La “juta dei femminielli” è l’appuntamento annuale sul monte di Ospedaletto d’Alpino per il giorno della candelora tra preghiere e canti devozionali 

Un inno all’amore nel segno dell’accoglienza, un filo rosso che attraversa le generazioni senza nessuna discriminazione di genere. 

È la libertà di essere se stessi che ogni anno, nel giorno della candelora, chiama a raccolta la comunità LGBT (lesbiche, gay, bisessuali, transgender) per la tradizionale “juta dei femminielli”. Una salita appunto, sul monte Partenio, tra travestimenti, danze e canti tradizionali

Sfidano il freddo dell’Irpinia per rendere grazie alla Madonna nera definita “Mamma Schiavona, che tutto concede e tutto perdona” perché dal volto scuro che rimanda agli antichi coltivatori di campi, ai ceti più umili della popolazione, agli schiavi. Un colore della pelle lontana dall’immaginario occidentale della Vergine, ma vicina agli ultimi.  

Secondo la leggenda fu proprio la Vergine che nel 1256 salvò, scaldandoli con la sua luce, due omosessuali: in seguito allo scandalo provocato dalla loro relazione erano stati legati a un albero e lasciati lì a morire di stenti, al freddo o mangiati dai lupi. Quel miracolo fu visto come segno di tolleranza e da allora i femminielli divennero devotissimi alla Mamma Schiavona. 

«Non c’è uomo che non sia femmina, non c’è femmina che non sia uomo» ripete come un mantra Marcello Colasurdo, icona della musica popolare che accompagna ogni anno con la sua voce il suono della tammorra e delle castagnette verso l’altare della Madonna intonando i tradizionali canti devozionali sin dall’entrata in chiesa.

Juta dei femminielli, reportage di Pellegrino Tarantino

Se l’amore è luce che illumina i cuori, il giorno della candelora non può che essere elevato a  momento celebrativo per antonomasia per squarciare le tenebre dell’inverno. Erano i contadini ad invocare con le loro preghiere perché l’estate e il sole uscissero dalle oscurità della stagione passata. 

Il simbolo della candela accesa nel giorno del 2 febbraio rimanda proprio al rito propiziatorio del germoglio appena nato che riceveva la prima luce. 

La Madonna di Montevergine è una delle cosiddette “sette madonne sorelle” della Campania, venerate dal periodo dopo Pasqua fino a settembre, ma il culto della salita degli uomini travestiti da donna affonda le radici in epoca precristiana. 

La devozione della comunità LGBT ripercorre quindi a ritroso la storia e affonda le sue radici nei culti orgiastici della dea Cibele. Il santuario è infatti situato nell’antica sede del tempio dedicato al culto pagano della dea.  Molti secoli prima di Cristo, a salire al Monte erano in coribanti, i preti eunuchi di Cibele, la grande madre nera simbolo femminile della natura. I sacerdoti, suonando tamburi e cantando in estasi orgiastica, si eviravano ritualmente per offrire il loro sesso in dono alla dea e rinascere con una nuova identità. Si vestivano da donne con sete dai colori sgargianti e sfilavano con erotismo esibito e sfrontatezza. 

Torna alla mente l’inizio del film “Napoli velata”, di Ferzan Ozpetek, o quello di Liliana Cavani, “La pelle”, dell’omonimo romanzo di Curzio Malaparte. Un altro rito legato alla dea Cibele e ai femminielli è infatti quello della “cuvade”, la cosiddetta figliata dei femminielli.
L’antropologo Edward Taylor la definisce una partecipazione emotiva dell’uomo alla gravidanza per confondere gli spiriti evitando così rischi magici al neonato, attirando sul padre i loro attacchi. Nel film, un femminiello disteso sul letto simula le doglie del parto attraverso una caratteristica gestualità mentre i presenti eseguono un lamento rituale secondo le tecniche del taluorno, l’accompagnamento vocale. La figliata, praticata per secoli a Napoli, si svolgeva segretamente alle pendici del Vesuvio, precisamente a Torre del Greco, e deriva da un antico culto della Magna Grecia, quello appunto della grande madre Cibele al cui culto si ricollega ancora una volta la scelta del santuario di Mamma Schiavona come luogo di incontro tra le tradizioni che attraversano i millenni. 

L’importanza simbolica della candelora è legata anche al culto ebraico dove il tempio era considerato luogo di purificazione. Una donna infatti era considerata impura per quaranta giorni dopo il parto di un figlio maschio, e doveva recarsi al tempio per “cancellare ogni macchia”. Il 2 febbraio cade appunto quaranta giorni dopo il 25 dicembre cioè dalla nascita di Gesù. 

Febbraio può essere quindi considerato il mese della luce e a testimoniarlo è l’innesto delle tradizioni cristiane su rituali risalenti nel tempo come quello delle antiche fiaccolate propiziatorie dei lupercali romani in onore del dio Fauno, protettore del bestiame dall’attacco dei lupi. 

Quello che accade sin dallo spiazzale dinanzi la chiesa è un momento di straniamento da una società inquadrata in rigidi schemi di ruoli e identità di appartenenza. Immersi nelle danze e nei canti tradizionali: non importa a quale sesso si appartenga, a quale ceto sociale o con quale intenzione religiosa ci si rivolga alla Vergine. L’amore vince su qualsiasi stereotipo e pregiudizio. 

Per suggellare questo legame il comune di Ospedaletto ha reso cittadini onorari nel 2019 Vladimir Luxuria e Marcello Colasurdo, a testimonianza di come il giorno della candelora sia anche occasione di incontro e di confronto nell’affermazione di diritti delle comunità LGBT. 

Carlo Cremona, presidente dell’associazione LGBT “i-Nike” sottolinea però che «L’amore e l’accoglienza generano i presupposti culturali per sostenere percorsi di legislazione e inclusione ma non sono strettamente collegati perché la Madonna non si lascia strumentalizzare dalla politica e viceversa. Di conseguenza è necessario mantenere distinte le circostanze». 

«Viviamo questo giorno come momento di organizzazione di eventi anche politici, nel senso profondo del termine, tesi a rafforzare il tema della libertà di espressione nel nostro territorio – ha spiegato Carlo Cremona – attraverso una parola semplice che è Amore». 

Anche la chiesa si è espressa sul senso di questa giornata. Sono lontani gli anni in cui l’abate di Montevergine, Tarcisio Nazzaro, passò alla ribalta della cronaca per avere scacciato dal santuario i femminielli  nel giorno della candelora. Nel 2018, l’abate Riccardo Guariglia ha voluto incontrare privatamente i rappresentati delle associazioni LGBT ribadendo l’accoglienza della chiesa rispetto alle persone omosessuali e transgender.

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