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Messina, 1743: alcuni strumenti di controllo della circolazione degli uomini durante un’epidemia di peste

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Indipendentemente dalle ragioni contingenti che hanno spinto e che spingono ancor oggi gli individui a muoversi nello spazio, tipica della condizione umana è la naturale propensione allo spostamento. Nel corso dei secoli, congiunture economiche negative, stravolgimenti politici, episodi di intolleranza religiosa, calamità naturali o semplice inquietudine personale hanno indotto i singoli ed intere famiglie ad abbandonare i luoghi d’origine per trovare riparo altrove. In tal senso, il movimento degli uomini può essere letto sia come il frutto di una libera scelta che come il risultato di un’imposizione dall’alto; allo stesso modo, secondo l’ottica foucaultiana, anche la situazione opposta, cioè l’assenza di movimento e dunque il risiedere esclusivamente in un dato luogo, può essere interpretata come l’esito di una coercizione.

L’emergenza epidemica è senza dubbio uno dei momenti in cui per i vertici politici si fanno più urgenti la necessità di sorvegliare da vicino la società e l’interesse a disciplinare i comportamenti degli individui. Durante l’epidemia di peste che colpì Messina nel 1743, la Suprema Deputazione Generale di Salute Pubblica del Regno di Sicilia – l’apicale magistratura sanitaria istituita proprio in questa luttuosa occasione – mise in piedi uno stringente apparato di controllo degli uomini e delle merci. Una volta dichiarato l’allarme sanitario, l’isola venne ben presto circondata da uno spiegamento pressoché ininterrotto di guardie, disposte in modo ordinato lungo il litorale; analogamente, il territorio venne anch’esso parcellizzato in piccole unità “militarmente” controllate. Tra luglio e settembre furono realizzati due cordoni sanitari, coincidenti in prevalenza con uno schieramento regolare di sentinelle armate: il cordone più esterno fu posto tra Taormina e Milazzo, mentre l’altro, più interno, strinse tutto attorno il territorio peloritano. A nessuno era concesso valicare i cordoni senza il permesso delle massime autorità sanitarie del Regno. Infatti, pene durissime erano contemplate per i trasgressori della normativa poi confluita nell’opera del 1749 “Governo generale di sanità del Regno di Sicilia”: secondo il regolamento dell’8 luglio, ad esempio, coloro che lasciavano i luoghi banditi senza previa autorizzazione della Suprema Deputazione o dei Vicari Generali sarebbero stati «irremissibilmente moschettati»; viceversa, coloro che, non autorizzati, si recavano dai luoghi sani a quelli sottoposti a bando sarebbero stati arrestati dalle guardie e, «in emenda della trasgressione», condannati alla «pena di anni dieci di galea».

Tuttavia, sarebbe un errore pensare che misure tipicamente profilattiche come i cordoni sanitari – a cui andrebbero aggiunti i blocchi commerciali e la quarantena, in verità – abbiano risposto all’immediata esigenza di arginare il morbo o prevenirlo. Come ha ricordato Irene Fosi nel recente seminario di formazione dottorale “Fonti e Metodi del laboratorio della Storia” (Napoli, 22-23 febbraio 2018), mendicanti, vagabondi e poveri erano l’oggetto privilegiato di molti dei provvedimenti sanitari limitanti la libertà di circolazione. Considerati ufficialmente veicoli del contagio, ma ufficiosamente soggetti ingovernabili e quindi pericolosi per il tessuto sociale, questi reietti nutrivano la cosiddetta categoria dei “marginali” contro cui si ergevano le frontiere urbane: in una sola parola, essi erano “sospetti”, vere mine vaganti da disinnescare costringendole a rimanere ferme in un unico luogo. Non a caso il già citato bando dell’8 luglio negava il passaggio da una città all’altra a «zingari, cirauli, ciarlatani, romiti, pezzenti e vagabondi, ancorché fossero provveduti di bollette e fedi di salute, dovendo restar fissi nelle città dove attualmente si trova[va]no».

La bolletta o fede di salute può essere considerata una sorta di forma “rudimentale” ed essenziale di passaporto sanitario. In un tempo in cui non esisteva la carta d’identità e la fotografia non era stata ancora inventata, il viandante veniva identificato dalle guardie alle porte cittadine grazie al vaglio della bolletta di sanità che era obbligato a portare con sé. Questo piccolo documento di riconoscimento, a stampa ed appositamente bollato, veniva rilasciato gratuitamente dai notai delle deputazioni locali, dagli scrivani nelle città che non erano sedi di deputazione, oppure dai parroci nei centri minori dell’interno. Oltre al nome, al cognome e all’età del titolare, la bolletta riportava le caratteristiche somatiche dell’individuo e precisava quale fosse il luogo di partenza e quello di destinazione.
Per i naviganti, invece, era fondamentale munirsi delle patenti di sanità. Questi documenti, anch’essi a stampa ma rilasciati a pagamento dalle autorità sanitarie dei porti, possono essere paragonati a vere opere d’arte: di formato maggiore rispetto ai bollettini, riportavano frequentemente nelle intestazioni l’immagine di Cristo, dell’Immacolata o del santo patrono, facendosi specchio della religiosità della gente di mare. Nella patente erano annotate alcune informazioni fondamentali relative agli uomini e alle merci, quali la data e il luogo di rilascio, le generalità di tutte le persone a bordo, la denominazione dell’imbarcazione e il tipo di bandiera, la località in cui si prevedeva di ormeggiare, la motivazione del viaggio e la descrizione delle merci di cui si stava preparando il trasporto.
A seconda del luogo di provenienza dell’imbarcazione, la patente poteva essere: “sporca”, “brutta” o “lorda” se era stata accordata in un luogo infetto; “tocca” se era stata concessa in un luogo dubbio; “netta” se, pur essendo stata rilasciata in un’area sospesa, attestava che allora la popolazione stesse godendo di ottima salute; “libera” se era stata consegnata al capitano presso una località mai sospettata di contagio.

Il ricorso a questi documenti d’identificazione si affiancava alla pratica dell’interrogatorio: prima dell’approdo presso gli scali autorizzati e sotto giuramento, il capitano e l’equipaggio erano interrogati separatamente sulla navigazione effettuata, sulle navi incontrate e sui porti in cui erano approdati. L’atto legale dell’interrogatorio veniva sottoscritto dal padrone del bastimento o da uno scrivano di bordo e prendeva il nome di “costituto”: da questo e dall’ispezione dell’imbarcazione dipendevano l’accesso al porto e la concessione della “libera pratica”.

Le azioni di controllo appena descritte, non essendo tipiche della realtà siciliana bensì comuni a molte altre realtà statuali, pongono numerosi interrogativi sull’operato delle magistrature di salute pubblica d’Età Moderna. Come si legge tra le righe, la regolamentazione della circolazione degli uomini e delle merci non rientra unicamente all’interno della cornice sanitaria: la vigilanza sull’ordine pubblico e la gestione politica delle procedure di inclusione/esclusione degli individui sono operazioni finalizzate alla salvaguardia degli equilibri sociali e alla custodia dell’integrità dei confini. Vigilare sui “nemici visibili”, dunque, sfruttando l’alibi della peste: questa era la più importante implicazione dell’attività delle magistrature sanitarie.

Utile ed interessante sarebbe capire quanto questi metodi abbiano effettivamente garantito il raggiungimento dell’obiettivo appena tratteggiato, che tipo di resistenza sia stata realizzata a livello locale per sfuggire a queste pratiche di controllo e che peso abbiano avuto i poteri locali, in Sicilia come altrove, nel mantenere una società perfettamente disciplinata. Indagare la periferia e non soltanto il centro, magari adottando uno sguardo comparativo, sarebbe fondamentale per fare luce su un quadro così complesso quale è quello delle società d’antico regime durante gli allarmi epidemici.

 

NOTA
– Archivio di Stato di Palermo, Suprema Deputazione Generale di Salute Pubblica, vol. 235, c. n. 13;
– P. La Placa, Governo generale di sanità del Regno di Sicilia e instruzioni del lazzaretto della città di Messina, Nuova Stamperia dei SS. Apostoli, Palermo, 1749;
– R. Alibrandi, In salute e in malattia. Le leggi sanitarie borboniche fra Settecento e Ottocento, Franco Angeli, Milano, 2012;
– G. Cosmacini, A. W. D’Agostino, La peste. Passato e presente, Editrice San Raffaele, Milano, 2008;
– D. Palermo (a cura di), Epidemie, sanità e controllo dei confini, «Storia Urbana», n. 147, 2015.

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