All’interno della mostra sui Chiaromonte, allestita allo Steri

Allestita in concomitanza con la presentazione del restaurato soffitto ligneo della Sala dei baroni dello Steri, la mostra “Chiaromonte – lusso, prestigio, politica e guerra nella Sicilia del Trecento” è l’occasione per raccontare la vita dei membri del casato e l’epoca in cui sono vissuti.

Partendo dalla volontà di valorizzare l’arte del tempo, di cui il soffitto  stesso è espressione per antonomasia, l’intero allestimento verte sul cardine concettuale della compenetrazione tra l’espressione figurativa e gli spazi espositivi di un edificio coevo.
Il risultato finale è un’ampia riflessione sull’arte del Trecento in Sicilia, esente dai pregiudizi che considerano l’epoca come coda del periodo svevo o base del periodo rinascimentale. Ne emerge la narrazione di una storia legata alla realtà dei Chiaromonte, divisi tra politica, guerra e fede.  

La mostra, curata da Maria Concetta Di Natale, Marco Rosario Nobile e Giovanni Travagliato, si articola all’interno del complesso monumentale dello Steri, occupando spazi della Sala delle armi, della chiesetta di Sant’Antonio Abate e della Sala dei baroni. Visitabile fino al 6 gennaio 2020, è complementare al restauro del soffitto ligneo, operazione iniziata nel giugno del 2017. La particolarità del soffitto della Sala dei baroni risiede nell’esteso sviluppo narrativo, elogiativo dei Chiaromonte, racchiuso nelle illustrazioni che mescolano racconti carolingi e allegorie bibliche.

Una mostra per valorizzare il restauro della Sala delle armi, della chiesetta di Sant’Antonio Abate e della Sala dei baroni

Il restauro da poco completato è servito per riportare alla luce la particolarità di un’opera d’arte soffocata due precedenti restauri particolarmente invasivi (tanto da modificare o nascondere parte delle decorazioni) avvenuti nell’Otto e nel Novecento.

Questa operazione di ripristino e recupero, diretta da Costanza Conte con la supervisione dell’ingegnere Antonio Sorce, ha affrontato la pratica del restauro con metodi scientifici, ricorrendo alla diagnostica per immagini per scavare oltre le sovrapposizioni realizzare nei secoli scorsi rivelando la vera natura dell’opera originale. 

L’intera sala è stata ripensata per valorizzare e preservare l’opera, sia attraverso nuove strutture illuminotecniche che con l’installazione di un sistema per il monitoraggio e il condizionamento volti a creare e mantenere il microclima ottimale per la conservazione.

Nella Sala delle armi, invece, è possibile visionare alcuni campioni delle tavolette restaurate del soffitto ligneo, affiancati da pannelli fotografici riguardanti le principali iconografie riportate alla luce durante il restauro.

In particolare, è stata ricostruita la medesima tavola apparecchiata, imbandita in una delle immagini ornamentali per Giasone e Medea, utilizzando materiale originale trecentesco proveniente dallo scavo archeologico dello Steri.

Inoltre, sono stati disposti pannelli fotografici che mostrano le immagini scattate al soffitto del monastero di Santa Caterina, coevo a quello appena restaurato, per dare modo al visitatore di comparare visivamente le sue opere d’arte.

Se la sezione della mostra allestita nella Sala delle armi punta l’attenzione sul restauro del soffitto, quella relativa alla chiesa di Sant’Antonio Abate mette in evidenza il carattere devozionale e religioso dei Chiaromonte, recuperando ed esponendo alcuni reperti conservati nella Cattedrale di Palermo.

Come il crocifisso del 1311 commissionato da Manfredi I Chiaromonte, dalla struttura tipicamente nordica (una croce gotica con forma simile ai rami di un albero) che ha trovato una perfetta collocazione nella conca absidale della piccola chiesa. Sempre nella cappella, tra gli altri reperti, troviamo un’icona devozionale trecentesca, donata alla cattedrale dal patriarca di Alessandria, Atanasio Chiaromonte, racchiusa successivamente in una cornice gaginiana.

Una mostra, quella sull’antico casato, che racconta anche il presente e le sinergie tra la Soprintendenza dei beni culturali (la cui direttrice, Lina Bellanca ha curato personalmente l’allestimento) in accordo con l’Università di Palermo, il museo archeologico Salinas, il museo di Palazzo Abatellis e la diocesi regionale.

 

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