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Avevano ragione loro, Galasso e «Gli Apostoli della Sinistra invisibile» In memoria di Giuseppe Galasso

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Giuseppe Galasso è stato tra i più autorevoli storici moderni del dopoguerra, la sua figura rappresenta l’esempio del lucido intellettuale impegnato nella costruzione di un progetto politico-culturale, oltre che punto di riferimento per diverse generazioni di storici. Personalmente, da queste pagine, voglio dedicare un ricordo al caro maestro, presentandolo nella sua veste di redattore, negli anni Sessanta, di una delle riviste più autorevoli d’Italia, che rappresenta un punto di riferimento costante per la missione culturale che L’Identità di Clio si è posta sin dalla sua fondazione, se non nel merito, quantomeno nel metodo. Si sta parlando della rivista meridionalista, “Nord e Sud” che ebbe un largo successo di pubblico lungo gli anni del boom economico e tra le cui pagine scrissero personalità di rilievo come  il direttore Francesco Compagna, Rosario Romeo e il nostro Galasso. Nella sua opera di diffusione culturale, scientifica e di indirizzo politico, la redazione di “Nord e Sud” non può essere pensata senza il suo alter ego, la sua rivale, con la quale entrò in competizione, dando vita a duelli davvero affascinanti, dai quali si può, oggi, solo trarre esempio ed insegnamento.

Nel mese di gennaio del 1954, si presentava al pubblico il primo numero della rivista “Cronache Meridionali”. Edito a Napoli, diretto da Giorgio Amendola, Francesco De Martino e Mario Alicata, questo mensile, diverrà una delle principali piattaforme del confronto meridionalistico in Italia.

A distanza di qualche mese, precisamente undici, dalla comparsa sulla scena della rivista socialcomunista, uscirà Nord e Sud, diretta da Francesco Compagna. Fu una storia lunga, fatta di battaglie e scontri, all’insegna di una diversa idea del Mezzogiorno, di come dovesse essere affrontato l’annoso problema meridionale. “Nord e Sud”, poneva il problema dell’integrazione fra Settentrione e Mezzogiorno d’Italia, come problema di portata non tanto, o non solo, nazionale, ma sovranazionale; l’integrazione del Mezzogiorno con il Nord d’Italia non era questione nazionale ma europea. Per Cronache Meridionali, invece il vero protagonista della lotta per la soluzione della questione meridionale era individuato nella classe operaia, come forza più interessata al rinnovamento e più conseguente nella lotta per realizzarlo; e quindi, infine, l’indicazione del compito principale di tutti i meridionalisti conseguenti nel lavoro per realizzare un’alleanza stabile tra i contadini e tutti gli altri strati del Mezzogiorno vittime della questione meridionale, con la classe operaia.

In una sola parola, la redazione di “Cronache Meridionali” stava con Gramsci, quella di “Nord e Sud” con Benedetto Croce.

Gli apostoli della “sinistra invisibile” che albergano tra le mura della redazione di Nord e Sud danno così ancora un segno delle deformazioni mentali che provoca in loro la velleitaria professione di educatori del P.S.I.

Queste parole scritte dalla redazione di Cronache Meridionali nel numero 12 del dicembre 1958, ci permettono di cogliere la cifra delle epiche lotte ideologiche che nacquero tra l’una e l’altra redazione napoletana. I redattori di Cronache Meridionali nel sopracitato articolo, volevano riferirsi in particolare ad una polemica essenzialmente politica che caratterizzerà quasi tutti gli anni di vita della rivista,  la pretesa cioè, da parte della redazione di Nord e Sud, di porsi come alternativa alla sinistra comunista ed in particolar modo all’esperienza frontista socialcomunista, che in quel determinato periodo storico aveva la consapevolezza di essere “La Sinistra”, senza ulteriori soluzioni. Per Nord e Sud l’alternativa esisteva ed era quella della formazione di un grande partito socialdemocratico formato dalle forze democratiche responsabili, P.S.D.I. di Saragat e P.R.I. di La Malfa, congiuntamente, ed era questo il nocciolo della questione, al P.S.I. di Nenni che doveva staccarsi dall’alleanza frontista con il Partito Comunista per proporre una sinistra alternativa, una sinistra europea, sul modello della socialdemocrazia scandinava o del partito laburista inglese. Interessante è riflettere sull’ epiteto “sinistra invisibile” che i meridionalisti comunisti affibbiarono ai redattori di Nord e Sud, essi si sentivano l’unica realtà concreta, sul piano puramente politico, in grado di rappresentare in Italia l’alternativa di sinistra al monopolio governativo democristiano.

Ma adesso seguiamo da vicino una delle numerose polemiche scatenatesi tra le due redazioni napoletane. In particolare, ci rifaremo ad un polemica, che porrà il meridionalismo comunista ed il meridionalismo socialdemocratico a confronto. Questo scontro si palesa e diventa più acceso in un periodo ben determinato tra l’ottobre del 1962 ed il giugno del 1963, personificandosi in due grandi rappresentanti dell’uno e dell’altro schieramento, Giuseppe Galasso per Nord e Sud e Gerardo Chiaromonte per Cronache Meridionali.

L’articolo dalla quale scaturì l’accesa discussione fu uno scritto del Galasso, contenente già nel titolo la sentenza. La crisi del meridionalismo comunista, all’interno del numero 95 dell’ottobre 1962. Dopo una breve parentesi riservata all’analisi meramente quantitativa di tale presunta crisi, Galasso affonda il coltello nelle piaghe delle tematiche meridionaliste della redazione di Cronache Meridionali, rilevando come, durante gli ultimi periodi la rivista napoletana aveva dedicato numerosi articoli di critica nei confronti della Direzione centrale del partito, nel tentativo di portare avanti la lotta per la rinascita del Mezzogiorno, e di come questa fosse stata ormai abbandonata dai più alti vertici del partito, nell’ottica di una diversa strategia politica. A proposito di questo lacerante dissidio Galasso aveva modo di scrivere:

Il punto essenziale è quello del valore da assegnare all’azione comunista nel Mezzogiorno rispetto alla generale battaglia per l’instaurazione in Italia di una società socialista secondo lo schema sovietico, di cui il PCI si fa alfiere. Fedeli alla lettera e in parte anche allo spirito dell’impostazione gramsciana, quelli di «Cronache Meridionali» rivendicano il valore nello stesso tempo autonomo e nazionale della battaglia meridionalistica. […] Fedeli, invece alla logica sovversiva del comunismo sovietico e alle matrici proletarie e padane del comunismo italiano, le alte gerarchie del PCI continuano a vedere nell’azione comunista nel Mezzogiorno una proiezione di quel «meridionalismo di complemento», del quale già altra volta delineammo il profilo e sul quale non è pertanto qui il caso di ripetersi[1]. […] è veramente triste, per il destino del Mezzogiorno, che un’intera leva di potenziali energie direttive della sua vita politica e culturale sia stata catturata, tra il 1938 e il 1950, dal proselitismo comunista. […] la polemica che abbiamo testé cercato di delineare, è un chiaro segno della divergenza fondamentale, e quindi dell’equivoco, che la cattura sopra lamentata celava. Non è una mera divergenza di vedute politiche contingenti. È una divergenza anche di cultura e di sensibilità. I leaders comunisti reclutati dal PCI nel mezzogiorno tra i 1938 e il 1950 appartengono a un tipo di cultura che si è definito nella polemica, soprattutto, con lo storicismo crociano e le cui componenti marxiane e leniniane sono oltremodo labili. Per questi leaders Gramsci non è stato il Lenin italiano, ma, ben più radicalmente e (possiamo ben ammetterlo) fecondamente, l’Anticroce, il profeta di un credo che suonava, senza che lo di dicesse, come inveramento e prosecuzione di quello stesso storicismo che si rifiutava; onde a Gramsci si creava l’ascendenza desanctisiana e vichiana e machiavelliana a preferenza di quella leniniana e marxiana. […] E perciò se i comunisti del Mezzogiorno […] volessero essere coerenti con se stessi, la loro strada non potrebbe che essere fuori dal PCI; il loro compito non potrebbe essere che quello della costruzione di un partito meridionale d’azione, che potrebbe rivoluzionare (esso si) il gioco politico meridionale e nazionale. Ma è fin troppo facile prevedere che tutto ciò non si verificherà in alcun modo. I comunisti di «Cronache Meridionali» – paralizzati dall’equivoco rivoluzionario del PCI, dalla suggestione di un grande schieramento nazionale e internazionale e da una preoccupazione di falsa coerenza- rimarranno dove sono, a combattere, isolati e incompresi, una battaglia che, almeno nel prossimo futuro, avrà più ore tristi che liete.[2]

Ecco così delineata una disamina di ciò che stava accadendo all’interno del Partito Comunista Italiano, in quegli anni, attraverso la lente dello storico napoletano, nei panni del meridionalista.

La risposta della redazione di Cronache Meridionali non tardò ad arrivare trovando spazio nel numero 10/11 dell’ottobre-novembre dello stesso 1962, eccola riportata nei sui punti fondamentali:

Nel fascicolo di ottobre di Nord e Sud è apparso un articolo di Giuseppe Galasso dal titolo: “ La crisi del meridionalismo comunista”. Il tono dell’articolo è insolitamente pacato, privo di quelle furibonde sparate anticomuniste che hanno distinto, fino a questo momento, gli scritti di Nord e Sud a noi dedicati. Ma la sostanza politica del ragionamento non si differenzia gran che da precedenti prese di posizione della rivista di Francesco compagna: e, quel che è peggio, si continua a fare ricorso a vere e proprie deformazioni del nostro pensiero pur di giungere a dimostrare una tesi del tutto prefabbricata e da anni cara ai redattori di Nord e Sud. […] Il Galasso, si diverte a costruire le linee di un dissidio profondo e insanabile fra noi di Cronache meridionali e la Direzione del P.C.I. Noi denunciamo, in un nostro articolo, la “frantumazione e settorializzazione della lotta politica nel Mezzogiorno”? Ebbene, il Galasso ci dice che questa sarebbe, né più né meno, l’indicazione precisa della direzione del P.C.I., la quale vorrebbe così suscitare “una serie di azioni particolari e locali che consentano il massimo sfruttamento organizzativo ed elettorale”. Noi critichiamo, come una nostra precisa responsabilità, “ le preoccupazioni e le cautele eccessive che si sono avute, nel Mezzogiorno, attorno ai dibattiti sviluppatisi nel movimento operaio internazionale col XX e col XXII congresso del P.C.U.S.? Ebbene, il Galasso ne deduce che questo è avvenuto, contro di noi, per precisa volontà non si capisce bene di chi, con lo scopo di “curare in particolar modo l’ortodossia dei gruppi comunisti già esistenti nel Mezzogiorno”. L’ esemplificazione potrebbe continuare: ma non ne vale la pena. Ringraziamo il Galasso per l’attenta lettura che fa dei nostri articoli: ma lo invitiamo francamente a coglierne il senso e, prima di ogni altra cosa, a riportare fedelmente le nostre posizioni che possono essere naturalmente criticate o non condivise, ma non possono essere ridotte a banalità. […] La conclusione che egli trae da tutta la sua argomentazione è appunto quella, come dicevamo, di una “divergenza anche di cultura e di sensibilità” fra noi e la Direzione del P.C.I. Ed è una divergenza in sostanza insanabile, se non con la nostra uscita dal P.C.I. e con la costituzione di un nuovo “partito meridionale d’azione” che si badi bene, “potrebbe radicalmente rivoluzionare il gioco politico meridionale e nazionale”. Il fatto è che il P.C.I. si batte “per l’instaurazione in Italia di una società socialista secondo lo schema sovietico”; che i dirigenti comunisti sono “fedeli alla logica sovversiva del comunismo sovietico” e alla “prassi di tipo sovietico”. In una parola, il P.C.I. niente altro è che “un partito sovietico”. Ora, è possibile, onestamente, polemizzare con queste posizioni? Cosa importa il tono più civile del solito se poi si giunge a conclusioni, diciamolo pure con franchezza, così sciocche e ad affermazioni che oggi non ripete più nessuno? Crediamo fermamente all’utilità della discussione, anche e soprattutto con gli amici di Nord e Sud. Ma questa discussione deve partire dalle posizioni reali che noi esprimiamo, e non dal frasario senza senso dell’anticomunismo più preconcetto e superato. La battaglia meridionalistica è parte integrante e fondamentale della via italiana al socialismo, della strategia cioè, gramsciana e leninista, che il P.C.I. ha elaborato per far diventare l’Italia un paese socialista. Ed è in questo quadro che noi ci poniamo[…] il dibattito meridionalistico potrà fare un passo importante in avanti se, da parte di tutti, ci si libererà di ogni strumentalismo. Meridionalisti di complemento – per usare l’espressione di Nord e Sud – sono invece tutti coloro che non pongono in primo piano le questioni da affrontare e risolvere nel Mezzogiorno e in Italia nell’attuale fase politica ed economica, ma pongono invece, come obbiettivo di fondo del loro meridionalismo, l’anticomunismo.[3]

Ecco esposta per grandi linee la ferma risposta offerta all’articolo del Galasso da parte di Gerardo Chiaromonte. Nel corso dei mesi successivi la pubblicazione delle riviste continuava tranquilla, senza alcun accenno alla polemica tra i due, le due redazioni svolgevano il loro consueto lavoro, ma la polemica era ancora ben lungi dallo spegnersi in questa maniera, infatti nel numero 98 del Gennaio del 1963, ecco che si riaccende la miccia della polemica con la contro risposta del Galasso. Riportiamo ancora per grandi linee il suo contenuto:

Al corsivo che Gerardo Chiaromonte ha ritenuto di dover scrivere sul numero di ottobre-novembre di «Cronache Meridionali» in replica al nostro articolo[…] non si dovrebbe, a rigor di termini, rispondere. Sembrerebbe, da quanto egli ha scritto questa volta, e da quanto frequentemente ripete «Cronache Meridionali», che un’accolta di distinti e civilissimi gentiluomini – i redattori di «Cronache meridionali», appunto- si trovi, suo malgrado, ad aver a che fare con un pugno di fanatici, incivili e irresponsabili mestatori (il direttore e i redattori di «Nord e Sud»), la cui principale occupazione consista nell’alterare il pensiero dei compilatori di « Cronache Meridionali», nel pronunciare su di essi giudizi deplorevolmente faziosi, se non addirittura insulti, e nel cercare di proseguire alla bell’e meglio, con questi mezzi incivili, una specie di crociata anticomunista. Giudichino i lettori sereni dell’una e dell’altra rivista quanto queste accuse del gruppo comunista a «Nord e Sud» siano fondate. Noi ravvisiamo in esse una ulteriore manifestazione di quella sorta di terrorismo pubblicistico, sul piano del quale «Cronache Meridionali» ha impostato i suoi rapporti con «Nord e Sud» fin dal principio.[…] due cose dobbiamo innanzitutto precisare. La prima riguarda il dissidio tra «Cronache Meridionali» e la direzione del PCI, di cui noi ci saremmo divertiti a costruire le linee. Sta di fatto che « Cronache Meridionali» ha proseguito per lungo tempo una accesa polemica contro non bene specificati ambienti comunisti per riaffermare il valore preminente della lotta meridionalistica nella strategia comunista in Italia. Noi abbiamo ritenuto di individuare in tali ambienti la direzione, o meglio la parte prevalente nelle alte gerarchie nazionali del PCI. […] tuttavia il nostro giudizio è errato? Benissimo. Siamo pronti a darne atto a Gerardo Chiaromonte. Ma è necessario che, invece di impartire sommarie e sdegnose condanne, egli ci spieghi dettagliatamente chi sono, all’interno del PCI, gli «antimeridionalisti» e qual è, su questa materia, l’atteggiamento della direzione del partito. La seconda cosa da precisare riguarda quelle che il Chiaromonte chiama le «conclusioni» del nostro articolo e che trova particolarmente « sciocche». In realtà egli scambia per «conclusioni» del nostro articolo un’affermazione particolare, da noi fatta in via ipotetica, a chiarimento del giudizio che dicevamo sui meridionalisti del PCI. Le conclusioni del nostro articolo asserivano, infatti, che « tanto le prospettive politiche quanto quelle organizzative del PCI sono oggi nel Mezzogiorno singolarmente chiuse» […] altra questione è invece quella di un eventuale esodo dal PCI di una generazione che noi riteniamo dislocata, per una tragica congiuntura della vita italiana e meridionale, su posizioni che non possono essere intimamente le sue. È «sciocco» chiarire questo mediante l’ipotesi di un partito meridionale d’azione, una volta che si ritenga, come noi riteniamo, impossibile l’eventuale passaggio in massa dei comunisti meridionali in un altro partito già costituito, per una serie di ragioni facilmente intuibili? Bene. Chiaromonte lo dimostri; ma prima vada a rileggere, per cortesia, le pagine di Gaetano Salvemini sull’auspicabile conversione dei quadri medi e minori del PCI su posizioni democratiche, nella prefazione agli Scritti sulla questione meridionale editi da Einaudi. […] Precisato tutto questo, rimangono aperte le questioni da noi proposte nell’articolo in discussione. Eccone un sintetico elenco (ed è su questa serie di punti che Chiaromonte dovrebbe pronunziarsi, svolgendo articolati discorsi e non pronunziando sommari giudizi).

  1. È vero o non è vero che i mutamenti intervenuti durante gli utlimi dieci anni nel mercato del lavoro e nel tenore di vita delle masse meridionali hanno avuto effetti gravissimi sull’azione comunista di reclutamento e di agitazione?
  2. vero o non è vero che queste difficoltà si ripercuotono soprattutto al livello delle dirigenze periferiche, sempre più difficili non solo a reclutarsi, ma soprattutto ad impegnarsi a pieno ritmo, come con relativa facilità si poteva fare fino a dieci anni or sono?
  3. vero o non è vero che alle altre difficoltà incontrate oggi dai comunisti si aggiunge una assai minore permeabilità degli ambienti sindacali di base ai loro motivi di agitazione e di propaganda?

[…] Cosa pensa di tutto ciò Chiaromonte? Senza perdere la calma, risponda, se può, con ordine e con chiarezza[4]

Ecco riaccesa la fiamma della polemica da parte della redazione di Nord e Sud, dopo questo articolo la controversia in atto inizierà a perdere il suo vigore, e questo grazie alla risposta che fornirà Gerardo Chiaromonte all’interno del numero dello stesso mese di gennaio del 1963 di Cronache Meridionali, in cui cercherà di deviare la polemica e l’attacco frontale del Galasso, spostando per così dire il bersaglio dell’analisi meridionalistica, verso un pericolo più grande, rappresentato dalla politica messa in atto dalla Democrazia Cristiana, affermando a proposito di ciò:

Si rendono conto (gli amici di Nord e Sud) che il «principio» della discriminazione anticomunista giuoca, nel Mezzogiorno più che altrove, a favore delle forze della conservazione e del trasformismo, rende difficile se non impossibile alle forze democratiche di dare uno sbocco positivo a una situazione che non consente più il puro e semplice ritorno al passato e che è una situazione nuova? Non si accorgono che qui sta la ragione principale del fiato grosso che oggi ha nel Mezzogiorno la loro politica? Gli amici di Nord e Sud ci hanno accusato più volte di portare avanti un «meridionalismo di complemento», di usare cioè la bandiera meridionalistica per fini estranei alla battaglia per la rinascita del Mezzogiorno. Alla luce dell’esperienza, appare sempre più evidente che è la pregiudiziale anticomunista a rendere «di complemento» qualsiasi tipo di meridionalismo. […] riteniamo che compito principale di tutte le forze meridionalistiche, nella prossima battaglia elettorale, sia quello di sventare il tentativo d.c., di fare arretrare elettoralmente e politicamente, nel Mezzogiorno, il partito di Moro e di Colombo, di Leone e di Gava. […] questo è necessario, per tutte le forze meridionalistiche, per riprendere e portare avanti un discorso interrotto dalla prepotente, conservatrice e trasformistica volontà politica della D.c. Per parte nostra, condurremo fino in fondo questa battaglia[5]

La polemica veniva in questo modo, come abbiamo già detto, deviata da Gerardo Chiaromonte, che non interverrà più dalle pagine della rivista da lui in quel periodo diretta, ma dall’altra parte ancora una breve nota in merito compare, e vogliamo qui riportarla per seguire fino alla sua estinzione, almeno tra le colonne delle rispettive riviste, la pervicace polemica

Non c’è sordo peggiore – dice il proverbio – di chi non vuol sentire. E Gerardo Chiaromonte non vuole sentire. Gli avevamo proposto nel numero di « Nord e Sud» dello scorso gennaio una serie di punti estremamente circostanziati come base per una discussione il più possibile distaccata e serena su alcuni aspetti attuali della posizione dei comunisti nel Sud e rispetto al Sud. Egli ci ha risposto, sul primo numero di quest’anno di « Cronache Meridionali », in una maniera così evasiva e, possiamo ben dirlo, inconsistente da rendere evidentemente inutile ogni prosecuzione di questa polemica. Ne riportiamo solo un esempio. Chiedevamo nel nostro precedente intervento che Chiaromonte spiegasse «dettagliatamente chi sono, all’interno del PCI, gli “antimeridionalisti” e qual è, su questa materia l’atteggiamento della direzione del partito». Risponde Chiaromonte che le posizioni degli “antimeridionalisti” del PCI sarebbero quelle posizioni che sono emerse negli ultimi tempi nel movimento operaio italiano, e anche nel nostro partito, e che, pur partendo da giuste esigenze di un’analisi più aggiornata e di un’azione politica più diretta, portavano tuttavia ad oscurare il carattere strutturale e storico-nazionale della questione meridionale e il valore antimonopolistico, democratico e socialista, della battaglia meridionalistica». Ma vogliamo, insomma, prenderci in giro? Dopo questa risposta di Chiaromonte quel che ci sembra chiaro è solo che su chi siano gli “antimeridionalisti” all’interno del PCI ne sappiamo un po’ meno di prima.[6]

Di battaglie culturali di questo calibro Galasso ne ha combattute molte, sempre lucido nell’analisi e coerente con la sua visione del mondo. Nulla, nemmeno il tritacarne mediatico di Tangentopoli  potrà oscurare la grandezza di personaggi del Calibro di Galasso e di una generazione di intellettuali che fecero del loro impegno politico-culturale una missione, per incidere, riuscendoci egregiamente, sui processi di sviluppo della Nazione. Per quanto riguarda la nostra storia, basti citare l’epilogo, “Cronache Meridionali” dovette chiudere i battenti a causa dei problemi insanabili con la guida del PCI, “Nord e Sud” continuò a lungo le sue pubblicazioni, continuando a dare visioni del mondo con lungimiranza e ponderatezza  ebbene sì, avevano ragione loro.

[1]    Il Galasso si riferisce qui, ad un articolo pubblicato da Nord e Sud nel numero 9 dell’Agosto del 1955, dallo stesso Galasso, dal titolo Il meridionalismo di Complemento, in cui accusava i comunisti di fare della bandiera meridionalistica un elemento meramente propagandistico al solo scopo di accaparrare consensi elettorali nel meridione per il partito che in realtà prediligeva al suo interno l’egemonia  del proletariato operaio del Nord facendo gli interessi di quest’ultimo a scapito delle popolazioni meridionali.

[2]    G.Galasso, La crisi del meridionalismo comunista, in Nord e Sud, n. 34 [95] (1962).

[3]    G. Chiaromonte, Discutere si, ma su quale terreno?, in Cronache Meridionali, Nn. 10/11 (1962).

[4]    G. Galasso, Dodici questioni per “Cronache Meridionali”, in Nord e Sud,  n.37 [98] (1963). Come si può evincere dal titolo le questioni esposte alla fine dell’articolo sono 12, ma per ovvi motivi non si sono volute esporre tutte. quante, per cui si rimanda il lettore interessato a conoscere tutte e 12 le questioni all’articolo in nota.

[5]    G. Chiaromonte, Prospettive e difficoltà per la battaglia meridionalistica, in Cronache Meridionali, n. 1 (1963).

[6]    G. Galasso, Il P.C.I. e la “battaglia meridionalistica”, in Nord e Sud, Nn. 42-43 [103-104] (1963).

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