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Le tre torri del “Luogo Grande” della Ciachea. Un paradigma storico siciliano

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Prefazione

Il motivo trainante, che ha indotto lo scrivente alla stesura del lavoro, è stato la richiesta della famiglia Calefati di uno studio finalizzato ad una ricostruzione storica del complesso architettonico, consistente nella torre e nel baglio fortificato, edificato presso la marina del “tavolato di Carini” in contrada Ciachea o Ciachia[1].

Una ricognizione preliminare, avviata in più direzioni, ha permesso di comprendere l’effettiva consistenza del materiale archivistico riguardante la Ciachea. Inizialmente si è cercato di verificare l’originario possesso del feudo della Ciachea, dal momento che il baglio si trova ancora oggi confinante verso Est con il territorio di Capaci. A tal proposito sono stati consultati presso l’Archivio di Stato di Palermo i fondi relativi ai processi d’investitura del Protonotaro del Regno, l’indice dei feudi e dei feudatari.

Un’altra strada esplorata presso l’Archivio di Stato di Palermo è stata la Serie Ponti, Torri e Reggenti del fondo della Deputazione del Regno, consistente complessivamente in 21 voll. (261-281), attraverso la quale si è sperato di rintracciare direttamente la torre in questione. Ma l’analisi di uno dei volumi ha permesso di comprendere che soltanto l’attenta consultazione delle 21 unità archivistiche avrebbe potuto portare ad una probabile individuazione della struttura, dal momento che non esiste alcun inventario e nessun ordine alfabetico o topografico delle torri ivi descritte. Il fatto che, inoltre, la Deputazione del Regno di Sicilia (organo che nella metà del ‘500 tra le tante funzioni aveva l’autorità di amministrare la costruzione e la gestione delle torri di guardia del litorale siciliano) si dedicasse alle torri “pubbliche” (o di deputazione) e non alle costruzioni private, alle quali sembrerebbe appartenere la Ciachea, ha consentito di valutare come inutile una ricerca in tale direzione.

Ciò che, invece, ha prodotto una notevole mole e inaspettata quantità di notizie relative ai passaggi di proprietà, agli intrecci, agli sviluppi ed alle vicende storiche non solo pertinenti alla torre, ma addirittura all’intera tenuta o “Luogo Grande” della Ciachea, coprendo in maniera abbastanza esaustiva un arco cronologico di mezzo millennio (1554 – 2017), è il fondo dei Padri del Convento di S. Domenico di Palermo, ultimi proprietari della contrada prima dell’acquisizione dello Stato italiano e della successiva vendita all’incanto dei beni ecclesiastici in virtù della legge Siccardi del 1866.

Per prima cosa sono stati esaminati gli inventari del fondo (pandette ed inventario generale).

Nelle pandette sono state individuati 12 unità archivistiche (voll. 360-372[2]) riguardanti il feudo della Ciachea, per un arco cronologico che va dal 1522 al 1866.

Nell’inventario generale, invece, sono state rintracciate tre serie inerenti alla Ciachea, per un totale di 29 unità archivistiche:

  • Libro di cassa pel fondo della Ciachea” consistente in 8 unità archivistiche (voll. 972–981[3]) per un arco cronologico che va dal 1850 al 1866.
  • Libro del luogo alla Ciachea” consistente in 5 unità archivistiche (voll. 1089-1094[4]) per un arco cronologico che va dal 1787 al 1849.
  • Cautele diverse per il luogo della Ciachea” consistente in 4 unità archivistiche (voll. 1129-1133[5]) per un arco cronologico che va dal 1787 al 1864.

Durante la lettura dei documenti si è ritenuto necessario consultare l’inventario del fondo dei Notai defunti, dal momento che la Torre Ciachea si trova spesso citata sui numerosi atti notarili a causa dei tanti passaggi di proprietà e di enfiteusi, in modo da verificare se nell’atto originale del notaio vi fossero ulteriori dettagli e specificazioni. In questo caso sono state consultate 2 unità archivistiche “Notai I” (regg. 12322-12323), i cui atti sono relativi al XVI sec..

Una ulteriore difficoltà, imprevista per il nostro studio, è stata la presenza di altre due torri vicine e simili nella stessa contrada della Ciachea, aventi la medesima indicazione toponomastica: Torre della contrada/feudo della Ciachea.

Non avendo nessun dato che permettesse di distinguere le tre torri, tutte indicate allo stesso modo, ma specificando solamente il nome dell’enfiteuta o gabellato nelle copie degli atti notarili, presenti in abbondanza nelle varie unità archivistiche prese in esame, si è reso indispensabile, per essere sicuri della esatta attribuzione dell’edificio, ricostruire in modo attento e puntuale i passaggi di concessioni enfiteutiche relativi alle tre costruzioni.

Ognuna delle tre fabbriche sembrerebbe pertinente a sua volta a tre grandi appezzamenti di terra, che tra il 1616 ed il 1712 costituiscono l’intera contrada della Ciachea. Secondo quanto riferisce, infatti, un documento successivo a quest’ultima data il “Luogo grande della Ciachea” di proprietà dei domenicani era composto da un grande appezzamento di terreno, donato nel 1616 al convento da donna Maria De Aragona e Marinis, marchesa della Favara, da un altro altrettanto rilevante acquistato dai padri nel 1624 in enfiteusi dalla famiglia Vultaggio e da un altro minore venduto ai religiosi nel 1712 dalla famiglia Marini/Vecchio[6]. Soltanto le proprietà, donate dalla marchesa, sono certamente riconducibili alla torre ed al baglio fortificato oggetto del nostro studio iniziale.

Un notevole e fondamentale aiuto in tal senso lo ha fornito l’integrazione e l’attento esame di due piante topografiche, che riportano l’indicazione dei numerosi enfiteuti, le cifre in onze del censo enfiteutico e l’estensione in salme dei terreni del feudo della Ciachea. Una pianta[7] è datata intorno alla metà del ‘700[8], l’altra (inedita) è una copia del 1852[9]. Grazie ad esse è stato possibile sia ricostruire i numerosi ed interessanti passaggi di concessioni enfiteutiche, compiuti sin dalla metà del XVI sec., sia individuare come complesso architettonico pertinente la torre più vicina al mare. L’indicazione accanto al disegno della struttura della medesima somma di onze 8.10 di censo, dovuta dai predecessori della marchesa della Favara al barone di Carini, riscontrabile sia sugli atti notarili, che in modo appena visibile sulla pianta inedita ottocentesca[10], ha fatto sì che la sua identificazione divenisse certa.

Dopo aver raccolto nel modo più esaustivo possibile tutte le notizie e le informazioni necessarie alla ricostruzione storica non solo dell’intero complesso architettonico (torre, baglio fortificato), con tutto ciò che risulta ad esso legato (arredi all’interno della cappella, arnesi e strumenti agricoli all’interno dei magazzini, etc.), ma anche dei fatti e delle cause, che hanno determinato la singolare storia della contrada Ciachea a partire dal 1554, si è proceduto alla stesura del lavoro.

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Note

[1] I Calefati sono gli attuali proprietari del monumento.

[2] Perduto il vol. 364.

[3] Persi i voll. 977,  981.

[4] Perduto il vol. 1093.

[5] Perduto il vol. 1133.

[6] A.S.Pa., S. Domenico 367, c.s..

[7] Vedi infra fig. 3.

[8] A.S.Pa., S. Domenico 367, c.s..

[9] A.S.Pa., S. Domenico 362, c.s..

[10] Vedi infra fig. 4.
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