Il racconto dello spettacolo con gli occhi del regista, Sabino Civilleri, e dei giovani artisti del teatro Biondo

Sabino Civilleri rappresenta l’altra faccia della medaglia nell’organizzazione di “Ruah – Il respiro di Dio” e delle attività promosse dall’Università di Palermo per il Giorno della Memoria. 

Referente progettuale per la scuola dei mestieri dello spettacolo del teatro Biondo, è regista e ideatore della performance in scena negli spazi dello Steri.
“Ruah” poggia su una resa materica sul corpo, su presenza e assenza dell’individuo. Una percezione artistica rivolta all’evocazione di una memoria plastica e tangibile, vissuta come manipolazione della corporeità legata alla ripetitività degli stimoli rivolti allo spettatore, meccanismo questo mutuato dalla tecnica pubblicitaria. 

Si tratta di un’azione performativa attraverso spazi non convenzionali, un viaggio ideale verso la costruzione di una nuova memoria, per non dimenticare il passato e guardare al futuro.

“Gli studenti del DAMS sono stati molto al mio fianco nell’atto creativo e io ho spesso bloccato il lavoro con attori e performer per dialogare con questi ragazzi. Il loro è uno sguardo giovane – dice Civilleri – che però possiede già gli elementi per comprendere la realtà e questo mi ha messo davanti a uno scambio dal quale non sempre sono uscito vincitore, in termini di costruzione teatrale e significato della messa in scena. Molti di loro non conoscevano realmente il lavoro all’interno di un laboratorio teatrale e per questo la partecipazione a questo progetto credo abbia restituito una nuova visione del teatro e degli artisti che vi lavorano. Non è questione di tecniche da imparare quando si partecipa ad un laboratorio. Quello che bisogna carpire è la sensibilità di chi propone e di chi rielabora nella scena: è stato un argomento su cui ci siamo confrontati molto”.

Foto di Francesco Lodato
Foto di Francesco Lodato

Queste le considerazioni di Civilleri rispetto alla collaborazione con i ragazzi, arruolati nel progetto dal direttore del DAMS, una cooperazione dalla quale nasce uno scambio assolutamente costruttivo per entrambe le parti coinvolte:

Non mi è capitato spesso di riuscire a lavorare in questo modo, con i ragazzi stessi pronti ad apportare modifiche, a sviluppare il racconto. Si è trattato di un laboratorio creativo partecipato attivamente.

Il teatro – prosegue il regista – ha sempre avuto una forte caratterizzazione sociale e politica nella mia carriera. Ho fatto scelte molto precise nei lavori che ho affrontato e spesso ho detto no anche se i temi erano molto forti e urgenti. Perché penso che nell’arte in generale non ci si possa fermare ai temi trattati, bisogna fare attenzione all’opera che restituiamo al pubblico. Questo significa valutare il gesto artistico che viene proposto. Io vivo una forte responsabilità in questo senso e prendo scelte quotidianamente. Dividere il teatro in categorie significa solo catalogare per meglio organizzare e quindi meglio finanziare e meglio distribuire. Insomma niente a che fare con il gesto e l’impegno dell’artista”. 

Tra le voci degli allievi e attori coinvolti nel progetto condiviso con il DAMS per il Giorno della Memoria c’è Chiara Chiurazzi, un’artista piena di passione: “Il teatro ha una grande capacità di causare in chi lo fa e in chi lo vede emozioni immediate, degli spunti di riflessione che a volte possono tormentare per giorni dopo che si va a vedere uno spettacolo. Già il far pensare, anche solo per un attimo, a tragedie come quella della Shoah rende il teatro necessario per la comunità.
Il tema è forte. Il laboratorio che ci ha portato a questa performance ci ha fatto soffrire, riflettere, piangere. Nonostante questo, nulla potrà minimamente avvicinarci all’inimmaginabile orrore che accadeva all’epoca. Quello che si prova è rabbia, dolore e voglia di non dimenticare”, dice.

Costantino Buttitta ha trent’anni, già diplomato come attore di prosa alla Galante Garrone di Bologna. È l’anghelos greco, il messaggero itinerante che accompagna e guida il pubblico nel corso della performance: “in questo caso la prospettiva non è quella tradizionale del teatro, si tratta di una rappresentazione in movimento ed io sono un viaggiatore della memoria. Durante le prove ho chiesto ai ragazzi del DAMS di alzarsi e seguirmi, ribaltando in qualche modo la loro prospettiva di fruitori.

Foto di Francesco Lodato

Sembravano contenti di superare la visione frontale, condividendo le loro impressioni con tatto, dimostrando un genuino e fermo istinto teatrale. Per quanto riguarda ciò di cui parliamo in Ruah – racconta –  mi sento di dire che razzismo, sessismo e discriminazione religiosa hanno sicuramente una radice simile ed è importante capire, per me e dentro di me, quali pregiudizi, fobie e rimasugli di odio alberghino ancora. È facile dire non sono razzista, ma io preferisco prendermi il rischio di dire: forse una parte di me è ancora intollerante e chiusa al diverso. Da cosa viene questo mio atteggiamento? come posso migliorare? Sono domande che tutti dovremmo rivolgere a noi stessi in tempi come questi”.

Infine Adriano Di Carlo,  una laurea in beni culturali all’Università della Tuscia di Viterbo e iscritto al Conservatorio. Per lui i ragazzi del DAMS hanno mostrato impegno e interesse partecipando costantemente al processo creativo dell’opera: “sottolineando ciò che non li convinceva, disegnando e appuntando. Sono stati un vero contraltare, impegnati nel cercare e trovare le analogie sceniche e simboliche con i testi studiati con il professor Tedesco. Con loro – conclude – abbiamo sviscerato le tematiche legate allo spettacolo, come la paura per il diverso e dal mio punto di vista dubito questa scomparirà mai. Si tratta di una cosa semplice: non accettiamo lo sconosciuto dentro di noi e rinunciamo alla curiosità. Ci accontentiamo di ciò che abbiamo visto e il resto lo rigettiamo o lo guardiamo con sospetto. Se dentro di noi trovassimo l’emarginato senza tollerarlo ma pensando di esserlo, cambierebbero i nostri parametri di giudizio è forse spettacoli come questo possono aiutarci a farlo”.

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