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Rosario Mangiameli, Confessioni di un brigante (XL edizioni, 171 pagine, 13,90 euro)

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Appena compiuta l’Unità, prima della nascita ufficiale della mafia c’è tutto un brulicare di eventi e personaggi che ne costituiscono il brodo di coltura: è un mondo in divenire dove il brigante Angelo Pugliesi detto don Peppino il Lombardo emerge sicuro, sino a presentarsi come il  protagonista di un caso emblematico. Adesso un’accurata ricostruzione, pubblicata dallo storico Rosario Mangiameli in Confessioni di un brigante (XL edizioni, 171 pagine, 13,90 euro), ci permette di osservare le molteplici sfaccettature di un episodio che sembra lontano, ma vede all’opera meccanismi molto riconoscibili. Perché in fondo si tratta dell’eterna trattativa Stato-mafia: cioè  un braccio di ferro in cui lo Stato, quasi accampato in un territorio ostile, arretra o avanza a seconda delle contingenze politiche.

I fatti. Dal 1863 al 1865 il brigante Pugliesi compie le sue imprese nella provincia di Palermo, tra Lercara, Prizzi e Alia. Non è siciliano, è un ex ergastolano cosentino evaso nel 1860 dalle carceri di Palermo: predilige i travestimenti politici, usurpa il nome del garibaldino bergamasco Giuseppe Del Santo e per questo verrà poi inteso come don Peppino il Lombardo. Vive da latitante a Palermo, nel borgo dell’Uditore, dove riesce a tessere una rete di relazioni con le élite politico-sociali della città e del suo entroterra. All’Uditore entra in contatto con l’ambiente dei giardinieri, qualcuno lo raccomanda al consigliere comunale Giuseppe Palizzolo e Pugliesi viene assunto come soprastante ad Alia. Si ritrova così in un ambiente dinamico. Dove i feudi ormai appartengono a uomini una volta gabelloti, il boom dello zolfo porta denaro fresco e la creazione del nuovo Stato offre considerevoli margini di manovra agli intraprendenti.

Ma nei feudi dell’interno l’affare più redditizio è ancora l’abigeato, a cui nessuno dei notabili appare del tutto estraneo. Siamo in una società che ha nell’allevamento un’attività economica centrale, forse non è inutile ricordare che il lavoro nei campi e i trasporti sono ancora a trazione animale. E le transumanze dalle zone montuose alla marina permettono di trasferire anche gli animali rubati, che poi vengono imbarcati per l’Africa o per i mercati nisseni e agrigentini. Certo è indispensabile una certa pace sociale: servono ricoveri e contatti pacifici con gli irregolari che sono tanti; nel frattempo le campagne ospitano masse di renitenti alla leva, che possono facilmente trasformarsi in una mina vagante.

Sembra quasi ovvio che nelle mandrie dei grandi proprietari vengano occultati gli animali rubati. Osservare gli itinerari, scrive Mangiameli, consente di tracciare una mappa delle relazioni malandrinesche osservandole dal basso: ci sono contatti abituali fra latitanti, renitenti e notabili; sembra quindi legittimo pensare all’esistenza di un’organizzazione criminale e/o politica, attorno a cui si aggregano individui dalla diversa collocazione sociale. Gli indizi suggeriscono che si tratta di un’organizzazione duttile, dove a seconda delle necessità si provvede a garantire ricoveri per gli uomini, documenti per gli animali rubati o squadre di picciotti quando la rivoluzione chiama. Il succedersi delle alleanze riflette i variabili rapporti di forza interni all’organizzazione, e poiché i referenti sono molti è quasi impossibile che non ci siano contrasti. Un buon capobanda ha il dovere di tenere a bada il conflitto e massimizzare i guadagni.

Su questo sfondo si collocano i casi di Angelo Pugliesi. Attorno a lui – provenienti da Alia, Montemaggiore, Mezzoiuso e Lercara – si raccolgono numerosi aspiranti alla carriera di brigante. Pugliesi ha carisma. È bravo a destreggiarsi fra i gregari, mantiene buone relazioni con i proprietari, cerca di non scontentare i vari “partiti” che trovano espressione nella banda. Per due anni porta a termine furti e sequestri di persona, poi il 25 novembre 1865 viene arrestato in Tunisia dov’è conosciuto come Gabriele Minervini, commerciante di granaglie e patriota napoletano.

Il processo si apre nel gennaio 1868, il giornale palermitano «Il Precursore» scrive che “vi accorre folla immensa essendo la pubblica curiosità sveglissima”: anche perché nel frattempo a Palermo c’era stata la confusa rivolta del settembre 1866, e si guarda al processo per trovare risposte. I filogovernativi cercano una riprova delle collusioni fra opposizioni politiche e malavita, appena battezzate con la parola “maffia”. Ma la magistratura siciliana reagisce. Rifiuta la delegittimazione delle locali classi dirigenti e restringe le responsabilità penali ai soli esecutori, tralasciando il coinvolgimento di mandanti e referenti politici.

Il brigante Pugliesi aveva però confessato. La “grande propalazione” resa in istruttoria dava un quadro ampio e dettagliato delle connivenze che avevano sostenuto l’attività della banda e il testo, integralmente pubblicato da Mangiameli, è ancora oggi ricco e avvincente: non a caso nel 1986 è stato utilizzato per l’istruttoria del primo maxiprocesso,  per spiegare la genesi della mafia.

Nel 1868, a Palermo, la magistratura mette in atto un’accorta gestione. Per prima cosa, il processo Pugliesi va molto per le lunghe con l’evidente obiettivo di spegnere l’interesse del pubblico; in fase dibattimentale ci sono poi molte ritrattazioni, che servono a scagionare i notabili: si punta a dimostrare l’isolamento della banda rispetto ai gruppi dirigenti e la sentenza, con venti assoluzioni su 36 imputati, diventa la la dimostrazione che le accuse “infamanti” erano false. Era una sentenza politica, la rivolta del ’66 aveva agito da spartiacque.

Solo un anno prima, al momento della cattura di Pugliesi, le connivenze fra banditi ed esponenti del “civil ceto” venivano additate con l’intenzione di eliminarle. Dopo la rivolta era preferibile non lanciarsi in severi giudizi sulle moralità delle élite isolane: lo  Stato necessitava di sostegno, e non poteva certo mettere sul banco degli imputati un’intera classe dirigente. Così, contro ogni evidenza, venne decisa l’estraneità dei proprietari alle imprese della banda di don Peppino il Lombardo. E in questo accordo all’insegna della realpolitik si consumava la prima trattativa Stato-mafia.

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