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Piana la rossa: in memoria di Damiano Lo Greco

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In Sicilia il secondo dopoguerra è lungo, sanguinoso, attraversato da trame confuse tese a condizionare gli equilibri futuri. L’appena nata democrazia appare sempre preoccupata di controllare il voto popolare, mentre l’adesione dell’Italia al Patto Atlantico accentua il contrasto con le opposizioni. Il clima da Guerra Fredda divide il mondo in due blocchi contrapposti offrendo una comoda giustificazione per molte tentazioni autoritarie.
Su questo sfondo spesso cupo si sviluppano le storie locali, ognuna col suo carattere. Quanto al raccontarle, nel panorama storiografico italiano la storia locale è stata spesso una storia “civica”, definendosi come il luogo privilegiato in cui viene elaborata la memoria di una comunità. La storia di Piana degli Albanesi è stata studiata da Francesco Petrotta con attenta perseveranza, assumendo il carattere di vicenda esemplare col suo mostrare come le dinamiche operanti a livello locale, nazionale e internazionale si sovrappongano.
Nel dopoguerra Piana torna a ricordare la sua tradizione “rossa”, è stata la lotta per la terra a forgiare l’identità collettiva e quattro quinti dell’elettorato vota a sinistra. La memoria delle lotte risalenti al socialista Nicola Barbato e ai Fasci dei Lavoratori ridiventa visibile: all’indomani dello sbarco Alleato i militanti aprono una sede, tornano a esporre le bandiere socialiste nascoste nei lunghi anni del regime. Nel referendum istituzionale del 2 giugno 1946 Piana è uno dei pochi comuni isolani a preferire la repubblica alla monarchia, e i suoi contadini fanno di nuovo paura. Perché sono organizzati e sempre si richiamano alla legge: come avviene a Palermo il 31 ottobre ‘46 quando, dopo una marcia di quattro ore, sfilano per la città guidati da una bandiera tricolore e si presentano in prefettura con uno slogan anomalo: «evviva la repubblica democratica, evviva le leggi della repubblica italiana».
I contadini di Piana non vogliono pietà o elemosine. Reclamano i loro diritti, chiedono l’assegnazione delle terre incolte e la riforma agraria in una Sicilia che in tanti vogliono tenere fuori dalle riforme “comuniste”: tanto che, nella vicina San Giuseppe Jato, un maresciallo proibisce l’affissione del decreto sulla concessione delle terre. Il 1° maggio 1947 è da Piana che arrivano molti contadini diretti a Portella della Ginestra per la festa del lavoro. Quel giorno, sul pianoro dove restano undici morti e ventisette feriti, avviene la strage-archetipo della nostra democrazia malata. Ma quelli di Piana non si lasciano fermare, nemmeno dopo la strage.
Il 18 gennaio 1951 il paese partecipa compatto alla marcia per la pace organizzata a livello nazionale dai partiti di sinistra, la protesta è contro la visita del generale Eisenhower che prelude al riarmo dei Paesi aderenti al Patto Atlantico. Si tratta di una manifestazione pacifica, composta. Però ogni dissenso era stato vietato dalle disposizioni emanate dal ministro dell’Interno Mario Scelba. Il corteo che sfila per il corso principale viene fronteggiato dalla forza pubblica, i carabinieri provano a disperdere la folla con i candelotti lacrimogeni. I dimostranti non si ritirano, rilanciano i candelotti sui carabinieri che sparano colpi di mitra e moschetto. Damiano Lo Greco, contadino di 39 anni aderente alla CGIL, è colpito da un proiettile. Muore nel pomeriggio. La vicenda è ricostruita da Francesco Petrotta in Quando Scelba imperava. Inchiesta sull’uccisione di Damiano Lo Greco (Istituto Poligrafico Europeo, 208 pagine, 12 euro): la sera dello stesso 18 gennaio Piana è posta in stato d’assedio, vengono arrestati ventisei manifestanti fra cui dieci donne e il funerale di Lo Greco è impedito per motivi di ordine pubblico. Sarà celebrato nel marzo 2015, una piccola bara avvolta nella bandiera della pace. Solo 64 anni dopo la sua morte è stato messo accanto ai martiri di Portella, quasi a riparare le dolorose parole della moglie che al giudice aveva dichiarato: “mio marito è stato seppellito senza i dovuti onori, e senza quei riguardi dovuti a un morto”.

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