Cronistoria di un dissesto finanziario annunciato

Il 23 gennaio 1806 Ferdinando IV (III di Sicilia) e Maria Carolina sʼimbarcarono sullʼArchimede per raggiungere Palermo, costretti nuovamente a fuggire da Napoli dove, con l’occupazione militare dei Francesi, si sarebbe insediato Giuseppe Bonaparte per diventare re del regno meridionale.

Nel 1799 lʼaccoglienza riservata alla corte era stata calorosa, nellʼillusione che il trasferimento in Sicilia fosse definitivo o che, comunque, se ne potessero trarre vantaggi e benefici. Questa volta, invece, il Parlamento non sembrava nutrire lo stesso entusiasmo, memore di come il re ‒ a pericolo scampato ‒ fosse prontamente rientrato nella capitale partenopea nel 1802 e considerato come, in questa seconda evenienza, continuasse ad avvalersi di un governo interamente composto da napoletani e pretendesse di essere mantenuto con fondi da reperire  nellʼisola.

Fino a quel momento la finanza siciliana si era retta sul sistema dei donativi che, da diversi secoli, il Parlamento accordava a richiesta regia: “[…] per designati obbietti, ‒ come avrebbe commentato, nel 1841, Lodovico Bianchini, studioso di questioni economico-finanziarie ‒ e taluni di questi pur temporanei, ed accresciuti in vista dei bisogni, niuna regola certa per la riscossione di essi, ognuno era formato da speciali dazi disuguali, mal ripartiti, ed avea una particolare azienda, un conto a parte. Non si poteva guardare lʼinsieme delle finanze, non unirne le parti disgiunte e venire a generale util riforma appunto per i parziali ostacoli ed i privati interessi; sicché lʼerario tutti sentiva i difetti, i disordini e i vizi deʼ suoi elementi.(1)”

Nei primi anni 80 del Settecento, il viceré Caracciolo aveva tentato di porre mano alla struttura dellʼerario, di intervenire sulle forti sperequazioni tra contribuenti, di abolire il sistema dei riveli delle anime e dei beni per introdurre il catasto e, in definitiva, per spezzare la perversa connessione tra sistema delle imposte e politica di governo: “[…] la quale era tutta sul potente baronaggio onde senza cangiar sistema niun utilità poteva venirne alla pubblica amministrazione. […] e tutto il carico sopportato veniva dal popolo, francandosene agevolmente i feudatari e gli ecclesiastici”(2).

Anche se non riuscì nellʼintento, tuttavia creò i presupposti perché nellʼambiente politico siciliano il dibattito e le divisioni sul tema prendessero sempre più corpo, come, infatti, sarebbe accaduto durante il decennio 1806-1815, durante il quale la permanenza della corte napoletana nellʼisola e la situazione internazionale avrebbero fatto crescere sensibilmente il fabbisogno della Tesoreria e reso impellente reperire risorse finanziarie. 

Il Borbone, avendo quale principale obiettivo la riconquista della Penisola, non esitava a proporre una maggiore contribuzione rispetto al passato e richiedeva ai tre Bracci del Parlamento un donativo straordinario di 360 mila onze lʼanno per un quadriennio(3). Ma, nella sessione parlamentare del 1810, il piano del ministro delle Finanze Luigi deʼ Medici fu bocciato e, in contrapposizione, un gruppo di baroni costituzionalisti, con in testa i principi di Belmonte e di Castelnuovo, presentarono una riforma dei tributi approntata dallʼeconomista Paolo Balsamo, che venne votata col favore dei Bracci baronale ed ecclesiastico, che prevedeva, fra lʼaltro, di riunire in un unico capitolo i diversi donativi: “[…] allo scopo di dividere  più equamente le imposte ‒ scriveva Francesco Brancato ‒ fra tutti gli ordini di persone, non solo per una più sicura regola nella riscossione, ma anche per un più facile controllo sulle spese, secondo i bisogni dello Stato”(4).

A quella data i donativi ordinari erano otto [per fortificazioni, torri, ponti ecc.] e dodici quelli straordinari dai quali si introitavano complessivamente oltre 417 mila onze.

Il dibattito politico rifletteva, quindi, la portata del conflitto che si stava incardinando nella materia viva della questione fiscale su cui si manifestava una linea politica monarchica di palese arroganza a discapito degli interessi siciliani(5). E lo scontro sarebbe diventato ancor più aspro allorché il re decise, unilateralmente, senza lʼassenso del Parlamento, di emanare, nel febbraio del 1811, “una serie di balzelli, compresa lʼimposta dellʼun per cento sulle attività commerciali, nonché la vendita di vari beni ecclesiastici”(6). 

Come noto, la reazione dei baroni fu immediata e produsse un ricorso di illegittimità che venne presentato personalmente alla Deputazione del Regno da cinque più rappresentativi di loro ‒ i principi di Castelnuovo, di Belmonte, di Villafranca, di Aci e il duca dʼAngiò ‒,  cui corrispose la decisione del re di farli arrestare, ritenendo erroneamente che, in tal modo, avrebbe riportato il Parlamento a più miti consigli.

A questo punto di rottura e di contrapposizione frontale tra monarchia e baroni, il governo della Gran Bretagna non avrebbe potuto rimanere mero spettatore, perché la guerra con la Francia non consentiva ulteriori rischi di instabilità politica nel regno di Ferdinando, con il quale, peraltro, era stato sottoscritto un Trattato di Alleanza e di Sussidj di reciproca assistenza e collaborazione. Pertanto, il nuovo plenipotenziario lord William Cavendish Bentinck, acclarata lʼindisponibilità di Ferdinando a modificare le decisioni assunte, e avuta piena libertà di azione dal proprio governo, fece allontanare da Palermo il re (alla tenuta di caccia nel bosco di Ficuzza) e la regina (a Castelvetrano), favorendo la nomina del figlio, principe Francesco, quale Vicario generale e si adoperò per la formazione di un governo di ministri siciliani composto dai cinque esponenti del Braccio baronale rimessi in libertà.

In forza delle intese previste dal Trattato anzidetto, stipulato il 30 marzo 1808, alla Sicilia era stato assicurato ‒ oltre al sostegno militare necessario a scongiurare la possibilità che i Francesi potessero invaderla ‒ un contributo finanziario annuo significativo che, tuttavia, non era tale da colmare le esigenze della Tesoreria, né di bloccare la progressione del disavanzo di bilancio. Lʼarticolo ottavo prevedeva, infatti, che al governo borbonico si destinasse “un annuo sussidio di trecentomila Lire sterline (a contare dal 10 di Settembre 1805, in cui le Truppe Anglo-Russe furono chiamate in Napoli) fin che dura la presente guerra, pagabile a ragione di venticinque mila lire sterline per mese, sempre anticipato […]”, e Ferdinando IV si era impegnato a impiegare le somme per far fronte alle spese della sua marina militare e del suo esercito(7). 

Con ulteriore accordo del 13 maggio 1809 il sussidio fu elevato a 400 mila sterline annue, pari a 560 mila onze, moneta di Sicilia, al cambio di 42 tarì/sterlina. Di contro, le truppe e la marina britannica avrebbero beneficiato della completa franchigia di diritti daziari e doganali su tutti i generi di cui avrebbero avuto bisogno (art. III), inclusa la marina militare di stanza a Malta (art. IV) e inclusi tutti i bastimenti di sudditi britannici in qualsivoglia porto del regno (art. VI). 

Contabilmente non era una partita di giro, ma se ne discostava di poco, anche perché la protezione militare inglese comportava che il commercio della Sicilia ‒ come evidenziato da Michela DʼAngelo ‒ venisse monopolizzato dalle ditte e dai negozianti-imprenditori britannici, beneficiari di gran parte delle franchigie. Il valore delle esportazioni inglesi verso lʼisola che nel 1810 ammontava a 152 mila sterline, nel 1814 avrebbe raggiunto la ragguardevole cifra di 1 milione e 256 mila sterline, mentre quello delle importazioni inglesi dalla Sicilia si manteneva su livelli più bassi: 171 mila sterline nel 1810 e 151 mila nel 1814, a riprova di quanto la Sicilia fosse diventata il principale mercato di destinazione dei manufatti britannici(8).

A seguito dellʼintervento del Bentinck e della formazione del nuovo governo, il principe Vicario, nel 1812, convocò una sessione straordinaria del Parlamento allo scopo di correggere gli abusi, di provvedere ai bisogni dello Stato e “al miglioramento delle Leggi, ed a tutto ciò, che interessar potesse alla vera felicità di questo fedelissimo Regno”(9). Dopo la seduta inaugurale del 15 giugno seguirono numerose adunanze che avrebbero portato al varo della nuova Costituzione di ispirazione liberal-moderata, su modello inglese, con la quale si attribuiva al re la titolarità del potere esecutivo e la competenza ad amministrare la rendita nazionale e i beni di ogni sorta, per mezzo di un ministro delle finanze e di un Consiglio delle finanze (Titolo II – Cap. III); al ministro avrebbe fatto capo una nuova struttura territoriale articolata su quattro Gran Camerari(10).

Tuttavia, nelle stesse settimane in cui la Costituzione siciliana veniva approvata e otteneva la sanzione reale, lo scenario politico militare internazionale mutava rapidamente e la parabola napoleonica, con la rovinosa campagna di Russia, iniziava a declinare, portandosi appresso anche il processo di rinnovamento avviato in Sicilia. Fra il 1813 e il 1815 si registrarono diverse crisi ministeriali e tre legislature: “A quella instabilità istituzionale ‒ scriveva Renda ‒ si accompagnò una generalizzata instabilità politica. Nel frattempo […] il principe di Belmonte nel 1814 non trovò di meglio che proporre al Parlamento di richiamare al potere re Ferdinando, il che significò mandare a casa sia il principe vicario Francesco che il Lord supergovernatore Bentinck”(11). 

Ferdinando poteva adesso riprendere lʼiniziativa politica, approfittando anche delle divisioni che avevano logorato il fronte baronale e promuovere la creazione di una commissione composta da 18 membri, per procedere alla revisione del testo costituzionale non più adatto al volgere degli eventi e alla nuova situazione post congresso di Vienna. A guerra conclusa, il re lasciava definitivamente Palermo il primo maggio 1815 per fare rientro a Napoli e, 19 mesi dopo, a Regno di Sicilia unificato in quello delle Due Sicilie (legge dellʼ8 dicembre 1816), Ferdinando I (non più III di Sicilia) firmava il “Piano dei risultati″ della Tesoreria dellʼisola al 31 agosto 1816, approntato dal ministro deʼ Medici, nel quale si certificava il punto di approdo del grave dissesto finanziario, accresciuto anno dopo anno: un disavanzo effettivo pari a 1 milione e 840 mila onze, dovuto sia a mancati introiti, sia a maggiori spese(12). 

Basti esaminare alcuni dati relativi allʼanno finanziario horribilis 1814-15 per comprendere meglio il merito della questione. Le spese [“pesi″] effettivamente sostenute dallʼerario per complessive onze 1.977.633, [+2,7% rispetto alle previsioni](13), riguardavano percentualmente i seguenti aggregati: Guerra [«mantenimento per tutti gli oggetti della forza di terra e di mare» 58,9%]; Economia [18,7%]; Real Corte [13,4%]; Giustizia [4,9%]; Corpo politico [«Segretarj di Stato, Reali Segreterie, Corpo diplomatico, Spese parlamentarie» 4,1%]. 

Come si vede lʼincidenza delle spese militari era preponderante e il fabbisogno segnalato sin dal 1813 dal ministro di Guerra e Marina, Ruggero Settimo, era stato espresso formalmente al Segretario di Stato di Azienda e Commercio, in termini allarmanti: “[…] in ogni mese bisognano in tutto onze 75000 circa, senza le quali resteranno tuttavia in attrasso i soldi degli Uffiziali, le Vedove, le pigioni de’ locali per la Truppa, oltre che resta sospesa la costruzione del Vestiario, e quella de’ letti; vengono meno le opere di Artiglieria, e quelle de’ ripari alle fortificazioni, e Quartieri; bisognerebbe diminuire quel numero di legni che attualmente servono alla Deputazione di Salute, in circostanza tanto importante, quanto quella del Contaggio, ed in somma saranno tali le conseguenze, che alcun disordine potrà senza meno accaderne, e del quale io non credo potermi rendere responsabile, quando mi si fanno mancare i mezzi”(14).

Il governo siciliano affrontava la mancanza di liquidità ricorrendo a prestiti richiesti direttamente al plenipotenziario Bentinck, ai banchieri inglesi attivi in Sicilia e a Malta, o a mercanti della piazza palermitana (Melchiorre Tamajo, Pietro e Giovanni Tommaso Martines, Francesco Montalbano), che venivano rinnovati alla scadenza per pagare anche gli ingenti interessi nel frattempo maturati. Tra gennaio e marzo 1813, per esempio, le tre case di commercio Mendham & Cailler, John Thurburn, Ross Higgins, erogavano 154 mila onze al tasso dellʼ1% al mese(15); il successivo mese di maggio lord William Bentinck, a seguito di un colloquio avuto col ministro Settimo, “[…] sulle angustie, e la poco buona politica in questo momento di tener lʼarmata senza paga”, si dichiarava disponibile ad anticipare 30 mila onze al dipartimento militare(16).

A settembre del 1814, il negoziante-imprenditore di vini John Woodhouse anticipava 12 mila onze per consentire al governo di eliminare dalla circolazione monetaria la notevole quantità di moneta falsa di rame(17). Ma più di ogni altro, il finanziere inglese, residente a Palermo, che in quegli anni ebbe un ruolo di primissimo piano, fu senza ombra di dubbio Abraham Gibbs, console degli Stati Uniti dʼAmerica, che gestiva le somme del sussidio britannico destinate al governo siciliano. Con mezzi finanziari propri si espose a rischi di credito elevati, negoziando lettere di cambio e prestiti rilevanti a favore della Tesoreria siciliana, il cui mancato recupero [oltre 58.141 onze] contribuì alla sua bancarotta da 285 mila onze e al conseguente suicidio(18).

Quindi, i “pesi″ anzidetti, relativi allʼesercizio 1814-15 ‒ elencati nel piano approvato dal Parlamento ‒ avrebbero dovuto trovare copertura sul versante delle entrate [“rendite”] quali, per citarne alcune: gioco del lotto, segrezie e collettorie, fondiaria, consumo di cereali, sussidio inglese, imposta straordinaria, tassa sugli animali, stimate complessivamente in 1.622.582 onze, cui si sarebbero dovute aggiungere altre 323.500 onze di “Nuove tasse”(19). Se queste previsioni di gettito fossero state rispettate, a consuntivo le spese effettive avrebbero sforato solo di +1,6%(20) e non, invece, del 27,9%(21); errori e sovrastime comportarono, infatti, una copertura delle spese che risultò pari solo al 78,2%(22). 

Non è difficile spiegare come si sia arrivati a tale stato di fatto; va sottolineato, intanto, che la riforma del Balsamo, approvata nel 1810, non era stata di immediata e agevole applicazione e che la Costituzione del 1812 prevedeva che in via transitoria la Deputazione del Regno continuasse ancora ad operare fino al 1° settembre 1813, trattando e concordando le modalità di distribuzione dei carichi fiscali dei diversi soggetti: “I contrasti interpretativi ‒ scrive Antonino Giuffrida ‒, i ricorsi, le opposizioni rivolte al governo dagli interessati furono innumerevoli con la conseguenza che si bloccò il pagamento delle tasse deliberate dal Parlamento”.

Le crisi ministeriali anzi ricordate fecero il resto. Gli introiti erariali precipitavano e le spese erano incontenibili: “Debito pubblico ‒ precisava il Bianchini ‒ che non vi eran mezzi come soddisfarlo. Salario a magistrati, agli impiegati civili, agli ufiziali dellʼesercito che da molti mesi non si dava; falsa moneta in circolazione”.

Per far fronte, quindi, al disavanzo di 1 milione e 840 mila onze, con decreto del 21 gennaio 1817, venne creato uno specifico “Fondo di ammortizzazione del debito pubblico″, destinando per il primo esercizio settembre 1816-agosto 1817 la somma di 150 mila onze (art. 3): “[…] la santità della fede pubblica ‒ si dichiarava nel preambolo al decreto sopraindicato ‒ era stata violata essendosi mancato al pagamento deglʼinteressi dovuti ai creditori dellʼerario non che al pagamento deʼ soldi degli impiegati civili e militari e dʼaltri creditori di giustizia”(25).

Con decreto del 2 marzo 1818, constatato che il debito dellʼerario siciliano ancora da pagare ‒ “quasi tutto per salari scaduti e somministrazioni fatte a rami di guerra e marina” ‒ ammontava a 1.222.949 onze, 28 tarì e 9 grani, si deliberava di estinguerlo in nove anni, stabilendo le norme opportune, le priorità di liquidazione dei crediti e “il modo della soddisfazione con viglietti di credito detti di prima emissione”. 

Dʼaltronde, quale altra via percorrere se non quella di contrarre nuovi debiti per pagare debiti arretrati?


Note:

1 Lodovico Bianchini, Della storia economico-civile di Sicilia, Stamp. Francesco Lao, Palermo 1841, vol. II, p. 36.

2 Ivi, pp. 16-17.

3 Giuseppe Giarrizzo, La Sicilia dal Cinquecento allʼUnità dʼItalia, in Vincenzo DʼAlessandro e Giuseppe Giarrizzo, La Sicilia dal Vespro allʼUnità dʼItalia, Utet, Torino 1989, pp. 641-649.

4 Francesco Brancato, BALSAMO, Paolo, in Dizionario biografico degli Italiani, vol. 5 (1963), disponibile on-line, www.treccani.it/enciclopedia/paolo-balsamo.

5 Francesco Renda, Storia della Sicilia dalle origini ai giorni nostri, Sellerio, Palermo 2003, vol. II, p. 798

6  Ivi, p. 799.

7 Trattato di Alleanza, e di Sussidj fra Sua Maestà il re delle Due Sicilie e Sua Maestà il re del Regno Unito della Gran Bretagna, e dellʼIrlanda, testo bilingue francese e italiano, (Fatto in Palermo oggi trenta del mese di Marzo mille ottocento e otto), Reale Stamperia, Palermo 1808, p. 6, art. VIII, firmato dai rispettivi plenipotenziari, Tommaso di Somma (marchese Circello) e William Drummond.

8 Michela DʼAngelo, Mercanti inglesi in Sicilia 1806-1815, A. Giuffrè, Milano 1988, pp. 198-209.

9 Costituzione del Regno di Sicilia stabilita dal Parlamento dellʼanno 1812, Tip. Francesco Abbate, Palermo 1813, tomo I, p. 5.

10 Ivi, pp. 66-67.

11 Francesco Renda, Storia cit., vol. II, p. 818.

12 ASPa, Real Segreteria – Incartamenti, b. 4696, Piano dei risultati della Tesoreria generale della Sicilia al di là del Faro per tutto Agosto quarta indizione 1816, copia conforme con autografo del ministro delle Finanze Luigi deʼ Medici, senza data, ma 1816.

13 Pesi previsti per lʼesercizio 1814-15 pari a onze 1.925.823 [base 100]; pesi effettivamente pagati onze 1.977.633 [numero indice 102,70].

14 Ivi, b. 4960, lettera di Ruggero Settimo a Gaetano Bonanno, Segretario di Stato per Azienda e Commercio, Palermo, 6-11-1813.

15 Ivi, b. 3509, foglio sciolto n. 6.

16 Ivi, foglio sciolto n. 9, traduzione in italiano della lettera di lord William Bentinck al principe di Belmonte, ministro degli Affari esteri, Palermo 23-5-1813.

17 Ivi, b. 4957, lettera del Capitano giustiziere, Sebastiano Giacalone, al re, Marsala 22-9-1814; lettera di John Woodhouse al ministro delle Finanze, Gioacchino Ferreri, Marsala, 25-9-1814.

18 Rosario Lentini, Gibbs, i Woodhouse e Ingham: una British connection in Sicilia, in Atti del convegno internazionale di studi Il «decennio inglese» in Sicilia 1806-1815. Bilancio storiografico e prospettive di ricerca, Palermo, Villa Malfitano, 14-15 dicembre 2018, in corso di pubblicazione.

19  Il totale delle rendite previste per lʼesercizio 1814-15 ammontava, quindi, a onze 1.946.082.

20 Rendite previste pari a onze 1.946.082 [base 100]; onze 1.977.633 ammontare spese effettive [numero indice 101,62].

21 Le rendite effettivamente incassate nellʼesercizio 1814-15 ammontarono a onze 1.546.317 [base 100]; onze 1.977.633 ammontare delle spese effettive [numero indice 127,89].

22 Rendite effettivamente introitate / Pesi effettivamente erogati [onze 1.546.317 / onze 1.977.633 x 100 = 78,2%].

23 Antonino Giuffrida, La Deputazione del Regno e la riforma della finanza pubblica siciliana del 1810, in Sicilia 1812 laboratorio costituzionale. La società la cultura le arti, a cura di Maria Andaloro e Giovanni Tomasello, Assemblea Regionale Siciliana, Palermo 2012, p. 59.

24 Lodovico Bianchini, Della storia cit., vol. II, p. 43.

25 Decreto 21 gennaio 1817 a firma Ferdinando I.

 

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