Quel diplomatico piemontese che voleva fare grande l’Italia, raccontato da Luciano Monzali

Luciano Monzali nutre una vera e propria passione per il suo lavoro di storico della politica estera italiana. Questa sua dedizione è talmente grande che lo conduce a una costante rivalutazione degli eventi e dei personaggi che passano sotto la sua lente di studioso. Lo dimostra anche l’ultimo dei suoi innumerevoli libri, “Roberto Gaja Console in Libia 1949-1952 (Società Editrice Dante Alighieri), nel quale egli si concentra sulla figura del diplomatico di origini piemontesi, che svolse il suo servizio nel periodo che va dal crollo del fascismo al 1978.

Roberto Gaja coronò la sua carriera con l’assunzione della carica di direttore generale degli affari politici del ministero degli Affari esteri nella prima metà degli anni ’70 e la chiuse con la guida della prestigiosa ambasciata a Washington. Uno dei suoi primi incarichi, tuttavia, era stato quello di console a Tripoli tra il 1949 e il 1952, cioè durante gli anni in cui l’Italia aveva dovuto metabolizzare la definitiva chiusura della propria esperienza coloniale in Libia.

Al termine di quella sua missione, Gaja, quindi, aveva composto un lunghissimo promemoria dal titolo “Considerazioni sulla missione del console con particolare riguardo alla situazione in Tripolitania negli anni 1949-1952”. Così, l’occasione di riprodurre integralmente questo promemoria nel libro da lui curato è colta da Monzali anche per offrire al lettore un corposo saggio introduttivo. Che, nella sostanza, assume infine la forma di una lunga nota biografica su Gaja, corredata dall’indicazione di fonti documentarie, storiografiche e pubblicistiche.

Il saggio di Monzali, per sua stessa ammissione, non costituisce dunque una vera e propria biografia, ma un tentativo di anticiparla, fissando i principali momenti della vita privata e lavorativa di quel personaggio. Del resto, una vera e propria biografia di Gaja dovrebbe condurre alla ricostruzione completa e approfondita della politica estera e della società italiane dal fascismo fino al tramonto della cosiddetta prima repubblica: cosa che, al momento, l’autore confessa non essere nelle sue intenzioni.

Tuttavia, tramite il saggio dello storico emiliano, si possono già cominciare a fare alcune importanti riflessioni su Gaja, riflessioni che, peraltro, potrebbero essere estese a tutta la generazione di diplomatici a lui coeva. Una tra le principali è questa: fu Gaja un grande diplomatico e uomo di Stato, all’altezza dei più insigni esponenti della “scuola” diplomatica sabaudo-piemontese e post-unitaria (addirittura di un Nigra e di un Visconti Venosta)? Oppure, e più probabilmente, fu solo uno tra i più rappresentativi grand commis della prima repubblica, certamente dotato, intelligente e capace, ma che comunque non doveva “creare” politica estera, bensì solo “gestirla”, in quanto la politica estera italiana era ormai incanalata, dopo il 1945, su binari in larga parte predeterminati?

D’altro canto, l’Italia in cui il politico svolse la sua opera era una nazione che usciva sconfitta dalla Seconda guerra mondiale e che si portava dietro anche il ricordo, per molti vergognoso, della dittatura. Essa, quindi, aveva perso ormai buona parte di quell’autonomia di manovra nel campo delle relazioni internazionali che già le era appartenuta durante il periodo liberale: durante il periodo, cioè, dei Nigra e dei Visconti Venosta. L’Italia post-1945, infatti, era fortemente condizionata dalle clausole del trattato di pace, aveva perso territori metropolitani a nord-est e in Adriatico, non disponeva della piena sovranità su Trieste e in fondo neppure sull’Alto-Adige, aveva dovuto rinunciare definitivamente alle sue colonie e, seppure era riuscita a essere ammessa nel sistema delle alleanze occidentali, aveva potuto farlo per “gentile concessione” dei vincitori, non certo per la sua forza nel saper negoziare quella ammissione.

Si nota, pertanto, come Gaja soffrisse per questo stato di cose e volesse adoperarsi per far risalire la china alla sua patria: per riportarla al rango che, a suo giudizio, le competeva. Del resto, se il Paese avesse saputo farsi nuovamente largo nel novero delle nazioni che contavano, anch’egli avrebbe potuto appagare la sua aspirazione di figurare tra gli artefici della rinascita nazionale. È chiaro, quindi, che più si allontanava il ricordo della sconfitta e la nazione si rafforzava internamente – in primo luogo a livello economico con il “miracolo” degli anni ’50 – più Gaja poteva mettere in campo le sue doti di diplomatico per ridare vigore alla politica estera italiana. Pur dentro una cornice che non permetteva comunque, alla resa dei conti, ampi margini di manovra.

Ad esempio, tra il 1949 e il 1952, quando il politico svolse come detto il suo incarico di console a Tripoli, è chiaro che il peso della sconfitta e della sciagurata politica estera fascista fosse ancora molto vivo e, di conseguenza, egli era alquanto sfiduciato. Nel suo promemoria già citato, appariva non a caso voler dare consigli sia alla categoria in genere dei consoli italiani, sia a colui che sarebbe dovuto essere il suo successore nella capitale libica. Ma questi suoi consigli si palesavano come una evidente presa di distanza da tutto ciò che aveva rappresentato la figura del console non solo durante il fascismo, ma forse anche dall’unità in poi. Difatti, il console doveva diventare, a suo giudizio, più che altro un agente di commercio. Doveva poi dimenticare di essere stato il difensore a oltranza dell’italianità nel mondo: di essere stato, in altre parole, un arcigno “guardiano” delle “cittadelle” costituite dalle colonie degli italiani all’estero. Certo, avrebbe dovuto continuare a presiedere all’“irraggiamento” della cultura e della presenza italiane nel mondo, ma, secondo Gaja, tutto ciò andava fatto in maniera a dir poco discreta.

Riguardo alla Libia, inoltre, consigliava che gli italiani là rimasti potessero perfino “arabizzarsi” e “islamizzarsi”. Dato che, a suo giudizio, se avessero voluto contare nel nuovo regno libico indipendente, avrebbero dovuto sbarazzarsi dei loro connotatati nazionali. In definitiva, il console doveva essere il supervisore di una politica estera di bassissimo profilo, quasi appunto che l’Italia e i suoi funzionari all’estero dovessero farsi perdonare un passato imbarazzante.

Presto però – e senza invero che dovessero passare molti anni – Gaja e l’Italia prendevano fiducia. Già nel 1958, il diplomatico piemontese si impegnava ad esempio a difendere la tesi che l’Italia dovesse puntare perfino allo status di potenza nucleare. D’altronde, egli rifletteva sul fatto che, essendo ormai entrata la comunità internazionale nell’era atomica, una nazione avrebbe ricoperto un importante ruolo nel mondo, solo se avesse potuto fare assegnamento sul possesso dell’ultima “risorsa” nel campo della difesa e della deterrenza: sulle armi atomiche appunto.

Certo, Gaja non diceva su questo argomento alcunché di nuovo, tanto che si capisce che stesse in qualche modo parafrasando il pensiero e la politica di Charles de Gaulle, il quale, tornato da poco al potere a Parigi, avrebbe presto coronato il progetto volto a fare della Francia una potenza nucleare. In ogni caso, anche il diplomatico italiano aveva voluto fare la sua parte nel proporsi come un alfiere della “grandezza” del Paese. Non soddisfatto, egli si metteva poi anche in luce come una sorta di Kissinger “all’italiana”, volendo elaborare una dottrina che sapesse coniugare l’elaborazione e la conduzione della politica estera con il possesso dell’arma nucleare.

Non per nulla pubblicava nel 1964 un libro dal titolo “Politica estera e armi nucleari”, che – fatto salvo quanto diranno futuri storici sulla sua originalità – copiava perlomeno nel titolo il famoso saggio dato alle stampe sette anni prima dal politologo americano, Nuclear Weapons and Foreign Policy.
Inoltre, durante gli anni ’60 e i primi anni ’70, il diplomatico piemontese si ritagliava un ruolo di primo piano nel campo dei negoziati con la Jugoslavia e con l’Austria.

Nel caso della Jugoslavia, l’Italia intendeva chiudere definitivamente il contenzioso su Trieste, già comunque composto nelle grandi linee con il memorandum di Londra del 1954. Nel caso dell’Austria, invece, per il nostro Paese era in gioco la portata dell’autonomia alto-atesina sulla scia degli accordi De Gasperi-Gruber del 1946.

Gaja, dal canto suo, avrebbe voluto far risaltare in entrambi i casi il maggior peso che l’Italia aveva ormai acquistato a livello internazionale. Ciò, a suo giudizio, significava ottenere dalla Jugoslavia rettifiche, pur marginali, del territorio triestino, mentre; per quanto riguarda l’Austria, le si doveva impedire di appellarsi alla comunità internazionale per intromettersi sulle modalità dell’autonomia concessa da Roma all’Alto-Adige. Infine, però, Gaja e l’Italia erano costretti a constatare che quanto ottenuto dall’Italia sul tema di Trieste e dell’Alto Adige nel decennio successivo alla fine del conflitto mondiale non potesse essere sottoposto e importanti revisioni. In definitiva, i margini di manovra restavano sempre e comunque ristretti, anche per una nazione che credeva di aver fatto ormai molti passi avanti sulla strada del recupero delle sue posizioni internazionali.

È questo, dunque, quel che si evince dal saggio di Monzali. Gaja è il diplomatico simbolo di un’Italia stretta tra l’idea che fosse possibile riguadagnare una parte della grandezza passata e una realtà che, però, la relegava ormai al ruolo di media potenza regionale. Condizionata da instabilità politica interna, da alleanze in cui il suo peso contrattuale era modesto, da scarsi margini di manovra, da cronici ritardi economici, da una collocazione geopolitica complicata, tra un mondo arabo con in quale si doveva colloquiare e un mondo europeo-atlantico dal quale non si poteva prescindere, e così via.

Pertanto, attraverso l’analisi della vita del diplomatico, vengono anche in luce le incongruenze, le velleità, certo anche il patriottismo, la dedizione e la preparazione, di tanti personaggi protagonisti della politica estera, e non solo, della cosiddetta prima repubblica, il cui sistema di potere, basato spesso sul partitismo, sul compromesso e sulle pratiche clientelari, fu nondimeno da loro sperimentato e accettato. 

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