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L’inquisizione spagnola in Sicilia: storie di vittime e carnefici

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La nascita dei Tribunali dell’Inquisizione spagnola in Sicilia: le condanne, le condizioni delle carceri, le testimonianze delle orribili torture patite dai detenuti

Quando si parla di Inquisizione spagnola ci si riferisce al tribunale introdotto nei regni spagnoli nel 1478 da Ferdinando II il Cattolico con l’obiettivo di imporre l’uniformità religiosa cristiana, una vera e propria istituzione giudiziaria delegata alla ricerca e alla repressione delle eresie. Il tribunale venne introdotto anche in Sicilia, in quanto possedimento della Corona d’Aragona.

L’Inquisizione ha origini ben più antiche del XV secolo, che affondano le radici nel Medioevo e in ambiente ecclesiastico, tanto che si è soliti distinguere l’Inquisizione romana da quella spagnola. Ma qui ci occuperemo di delineare le caratteristiche principali del tribunale dell’Inquisizione spagnola in Sicilia. Ad essere perseguitati dal tribunale furono gli Ebrei di Spagna (si ricordi la loro espulsione dalla Spagna in seguito all’editto emanato da Ferdinando II nel 1492), i Protestanti, e in generale, tutti coloro che andavano contro i dettami della religione cattolica. Vennero considerati perseguibili e punibili dal tribunale inquisitoriale anche la stregoneria, la bestemmia, la blasfemia, l’adulterio (e altri reati di natura sessuale) e l’usura. Ad essere colpiti dalle accuse dell’Inquisizione non erano solo gli uomini, ma anche le donne, sospettate soprattutto di avere a che fare con la magia.

I tribunali dell’Inquisizione erano sottratti all’influenza dello Stato e non rispondevano alla sua giurisdizione, inoltre ogni sentenza da essi pronunciata era considerata inappellabile. L’Inquisizione spagnola in Sicilia dipendeva direttamente dalla Corona spagnola e non dalla Santa Sede, infatti sull’isola Ferdinando II d’Aragona si avvaleva del privilegio dell’Apostolica legazia, concessa nel 1098 dal papa Urbano IV al conte normanno Ruggero, concessione che rendeva quest’ultimo un legato apostolico. In questo modo il sovrano di Spagna rivendicava il potere su tutto ciò che riguardava il mondo ecclesiastico.

L’Inquisizione spagnola in Sicilia fu dunque gestita da inquisitori provenienti direttamente dalla Spagna e nominati direttamente dall’inquisitore generale spagnolo. Il primo inquisitore delegato, inviato in Sicilia dalla Corona spagnola, fu il frate Antonio de La Peña.

L’iter procedurale che portava alle condanne veniva svolto in segreto, la cattura avveniva senza preavviso, tutte le prove venivano raccolte servendosi di delatori e della tortura. Quest’ultima era utilizzata per indurre il presunto reo alla confessione e soprattutto per arrivare alla prova plena del presunto reato a cui seguivano poi la condanna, che era inappellabile, e l’autodafè.

In Sicilia veniva applicata una rigorosissima procedura, l’ex abrupto, secondo la quale i giudici del tribunale stabilivano l’immediata carcerazione e tortura dell’indiziato sulla base di delazioni e prove non sempre del tutto attendibili, rese schiaccianti dal potere indiscutibile dei giudici del tribunale.

Una tecnica di tortura particolarmente utilizzata era quella della corda: per mezzo di una corda legata ad una trave il sospetto reo veniva spinto giù e restava appeso a mezz’aria, cosa che provoca slogature alle spalle e alle braccia. Durante questo procedimento l’indagato veniva sollecitato a confessare il reato.

La pena più diffusa emessa dal tribunale dell’Inquisizione era la condanna al rogo, dunque a morte, ma si poteva anche essere condannati al servizio sulle galere, alla prigione perpetua, all’esilio o a indossare il sambenito, un saio indossato dai penitenti che divenne sintomo di vergogna e di emarginazione per i condannati e per le loro famiglie. Non va comunque trascurato il fatto che qualsiasi condanna prevedeva, sempre, anche la confisca dei beni del reo confesso, che rappresentavano la massima parte delle entrate dell’Inquisizione.

Prima del compimento della condanna i presunti eretici venivano detenuti nelle carceri di Palazzo Steri, sede dell’Inquisizione, adattato al ruolo di struttura detentiva. Le condizioni delle prigioni erano pessime e disastrose e molti detenuti si diedero la morte o persero il senno; il regime alimentare era insufficiente e l’aria delle celle era fredda e malsana. Ancora oggi è possibile vedere i graffiti lasciati dai prigionieri nelle celle, testimonianza di orribili sofferenze patite.

In seguito all’emanazione della pena aveva luogo l’autodafè (letteralmente “atto di fede”): una cerimonia pubblica in seguito alla quale si sarebbe svolta l’esecuzione. A questo cerimoniale giuridico partecipavano non solo tutti gli esponenti del tribunale dell’Inquisizione, ma anche il clero, l’aristocrazia, i notabili della città e il popolo. Coloro che subivano l’autodafè venivano chiamati penitenziati.

I roghi venivano accesi di solito al Piano della Marina o di Sant’Erasmo (ma non solo). La processione si snodava da Palazzo Steri fino al luogo dell’esecuzione.

Il cammino verso l’abolizione definitiva del Tribunale dell’Inquisizione cominciò nel 1781, anno in cui arrivò a Palermo il viceré Domenico Caracciolo, il cui scopo era quello di uniformare l’isola al sistema continentale: con un decreto regio del 1782 venne soppressa l’istituzione del tribunale dell’Inquisizione. Il viceré, dunque, ordinò l’abolizione del Sant’Offizio e di conseguenza la chiusura delle carceri e la distruzione di stemmi, insegne e degli strumenti di tortura, emblemi dello strapotere inquisitoriale.

Il 27 giugno 1783 l’archivio del tribunale venne dato alle fiamme: l’archivio comprendeva documenti relativi all’Inquisizione, agli inquisiti, agli inquisitori e ai “familiari” dell’Inquisizione, le carte dei processi per eresia, le visite del distretto effettuate dagli inquisitori, la corrispondenza degli inquisitori di Sicilia con il Consiglio della Suprema e Generale Inquisizione in Spagna.

 


Bibliografia di riferimento

Sciuti Russi V., Gli uomini di “tenace concetto”. Leonardo Sciascia e l’Inquisizione spagnola in Sicilia, 1996.

Black C.F., Storia dell’Inquisizione in Italia. Tribunali, eretici, censura, Roma 2013.

Pontieri E., La soppressione del Tribunale del Sant’Ufficio in Sicilia, in Il riformismo borbonico nei secoli XVI e XVII, Napoli 1965, pp. 121-178.


 

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