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“A MUNTAGNA” Ovvero L’Etna.

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“A Muntagna”. Così viene chiamato dai siciliani l’Etna, uno dei vulcani attivi più studiati e monitorati al mondo.

Con i suoi 3350 metri rappresenta il vulcano attivo più alto d’Italia, non d’Europa come erroneamente si tende a pensare (secondo solo al vulcano Teide, sull’isola di Tenerife, Spagna).

Ricoprendo un’area di 1265 km2, il vulcano Etna ospita sui propri pendii circa 950 mila abitanti (paesi etnei). Se a questi aggiungiamo i 350 mila di Catania, arriviamo ad un totale di circa 1 milione e 300 mila abitanti.

Un dato che di certo preoccupa chi si occupa di monitorare costantemente l’attività vulcanica dell’Etna, attività affidata all’istituto INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia) di Catania.

Proprio recentemente, sull’isola di Sumatra, in Indonesia, il vulcano Sinabung è entrato in eruzione (19 febbraio). Grazie ad una buona attività di monitoraggio vulcanico ed un buon piano di evacuazione non sono state registrate vittime.

L’uomo, sin dall’antichità ha sempre associato una presenza divina all’attività vulcanica. Per questo ne è sempre stato affascinato, mostrandone sempre rispetto. Basti pensare alle antiche civiltà polinesiane, sudamericane, indocinesi, che offrivano sacrifici umani per la benevolenza di questi “giganti” sputafuoco.

Ma cos’è un vulcano? Qual è la sua origine? Perché alcuni vulcani sono più pericolosi di altri?

I vulcani sono la dimostrazione dell’instabilità termica della Terra e della presenza di materiale fuso al suo interno. Si originano per fusione parziale del mantello terrestre (di composizione peridotitica), ovvero quella porzione concentrica che costituisce il nostro pianeta tra la crosta terrestre ed il nucleo. Questa fusione avviene essenzialmente in 2 modi: 1) fusione parziale dovuta ad eventi di subduzione dove una placca tettonica subduce sotto un’altra, provocando la formazione di materiale fuso (magma) di composizione basaltica; 2) fusione parziale dovuta a condizioni di anomalia termica particolari, punti dove le temperature del mantello sono di 100-200 °C superiori alle temperature normali (conosciuti come “hot spots”, punti caldi).

In generale le eruzioni vulcaniche vengono divise in base al loro carattere magmatico:

  • Effusivo, eruzioni caratterizzate da bassa esplosività, durante la quale avviene l’emissione di magma fluido che, in superficie, prende il nome di lava
  • Esplosivo, eruzioni caratterizzate da alta esplosività, durante la quale avviene una frammentazione del magma all’interno del condotto vulcanico

Una classificazione più dettagliata è data dalle caratteristiche del deposito (termine che indica la deposizione dei prodotti di un vulcano)  di un’eruzione e sulla determinazione di 2 indici:

  • l’indice di dispersione D (km2), ovvero quanto è distante il deposito dal centro di emissione
  • l’indice di frammentazione F (%), ovvero la % dei frammenti di diametro <1 mm misurata ad una determinata distanza

Sulla base di questi due parametri le eruzioni vengono distinte in:

  • HAWAIIANE, eruzioni caratterizzate da un’attività esplosiva poco energica
  • STROMBOLIANE, eruzioni caratterizzate da un’attività esplosiva mediamente energica
  • PLINIANE, eruzioni caratterizzate da un’attività esplosiva altamente energica
  • SURTSEYANE, eruzioni caratterizzate dalla interazione del magma con l’agente esterno acqua (di falda, di mare, di ghiacciaio, di lago)

Queste breve descrizione, sulla natura delle eruzioni vulcaniche, può servire a chi voglia approcciarsi, per la prima volta, all’affascinante disciplina vulcanologica. Nei prossimi giorni, approfondiremo meglio, entrando nel dettaglio delle eruzioni, capendo quali rischi si corrono e come la comunità scientifica si approccia nello studio delle diverse tipologie.

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