La rassegna online di Sole Luna

L’alterità oggi è una parola dimenticata. Oppure per alcuni è un contenitore svuotato e riempito con la dialettica dell’odio, dell’ignoranza, del razzismo. Dell’indifferenza a ciò che accade in altre parti nel mondo, ad avvenimenti che portano allo sconvolgimento delle vite di molte comunità.

Quest’anno, la rassegna internazionale di cinema documentario Sole Luna Doc Film Festival di Palermo compie 15 anni. Un traguardo che gli organizzatori hanno voluto celebrare con la rassegna speciale “15DOC winners collection”, partita lo scorso 30 aprile. Il festival Sole Luna nasce nel 2005 dall’iniziativa della presidentessa Lucia Gotti Venturato, diventata per questo anche cittadina onoraria di Palermo. La nuova iniziativa online targata Sole Luna porterà il “cinema del reale” in tutte le case, offrendo il meglio della kermesse di questi anni: i film vincitori premiati dalle giurie internazionali che si sono avvicendate. Quattordici saranno i titoli proiettati in streaming sul sito www.solelunadoc.org, con due appuntamenti a settimana, ogni martedì e giovedì alle 19:30, fino al 18 giugno.

I lungometraggi in programma raccontano storie di singoli come di collettività. Così le vite dei protagonisti dei documentari uniscono zone lontane geograficamente come il Medio Oriente, Sud Africa, l’Asia e il Sud America: nonostante siano distanti le une dalle altre hanno un unico fil rouge, i diritti umani. Emblematiche sono le vicende raccontate: dall’esperienza personale del regista palestinese Mohamed Bakri alle proteste dei minatori in Sud Africa, dalle guerre nei Balcani e in Medio Oriente ai centri d’accoglienza in Australia. Lo scopo è aprire finestre su tematiche contemporanee come le migrazioni, le questioni di genere, i diritti del lavoro, il tempo nelle case di riposo, argomenti mai tanto attuali.

Lucia Gotti Venturato racconta e approfondisce l’iniziativa.

Da dove è nata la sua idea di creare un festival incentrata su temi di attualità?  

Ho maturata l’idea di Sole Luna Doc Film Festival nel 2005. Erano trascorsi pochi anni dal disastro delle Torri gemelle e si capiva che il mondo stava cambiando, che la migrazione sarebbe stato un tema caldissimo. Le guerre in Iraq, in Afghanistan e la situazione mediorientale ci fecero realizzare che avremmo dovuto affrontare non solo flussi migratori consistenti, ma anche l’incomprensione di una fascia della popolazione nei confronti della diversità.

Sentivo l’esigenza di progettare un festival che rappresentasse le culture altre: gli usi, i costumi e le tradizioni di popoli che per i loro stessi riti e modi di rapportarsi alla vita sembrano a noi lontanissimi. Il festival è nato con una matrice particolarmente mediterranea, legata appunto all’idea di scambio culturale tra una sponda e l’altra del Mediterraneo. Così ho deciso di realizzare questa esperienza in Sicilia, a Palermo, dove in quegli anni si stava sviluppando il Centro sperimentale di cinematografia dedicato al documentario che era il genere di cinema che volevamo rappresentare, perché naturale veicolo per trasmettere la realtà naturale degli altri Paesi. Piano piano il Festival si è evoluto, diventando sempre più internazionale, e ormai ci occupiamo di tutte le nazioni e regioni del mondo.

Quali sono le novità di quest’anno? 

“15 doc winners collection” avrebbe dovuto tenersi a Palazzo Branciforte, ma la pandemia ha ampliato le platee e gli orizzonti. Prima di questa, abbiamo fatto un’altra rassegna all’inizio del lockdown, “Bring the doc home” proponendo alcuni film significativi del nostro archivio e anche uno da noi prodotto “Bring the sun home”, di Chiara Andrich e Giovanni Pellegrini: abbiamo avuto 22000 visite al sito. Così, cavalcando l’onda del successo di quella piccola rassegna, abbiamo deciso (vista l’impossibilità dello svolgimento a Palazzo Branciforte) di trasferire la rassegna online. L’abbiamo anticipata per renderla funzionale a questo tempo che non ci ha ancora restituito la completa libertà proponendo i 14 documentari vincitori delle edizioni precedenti. 

Tutto ciò sarà preparatorio per il possibile svolgimento del festival a luglio, a Santa Maria dello Spasimo. Posso dire che sarà tutto nuovo. Dovremo rispettare le regole per mettere tutto e tutti in sicurezza. Mentre per quanto riguarda il concorso, avremo anche una selezione di film del Centro sperimentale di cinematografia di Palermo. Con Costanza Quatriglio, tutor didattico, abbiamo selezionato una serie di film che sono dei saggi di fine corso che proporremo durante il festival.”

Come presidentessa del Sole Luna Doc Film Festival, quali sono le emozioni che le suscita la visione di questi documentari?  

Ne vedo centinaia. Anche io faccio parte del gruppo di selezione, i nostri documentari hanno sempre come tema un’attenzione per i diritti umani e la conquista di libertà che in alcuni luoghi non vengono garantite. Ma anche lavori che parlano dell’ambiente e di storie del passato.
Ho acquisito una certa sensibilità per il mondo audiovisivo, che non è il mondo da cui vengo: la mia origine professionale è legata allo studio della geopolitica. Riceviamo storie di tutti i tipi: documentari che raccontano delle condizioni delle carceri in Russia come della condizione delle donne brasiliane, narrata da tre generazioni di una stessa famiglia, a lavori che inquadrano il cartello della droga in Colombia. Quest’anno al festival sono arrivati circa 600 documentari. Abbiamo prima fatto una scrematura selezionandone 100. E tra questi stiamo ora scegliendo i 30 da ammettere al Festival per il concorso.

C’è stato un film che le è rimasto particolarmente impresso tra i film che sono stati premiati in questi anni?

Come al solito ognuno ha le sue preferenze a volte sei d’accordo con la giuria, a volte meno. Però sono tutti bellissimi film, a cominciare da quello che abbiamo visto l’altra sera, Since you left del 2006. Mi sono molto emozionata anche quando ho visto A Walnut Tree, vincitore nel 2016, prodotto da Ammar Aziz, in cui si racconta la  storia meravigliosa di un anziano signore che diventa il mentore di tutti i bambini e di tutte le famiglie ospiti in un campo profughi. È una storia di una delicatezza e tenerezza incredibili.
Ricordo anche con estrema emozione quando vidi per la prima volta dal computer di casa Letters from the desert, premiato nel 2012, che è il racconto dell’ultimo postino di un villaggio dell’India settentrionale che porta a piedi le lettere e alle volte anche la pensione agli abitanti. Quando una ragazza si sposa e va a vivere lontano, mantiene sempre una corrispondenza con il suo Paese di origine. 

Che tipo di pubblico prende parte alle proiezioni?

Noi lavoriamo in sinergia con le scuole, poi è chiaro che ci sono le partnership. Per esempio collaboriamo con scuole di Firenze e Torino, in cui facciamo formazione per quanto riguarda l’interpretazione del linguaggio audiovisivo. Alla fine dell’anno scolastico formiamo delle giurie, composte dai ragazzi che si candidano. È emblematico come molti degli studenti che compongono queste giurie si avvicinino a quelle internazionali, avendo la capacità di scegliere dal punto di vista stilistico. Abbiamo una quantità di candidati che ben fa sperare per il futuro del mondo.
In platea, invece, abbiamo un po’ tutte le età. È chiaro che la presenza maggiore sia di persone adulte, ma dipende sempre dal film che viene proiettato. Se, come è successo, il protagonista è un rapper iracheno o un bambino di un’altra nazione il pubblico si fa molto più variegato.  In genere, comunque, ci sono tanti ragazzi delle università. Durante l’anno collaboriamo con i centri linguistici e tanti studenti si propongono per imparare a sottotitolare e tradurre i film. È davvero un bel viaggio, sa?

 

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