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Lo spazio e gli storici

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Da diversi anni alcuni orientamenti della ricerca storica puntano ad un ridefinizione della categoria spazio (inteso come luogo, come ambiente in cui si svolgono eventi e processi storici) con un approccio metodologico nuovo che viene a riequilibrare il rapporto con la categoria tempo. Da allora molto è cambiato, sia sul piano della tecnologia quanto sui modi storici di vedere lo spazio, anche se quest’ultimo non si è ancora completamente delineato come oggetto da costruire al pari degli altri oggetti della ricerca storica; esso spesso resta un dato, per di più inerte. Occorre, invece porre in primo piano, nel percorso di indagine, la fisicità dei fenomeni indagati, come hanno dimostrato le riflessioni avviate a partire da alcune indicazioni di Fernand Braudel, poi ampiamente sviluppate e rinnovate da alcuni storici e geografi (da Marcel Roncayolo a Lucio Gambi a Bernard Lepetit e Marino Berengo, solo per citare alcuni degli studiosi più rappresentativi).

Particolarmente proficue si rivelano le indicazioni che definiscono le specificità dello spazio urbano e territoriale. Ogni città in ogni momento deve fare i conti con gli spazi ereditati (muniti di differente profondità temporale), spazi che essa deve dotare di senso sociale e deve in qualche modo attualizzare, anche quando li dimentica, li abbandona o li cancella. Questo continuo e complesso movimento in cui il nuovo assorbe e trasforma il vecchio, costituisce il punto di osservazione privilegiato nel quale gli storici devono provare a mettere alla prova sia gli strumenti sia le griglie di lettura. Da qui un’ulteriore conferma della necessità dichiarata ma raramente praticata di tenere insieme attori e ambiente nella ricostruzione delle vicende urbane.

Il riferimento è all’introduzione che uno storico dell’architettura e uno storico della città, Carlo Olmo e Bernard Lepetit, hanno scritto a quattro mani per un volume del 1995 dedicato a La città e le sue storie, nella quale i due autori osservano che per leggere la città conviene distaccare analiticamente la società dal suo spazio: essi evolvono secondo temporalità differenti. Subito dopo, però, conviene pensarli insieme. Si configura, così, un percorso di ricerca che procede dal morfologico al sociale, e ritorno: la giustapposizione degli studi configurazione dello spazio da un lato, morfologia sociale dall’altro porterebbe solo all’annientamento del soggetto. Il territorio urbano e la società cittadina sono come la melodia e l’accompagnamento, l’una senza l’altro sono discordanti (Lepetit B., Olmo C., 1995, p. 4). E qui una mediazione si impone, quella del tempo. E’ solo qui che si possono incrociare la società cittadina e lo spazio urbano.

All’interno di questa tendenza, sempre più crescente si è rivelato l’interesse per le rappresentazioni, letterarie e grafiche, di città e territori: una via di liberazione culturale che permette di ritrovare la storia anche nelle immagini. L’immagine di una città, di un territorio, non può sostituire la sua storia, ma può aiutare a capirla perchè ne è parte, e non piccola. Essa va però costantemente messa in relazione, occorre ripeterlo, con i processi di costruzione delle identità urbane e territoriali.

Tra le immagini, in questa sede è stato dato particolare rilievo alle cartografia di città e territori. Ma quali cartografie?

Come notava Lepetit, in questo campo esistono due tradizioni: la prima riproduce e studia i documenti cartografici antichi (convenzionalmente potremmo denominarla «cartografia storica»); la seconda ricostruisce a posteriori, a partire da testi o statistiche (o immagini, aggiungiamo noi), le distribuzioni spaziali dei fenomeni indagati («cartografia tematica») (Lepetit B., 1998). In entrami i casi si tratta di discipline «giovani».

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