linea retta che collega il 1812 al 1860, la «sapiente rinunzia» dei Baroni isolani alle «nuove idee e riforme sociali», lasciando intendere che quel parlamento, ultimo di una lunga storia, fosse la prima ancora informe manifestazione del processo di unificazione nazionale; i rivolgimenti politici successivi nell’isola sarebbero stati dunque doglie di un unico parto: l’Unità d’Italia. Anche Luigi Natoli, autore del fortunato romanzo storico I Beati Paoli, amico e quasi coetaneo di Pitrè, non disdegna quest’approccio; trattando dell’Ottocento nella parte conclusiva della sua Storia di Sicilia distingue vari tipi di rivoluzione: quella del 1812 la chiama parlamentare, quella del 1820 la definisce rivoluzione per l’indipendenza, quella del 1848 è rivoluzione federale, rivoluzione unitaria il 1860 ed infine la rivoluzione fascista con la quale si conclude il lungo elenco.

9 V. Spinazzola, Il romanzo antistorico, Milano, CUEM, 2012, p. 11: «Da un’età all’altra, illusioni e delusioni si alter- nano, con pendolarismo irrevocabile. […] Naturalmente, le prognosi che i tre scrittori [N.d.a.: De Roberto, Pirandello e Lampedusa] traggono da questa diagnosi comune sono molto diverse. Tutti però ne sono indotti a contestare ogni teleologia storica, ed ogni fiducia in una evoluzione positiva delle modalità di convivenza umane. Da questa radicalità prospettica deriva l’apertura totalizzante del panorama romanzesco».

10 F. De Roberto, Romanzi, novelle e saggi, Milano, Mondadori, 1984, p. 1099.

11 L. Capuana, L’isola del sole, Catania, Giannotta, 1898.

12 Così Capuana definì il suo vecchio maestro in un articolo di stampa pubblicato in occasione della sua morte. A proposito di letteratura e folclore, si sono indagati i rapporti tra Pitrè e Capuana – ma anche tra Pitrè e Verga che, com’è noto, ha tratto dal folclorista palermitano vari proverbi dei Malavoglia e che ha successivamente avuto una corrispondenza epistolare problematica (s’interrompe quasi subito, infatti, a seguito del rifiuto di Verga di partecipare alle celebrazioni per il settimo anniversario del Vespro siciliano organizzato a Palermo da Pitrè nel 1882, per riprendere solo anni dopo). Ma occorrerebbe seguire tutti i fili dei legami che tengono insieme storiografia, folclore e letteratura nella seconda metà dell’Ottocento per comprendere il contributo che viene da qui alla retorica autonomista-sicilianista: mi riferisco in particolare alla funzione di snodo della Società di storia patria di Palermo dove tra gli aderenti si contavano a quest’epoca gli storici Amari e La Lumia, i demologi Pitrè e Salomone Marino ma anche gli archivisti e perfino dei letterati come Ragusa-Moleti. Qui si compone in parte il bacino di saperi locali a cui non attingono solo i contemporanei ma con cui si confrontano anche i posteri, come ad un saldo e inevitabile riferimento per le ricerche storiche sulla Sicilia pre-unitaria.

 

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