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8 anni dalla cosiddetta primavera araba: la Siria ritrova la sua centralità

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8 anni dalla cosiddetta primavera araba: la Siria ritrova la sua centralità
Ritorno dei profughi siriani a Manbij, territorio a nord est di Aleppo al confine con la Turchia

Il 2018 è trascorso e nel Vicino Oriente arabo islamico si avverte il vento del cambiamento che ribalta le aspettative di coloro, mercanti d’armi, Stati e Governi, i quali circa 8 anni fa avevano progettato, fuori del mondo Arabo, ma servendosi di ricchi clienti regionali e di combattenti per il jihad contro Stati arabi e governanti considerati empi, di ridisegnare le carte geo-politiche del Mondo arabo e islamico medio orientale.

Già a metà dell’anno scorso risultavano più chiari i successi sul terreno militare dell’esercito arabo siriano e dello Stato di Siria. La disintegrazione di questo Stato e delle sue Istituzioni, per cui Inghilterra e Francia, con l’ausilio di Israele, Qatar e Arabia saudiana, Turchia, hanno lavorato, non c’è stata. L’opera di divisione si è rivelata poi un fallimento, nonostante la pericolosissima esperienza dello Stato islamico in Siria e in Iraq (da’esh) creato nel 2014. Sicché il progetto del duo Obama-Clinton, quello di approfittare delle proteste per ricostruire il Mondo arabo islamico su basi “democratiche” e nel rispetto dei diritti umani, così andavano dicendo, ha rivelato il vero volto: gettare alcuni dei principali paesi arabi (Egitto, Siria, Iraq e Yemen nel Vicino Oriente / Libia e Tunisia nel Maghrib) nel caos. Attraverso instabilità, terrorismo e guerre il fine era di favorire, secondo un’insana scelta politica, tra cui lo strumento dello scontro tra musulmani sunniti e shi’iti, gli interessi strategici e finanziari degli States e dei suoi principali alleati nella regione, Israele e Arabia saudiana in particolare. Tanto è vero che fin dal 2012 è sembrato agli osservatori arabi ed internazionali che Stati Uniti, i principali paesi europei della Nato, Israele si fossero schierati dalla parte del mondo musulmano sunnita contro la parte shi’ita e non sunnita (i sostenitori del cosiddetto secolarismo). Cioè contro quella parte che dopo il 2014, impegnata a combattere contro da’esh e i gruppi armati takfiri e jihadisti, si è definita ed è oggi considerata la nuova Resistenza Araba (al-muqawama), di cui fanno parte i movimenti di resistenza libanese, iracheno, siriano, yemenita e palestinese.

Naturalmente al cambiamento a cui sopra si accennava hanno grandemente contribuito, oltre ai gruppi armati della detta Resistenza, Russia e Iran, sia dal punto di vista del prezioso sostegno militare, sia da quello politico e del lavoro di tessitura di nuove alleanze e la creazione di un accordo strategico tra Russia, Iran e Turchia, cosa inimmaginabile fino a due anni fa. Tutto ciò, e la capacità di resistenza dell’esercito e del popolo arabo siriani, nonostante le enormi sofferenze di questi 7 anni di guerra, Obama e la Clinton non l’avevano messo in conto. Il fallimento derivatone oggi, mette Trump nella difficile situazione di dovere rinunciare alla presenza militare americana in alcuni paesi del Vicino Oriente come Siria e Iraq. Ripete Trump in questi giorni: io non ho interesse a rimanere per lungo periodo in Siria ed in Iraq, ed a mantenere la regione instabile. La qual cosa preoccupa assai Israele e  fa dire agli osservatori di Tel Aviv in questi primi giorni del nuovo anno che il presidente siriano Bashar al-Asad ha vinto, dando per intendere che le scelte politiche e militari di Netanyahu si sono rivelate perdenti.

Damasco in effetti ha vinto contro una guerra terribile, che è stata causa di violenze indicibili, di centinaia di migliaia di morti e distruzioni, di scomposizione dolorosa all’interno del corpo sociale siriano, di emigrazioni massicce a cui la Siria non aveva nella sua storia antica e recente mai assistito. Una tragedia che dura da 7 anni e lascerà nel cuore e nella mente dei siriani giovani e meno giovani segni gravi dal punto di vista materiale e psicologico. Ma la Siria ha vinto, anche se ancora non c’è l’attesa dichiarazione formale del presidente al-Asad. Da qualche mese si parla ora di politica e di ricostruzione. Certo gruppi armati legati a da’esh sono presenti nel territorio a est della Siria ai confini con l’Iraq, unità jihadiste  si muovono nel Nord del paese al confine con la Turchia e con il beneplacito dei comandi militari turchi. Il Nord est del paese è controllato in parte dalle forze di opposizione armata cosiddette democratiche, leggi curde, alleate degli Stati Uniti. Poi c’è ancora aperta la questione di Idlib, provincia a Nord Ovest della Siria confinante con la Turchia, dove sono asserragliati migliaia di combattenti jihadisti, dell’organizzazione terroristica di al-Nusra, di organizzazioni legate al governo di Ankara, che in questi giorni si combattono tra loro per la supremazia nel territorio occupato. Qui da qualche giorno si assiste alla violenta offensiva di al-Nusra contro i gruppi armati considerati legati alla Turchia in un vasto territorio che va dai limiti occidentali della provincia di Aleppo al confine con la Repubblica turca. E’ bene sottolineare comunque che, a detta di analisti arabi ed occidentali, lo Stato siriano controlla oggi oltre il 90% del territorio siriano. Rispetto al 2013/014, quando Damasco aveva perso  circa la metà dell’attuale Siria a favore dei gruppi armati della cosiddetta opposizione, il cambiamento è stato enorme.

La dichiarazione di Trump a favore del ritiro delle truppe americane dalle zone a est del fiume Eufrate, ha messo in moto una serie di reazioni a catena nella provincia di Idlib, all’interno dell’universo jihadista e takfiri, e nelle zone controllate dalle milizie curde, di cui  si dirà più avanti. Tutto ciò sta accadendo con riflessi su tutta la situazione del Mondo arabo e islamico. La scelta dell’Amministrazione americana, contrastata all’interno della stessa amministrazione e del pentagono, ma anche, guarda caso, dalla signora Clinton, è arrivata alla fine dell’anno 2018  quale sorta di indiretto riconoscimento delle vittorie della Siria e dei suoi alleati. Tale scelta ha rimesso in moto l’azione dei governi arabi a favore della riapertura delle relazioni diplomatiche con Damasco. Emirati, Bahrein e Kuwait ritornano in Siria dopo che un capo di Stato arabo, il sudanese ‘Umar al-Bashir, per primo dopo 7 anni, fa visita al presidente siriano Bashar al-Asad a Damasco. E’ bene ricordare per chiarezza che l’aereo su cui viaggiava il presidente sudanese era messo a disposizione dalla Russia e che al-Bashir intrattiene ottime relazioni con l’Arabia saudiana, ma anche con l’Iran, considerato dai saudiani il principale nemico nell’area. Va inoltre sottolineato che la Russia di Putin, principale alleato dell’Iran, ha intessuto nella regione importanti relazioni anche con la monarchia saudiana. E’ indubbio che in questi sette anni la Russia ha saputo fare politica internazionale, allargando sempre più il campo delle alleanze e degli accordi nel Mondo arabo e islamico, e mostrando agli occhi della opinione pubblica araba di essere, dopo  la crisi e la rottura volute dall’Egitto di Sadat nel 1974, l’attore principale nella ricostruzione di un nuovo sistema di sicurezza e di garanzie per la pace e lo sviluppo in tutta la regione.

Gli effetti della scelta dell’amministrazione americana, che lo ripetiamo riconosce la vittoria sul campo da parte dello Stato siriano, si possono riassumere  in tre fattori.

1) Il primo riguarda il riavvicinamento dei governi arabi alla Siria di al-Asad, anche quelli che lo avevano osteggiato e lavorato fattivamente per la caduta del sistema fondato sul Ba’ath. Oggi i governanti arabi pensano che è arrivato il momento affinché la Siria riprenda il suo posto all’interno della Lega degli Stati Arabi, a cominciare dal prossimo vertice di Tunisi. D’altra parte nell’opinione pubblica araba si ribadisce che “senza la Siria non c’è esistenza per gli Arabi”. La Siria, insieme all’Egitto ed all’Iraq, è stato membro fondatore della Lega degli Stati Arabi al Cairo nel 1945. La sua cacciata dalla Lega nel Novembre del 2011, voluta soprattutto dai qatarioti e saudiani, ha creato politiche e psicologiche spaccature all’interno dei paesi arabi e delle opinioni pubbliche arabe, consapevoli che così facendo, alcuni paesi arabi del Golfo, usando l’azione mediatica della tv qatariota americana al-Jazira, si preparavano a ripetere un intervento militare della Nato contro la Siria, come era successo in Libia qualche mese prima. Cosa inaccettabile, non solo perché Damasco è considerata cuore dell’Arabismo (qalb al-‘uruba), ma poiché, come scriveva lo shaykh damasceno al-Tantawi, e tanti altri scrittori arabi, Damasco “è la più antica delle città della terra. Fu abitata prima che nascesse Baghdad, il Cairo, Parigi e Londra, prima che venissero costruite le piramidi e dalla roccia apparisse la sfinge. E’ rimasta città abitata anche dopo”.  Città quindi interrottamente abitata fin dalla sua fondazione nell’antica epoca aramaica (cfr. il mio, Damasco dal profumo soave. Seduzione e poesia di una grande città musulmana, Sellerio  2004), città che, come scriveva nel 1902 il nostro Luigi Barzini (m. 1947) è tutto l’Oriente: “puro, vero, incontaminato dalla nostra grigia civiltà” (diario di viaggio scritto nel 1902 e pubblicato col titolo Viaggio in Terrasanta,  Editori Riuniti 2003). Se Obama, la Clinton e Hollande avessero letto il diario del nostro Barzini e tanta altra letteratura sulla Siria, non avrebbero perpetrato nella loro ignoranza, foriera di tanti mali in questi 7 anni! Comunque sia, va considerato che il ritorno della Siria nella Lega, come richiesto dai governanti arabi oggi, avverrà dopo la vittoria, la riaffermazione della forza dello Stato siriano nella regione, con un Governo siriano ed una Presidenza che godono di un consenso popolare all’interno e presso l’opinione pubblica araba, dal Libano alla Tunisia, diffuso, che prima del 2011 Bashar al-Asad non si sognava di avere. Il fatto che Damasco riprenda così il suo posto nella Lega, su posizioni di centralità, avrà sicuramente ripercussioni su almeno due questioni rilevanti: quella palestinese, i cui leaders della resistenza guardano alla Siria ed all’unità araba con favore, e quella dei rapporti con l’Iran, tra i maggiori alleati della Siria di al-Asad e tra i sostenitori, come si è accennato, della Resistenza araba e palestinese. Il Governo di Damasco, forte anche del sostegno iracheno, infatti si opporrà a qualsiasi operazione che la Lega andrebbe a decidere contro Tehran. Il ritorno della Siria avrà inoltre effetti contrari alla politica di aperture diplomatiche degli emiri del Golfo a favore dell’entità sionista d’Israele.

  1. Il secondo elemento, anche esso in grande movimento, riguarda la situazione nei territori del Nord della Siria confinanti con la Turchia. Sono territori, come la provincia di Idlib, ultima roccaforte dei gruppi armati jihadisti, e come il Nord est controllato dalle milizie curde alleate degli States, per cui la Turchia sarà costretta a fare delle difficili scelte, ridimensionando i suoi progetti egemonici del 2011. A Idlib dovrà confrontarsi con i gruppi armati che Ankara ha fino ad oggi sostenuto contro il Governo siriano, nel Nord est il governo turco dovrà decidere se intensificare lo scontro contro le milizie curde in nome della sicurezza nazionale in Turchia. In entrambi i casi, Erdogan dovrà tenere conto della forza acquisita dallo Stato siriano, il cui esercito negli ultimi giorni del 2018 ha ripreso il controllo della zona di Manbij e della stessa città capoluogo, così come dovrà tenere conto degli accordi sottoscritti con Russia e Iran sulla questione di Idlib. La Turchia sa bene che la Siria non rinuncerà a pezzi del suo territorio nazionale, e lo stesso Erdogan ha firmato accordi con Putin e l’iraniano Rohani in cui si ribadisce che la Siria è integra e non si divide. Per ciò che concerne il Nord est sotto controllo delle cosiddette forze democratiche curde, il ritiro preannunciato da Trump spiazza ad un tempo Governo di Ankara e Curdi siriani. Le milizie curde alleate degli Stati Uniti dovranno fare una scelta definitiva di fronte alla minaccia di intervento dell’esercito turco. Damasco ha rifiutato  già il progetto americano-curdo di una confederazione nel nord della Siria tra autorità curda e Stato siriano: la Siria non si divide, dicono a Damasco, neppure sotto forma camuffata. La scelta per i Curdi potrebbe essere quella fatta a Manbij, dove i capi delle milizie hanno fatto appello allo Stato siriano affinché prendesse in prima persona il controllo del territorio a difesa delle popolazioni (Arabi, Curdi, Circassi, Turcomanni siriani). Non è che i territori e le città sotto controllo curdo verrebbero cedute alla Siria, come si scrive in qualche giornale italiano. Quei territori e quelle città, composite dal punto di vista etnico-confessionale, sono Siria. I movimenti curdi parteciperebbero, con la garanzia russa, al dialogo politico tra siriani ed avrebbero l’occasione di assicurare un loro ruolo equo nella fase di transizione, e di ricostruzione, anche istituzionale, che si va ad aprire. Certo è che l’alleanza con gli Stati Uniti non giova ai Curdi siriani o meglio Siriani-curdi, così come non ha giovato ai Curdi iracheni.
  2. Dialogo e transizione, quindi rapporti con l’opposizione o meglio le opposizioni.

In Siria, dall’avvento del partito al-Ba’ath, dopo la rivoluzione del 1963, sono sempre esistite forme di opposizioni.  Da una parte élites liberali urbane legate alla Francia, ma di scarsa influenza, contrarie alla politica socialista del regime ba’athista. Dall’altra i Fratelli Musulmani (al-Ikhwan al-muslimuna), sezione siriana della grande casa egiziana, sorta al Cairo sul finire degli anni ’40 del sec. XX. Ma ciò non significa che le posizioni dei Fratelli musulmani nei vari paesi arabi siano sempre simili. E’ di oggi per esempio il manifesto del Movimento tunisino al-ikhwani al-Nahda, per il quale occorre lavorare per riportare la Siria nell’ambito della Lega araba, riconoscendo alla Siria il ruolo centrale che ha nella regione ed a livello internazionale. Manifesto importante che sicuramente non mancherà di provocare reazioni all’interno dell’universo “islamista”. La fratellanza musulmana siriana, tengo quindi a sottolineare l’appellativo “siriana”, ha preteso, negli anni successivi alla rivoluzione del Ba’ath, rappresentare gli interessi della maggioranza musulmano-sunnita dei siriani, dichiarandosi contraria al secolarismo dei leaders del Ba’ath e dei partiti di sinistra che hanno sempre fatto parte del Fronte Patriottico Progressista a Damasco. Naturalmente la questione era ideologica, ma era soprattutto socio-economica. La dirigenza dei Fratelli Musulmani riteneva che il nuovo regime favorisse i ceti medi minoritari, cristiani e shi’iti-isma’iliti, come ‘Alawiti e Druzi. i contadini in massima parte cristiani, ed operasse al fine di scomporre i grandi centri urbani, favorendo ivi la collocazione di gruppi minoritari. Fu tra la fine degli anni 70 ed i primi degli anni 80 del secolo scorso, all’epoca del governo di Hafez al-Asad (m. 2000), padre dell’attuale presidente siriano, che i Fratelli Musulmani di Siria, approfittando dell’impegno siriano in Libano a causa della guerra civile e dell’occupazione di Beirutda parte dell’esercito israeliano, portarono avanti criminali azioni di terrorismo a Damasco, Aleppo e Hama, causando la morte di centinaia di civili. Nel 1982 i Fratelli Musulmani armati presero possesso del centro storico di Hama, proclamando il jihad contro il regime empio. La città su ordine di Hafez al-Asad venne bombardata e i Fratelli Musulmani pesantemente sconfitti. Oggi il movimento siriano della Fratellanza musulmana è parte dell’Alleanza delle opposizioni filo turca, la cui sede è a Istanbul. Ma tanto diversi per formazione e per progettualità politica sono i leaders di tale Alleanza, che in 7 anni hanno cambiato più volte il presidente, senza riuscire a trovare un accordo tra loro, se non quello di volere il crollo del regime – isqat al-nizam – secondo lo slogan della cosiddetta primavera araba. La fratellanza musulmana ha anche gruppi armati, finanziati e sostenuti da Turchia e Qatar. L’Arabia saudita invece non appoggia i Fratelli musulmani, ma altri gruppi politico-militari armati jihadisti e takfiriyya.

Sono molti nel Mondo arabo ed in Europa a considerare tali gruppi dell’opposizione all’estero (Istanbul e Riyad) una creatura dell’Occidente, senza reali legami con popolo siriano. Sotto questo aspetto i Fratelli Musulmani rappresentano forse l’unico movimento con un certo seguito all’interno. All’interno della Siria fin dal 2011 si è invece formata un’opposizione che si definisce patriottica e che è attiva in alcune città e zone della Siria, uno dei leader più rappresentativi vive a Hama. A differenza delle alleanze di cui si è detto sopra, gli oppositori dell’interno sono sempre stati contrari al terrorismo jihadista, all’intervento straniero sollecitato dall’Alleanza delle opposizioni di Istanbul, alla divisione del paese e del popolo siriano. Gli oppositori patriottici, di cui è assai difficile misurare il tipo di consenso che hanno, condannano la politica della Turchia, che considerano paese occupante, e le relazioni con Israele, a cui  invece guardano con simpatia i leaders dell’opposizione a Istanbul e a Riyad. Altra opposizione, che si considera altrettanto patriottica, è quella che fa capo a Haytham Mana’a, in esilio a Parigi. Tale esponente politico, noto in Siria, si definisce di sinistra e contrario al pensiero takfiri e “islamista” delle opposizioni di Istanbul e Riyad. Le opposizioni patriottiche siriane chiedono, contrariamente a quelle dell’esterno, di partecipare al tavolo del dialogo e del dibattito sulla nuova Costituzione, accettano la mediazione della Russia e i deliberati dei vertici tra Russia e Iran. In questa fase sono persuase che qualsiasi discorso sulla transizione non può avere successo, senza prima avere debellato la piaga del terrorismo jihadista. Naturalmente non riconoscono alcuna rappresentatività popolare alle opposizione di Istanbul e Riyad e rimproverano a queste il fallimento di tutti i tentativi di dialogo siriano-siriano.

In conclusione che dire?

Innanzitutto un consiglio: una buona ed attenta lettura delle carte geografiche del Vicino Oriente e della Siria, quella storica o Bilad al-Sham e quella contemporanea formatasi dopo l’indipendenza dal Mandato francese nel 1946. Il discorso sulla Siria è legato profondamente a quello su tutto il Mondo arabo-islamico con riguardo al Vicino Oriente. La storia della Siria dall’antichità ad oggi è storia di un territorio di attraversamento (mamarr n arabo) e di popolazioni che l’attraversamento ha forgiato nei caratteri fisici e culturali. Lo è stato prima dell’arabismo e dell’islam, ha continuato ad esserlo anche dopo il VII secolo, seppur con forme diverse.

La Siria forte del successo conseguito negli ultimi mesi del 2018 si avvia alla nuova fase politica in un quadro assai complicato sul piano regionale ed internazionale. Uno dei problemi più spinosi riguarda sicuramente il ritorno dei milioni di siriani profughi. E’ già iniziato quello dal Libano e dalla Giordania, ma v’è il boicottaggio da parte della Turchia e dei paesi europei, che non intervengono, anche finanziariamente, a favore del ritorno dei profughi dalla Turchia ai territori siriani da tempo sotto il pieno controllo dello Stato, e quindi sicuri.  Il problema del ritorno si lega a quello politico delle future elezioni generali, che la transizione dovrebbe prevedere. Alcuni paesi europei come Francia, Gran Bretagna e Germania, non riconoscerebbero la legittimità del risultato elettorale se non torna la maggioranza dei profughi. Questi stessi paesi sono quelli che non agevolano il ritorno. D’altra parte non lavorano neppure alla soluzione della questione del che fare di migliaia di jihadisti, molti dei quali sono cittadini degli stessi paesi europei. Dove saranno trasferiti? In Afghanistan come ripetono fonti americane, o torneranno nei loro paesi d’origine e quindi anche in Europa?

Certo se esistesse un’opposizione politica siriana unita e con un progetto serio, ciò favorirebbe il dialogo tra siriani e quindi in breve le prospettive future. Ma l’assenza di una tale opposizione crea problemi al processo di transizione, permettendo in ultima analisi che il gioco venga condotto dai paesi stranieri, seppur amici ed alleati della Siria.

Ma sto andando troppo avanti. Per ora contentiamoci di ribadire in questo inizio del 2019 che la Siria, Stato e popolo, hanno resistito e con successo: la Siria era, è e sarà.

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