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Le interviste impossibili: Gaspare Pisciotta

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Gaspare Pisciotta è uno dei luogotenenti della banda di Salvatore Giuliano, tra gli autori dell’eccidio di Portella delle Ginestre. Pisciotta è una figura ambigua, per i contatti con le alte gerarchie della Pubblica Sicurezza in Sicilia. In cambio di una grossa taglia e dell’impunità, nella notte fra il 4 e il 5 luglio del 1950 uccide Giuliano. Viene invece arrestato, poco dopo. È condannato all’ergastolo a Viterbo, in un processo molto attento a limitare le responsabilità della strage di Portella  ai soli esecutori materiali. Dopo la lettura della sentenza, nell’aula della Corte d’Assise Pisciotta urla: “siamo un corpo solo, banditi, polizia e mafia, come il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo”. Viene avvelenato con la stricnina nel carcere dell’Ucciardone, mentre aspetta l’appello per rivelare chi erano stati i mandanti della strage.

-signor Pisciotta…

-don Gaspare, se non vi spiace. Ho tutto il diritto d’essere chiamato don Gaspare. Sono morto giovane, lo so. Ma non fu per mia scelta. O per colpa. Piuttosto, la mia morte prevenne la colpa. Fui avvelenato, per impedirmi di peccare del tutto. Perché io peccatore già lo ero, e da un pezzo.

–  Don Gaspare, dunque. Sembra che una strana gratitudine possiate concepire per il vostro avvelenatore…

-Ve l’ho detto. M’impedì di peccare. Di peccare sino in fondo, intendo dire.

-Non vi seguo, lo confesso.

– Ci sono parole che non si dovrebbero mai adoperare, tolgono la dignità. Come quella che avete adesso pronunciato. Ma forse voi non avete colpa. Forse l’avete detta perché stavamo a parlare di peccati, e allora per uno come voi, per uno qualunque intendo dire, viene facile parlare di confessione. Ma non si dovrebbe mai dire.

– Ci vuole poco a sbagliare in questo mondo. Ancora meno che nell’altro. Perdonatemi.

– Sono tante le parole che non dovrebbero mai adoperarsi. Tutta una lista. Non so se potete capire. Meglio che torniamo al mio caso. Per restare fra perdoni e confessioni, posso dirvi che il massimo peccato, il più grave fra tutti quelli che un uomo come me potesse compiere, era quello dell’ingenuità. E quello mi preparavo a compiere. Dovevo fare le mie rivelazioni al processo, volevo gridare la mia verità. Riportare le cose in pari. Ero un ingenuo, un illuso. Cosa fatta capo ha, si dice così. Noi eravamo i colpevoli, e andava bene per tutti.

– Ormai è storia. Una storia complicata, mai del tutto chiarita. Non oso chiederglielo ma…forse lei potrebbe aiutarci? A stabilire la verità una volta per tutte, intendo.

– Per quanto sbagliato, errare è umano. Le cose cambiano se uno fa sempre lo stesso errore. Allora la chiesa dice che perseverare è diabolico. E io aggiungo che è da imbecilli. Certo, molto dipende dal peccato. Ce ne sono tanti, che a perseverare si diventa potenti sulla terra. Ma quello che lei mi chiede di commettere ancora una volta è una sorta di ingenua presunzione, che per molto tempo ho praticato da vivo. Finché non mi portò alla morte.

– Dire la verità. Ormai lei è un uomo libero, se così posso esprimermi. Può permettersi di dire la verità.

– La mia verità l’ho inseguita, l’ho catturata e volevo mostrarla a tutti. Mi fermarono in tempo, appena in tempo. Mi guidava una sorta di furore, e loro lo sapevano. Non avrei avuto riguardi, per nessuno. Accecato com’ero dall’ingenua convinzione che così ristabilivo la verità, riportavo le cose in pari. Il mio furore fu contagioso. Uomini abituati a muoversi nell’ombra, sentirono l’irresistibile spinta ad agire. Mi misero a tacere, per sempre pensavano. Chi sta più zitto di un morto, ammazzato un momento prima di parlare? Ma il mio silenzio obbligato fu più eloquente di mille accuse. Perché mettermi a tacere, se non s’aveva paura di quanto io potevo gridare preso dal furore?

– Farla uccidere, fu come una confessione.

– M’avessero lasciato parlare, forse nessuno m’avrebbe creduto. O forse m’avrebbero creduto in tanti, ma in un modo segreto. Di quelle cose che uno dice solo a se stesso. E con questa credenza nel cuore, col sentimento che quello che io avevo detto era vero, nessuno avrebbe mostrato di darmi ascolto. Perché quello che io avevo da dire rivelava come la menzogna impudica aveva stabilito la sua dimora su questa terra. E aveva germinato un vermicaio che in tutto s’infiltrava, e tutto corrodeva. Quello che io avevo da mostrare superava la fantasia di tutti quei comunisti. Che per parlare parlavano, eccome se parlavano. Sino a morire. Ma sempre con la paura di offendere, di esagerare. Con la preoccupazione di trovare le prove e convincere. E invece, io m’illudevo di non avere bisogno di prove. Pensavo che, se parlavo, le mie parole avrebbero fermato il mondo  per un attimo. Avrebbero sorpreso il movimento e ne avrebbero trasmesso il ricordo, così come avviene con la luce su una lastra fotografica. Di questo m’illudevo. Che le mie parole potessero raccogliere le persone e i fatti, le dichiarazioni ufficiali e gli accordi segreti e incollarli assieme per farne una cosa sola, come il diritto e il rovescio di una stoffa, o una medaglia.

– Non stia ancora a dannarsi. Lei si è trovato in un gioco che pensava di giocare in proprio ma erano altri a controllare. Erano altri a dare le carte.

– C’erano i pupari. Pensavamo d’essere soli, che sulle montagne eravamo noi a dire l’ultima parola. Pensavamo d’essere liberi, e invece tanti fili invisibili ci governavano. Ci spingevano, e poi ci facevano fermare. Noi sapevamo d’essere liberi, all’inizio era così. Le montagne erano silenziose, erano deserte. Erano la nostra casa. Io conoscevo i fossi e le pietre, dove c’era l’acqua e dove si nascondevano i conigli. Nessuno poteva prenderci, all’inizio. Tutta una colonna dell’esercito potevamo tenere in ballo. Eravamo noi la legge, su quelle montagne. Se un uomo cominciava il suo cammino a valle, uno di noi si metteva a contargli i passi e non lo lasciava più.

– Una leggenda. Si diceva che rubavate ai ricchi per dare ai poveri…

– Anche questo abbiamo fatto, ogni tanto. Ma il problema non era rubare. Quello si faceva comunque, perché eravamo banditi e ormai era la nostra vita.

– Eravate banditi. Come mai è finita lì sul pianoro di Portella, ad ammazzare da lontano quelli a cui non c’era niente da rubare?

– A noi ci ha rovinato la politica. Turiddu s’è montato la testa, s’è messo in politica, ormai pensava d’essere importante. Era diventato come uno del cinema, concedeva interviste. Lo cercavano, arrivavano donne forestiere e lo corteggiavano. Cominciò a leggere quello che scrivevano i giornali, tutti che parlavano di lui. Tutti a cercarlo. Quasi quasi si convinse che davvero aveva finito d’essere Turiddu ed era diventato il bandito Giuliano, un grande personaggio, uno importante. Leggeva quello che gli altri scrivevano di lui,  e se ne convinceva. Loro scrivevano bandito gentiluomo, e lui ci credeva. Perse la testa. E loro, quelli che dovevano dargli la caccia e prenderlo, loro cominciarono a fare accordi e utilizzarlo.

– Era una stagione torbida. La guerra era finita ma c’era la guerriglia, il separatismo…

– Fu come un’ubriacatura. Come quando uno beve e ancora non è ubriaco, ma si sente di fare cose che prima mai gli sarebbero passate per la testa. Gli danno a credere che deve riconquistare la sua terra, gli indicano i nemici. Il fucile ce l’aveva da prima, ma loro lo guardano compiaciuti mentre lo carica. Ed è pronto a sparare, cammina per trovarsi sul posto. S’appiattisce contro i massi, si sente una cosa con la sua terra. A poco a poco l’ubriacatura passa, gli sembra di non riconoscere le sue mani mentre stringono il fucile, s’accorge che il suo dito ha premuto il grilletto. Non cerco scuse. Se fu un’ubriacatura, eravamo noi a cercare il vino. Il gioco si fece complicato, al punto di non sapere più chi erano gli amici. E il mio nome diventò il nome di un traditore.

– Lei, don Gaspare, è diventato un simbolo. Di tante cose.

– Quando s’arrivò al dunque, allora divenne chiaro che tutto era perduto e niente più poteva salvarsi. Ognuno pensò per sé. Ma la beffa fu vedere come i pupari restavano sempre coi fili in mano. Ogni tanto cambiavano il pupo, pigliavano i nuovi e posavano i vecchi. E io volevo scattare la fotografia. Presentare le cose così come io le avevo viste, come le sapevo. Costruire la mia versione della storia e presentarla così com’era. C’ero stato sino ad affogare, nel marcio, ma ero ancora un illuso. Pensavo che là dentro nessuno poteva toccarmi, questo era troppo. Ero tutto concentrato a costruire la mia storia, che non aveva prove ma doveva stare in piedi con la forza delle mie parole.

– La sua morte, il suo avvelenamento, fu un’accusa più forte delle parole. Dimostrò che lei non era un pazzo visionario, che aveva le sue ragioni.

– Mi bloccarono le parole in gola, mi fermarono un momento prima di premere il grilletto. M’impedirono di peccare, di compiere ancora una volta il supremo peccato dell’ingenuità, l’ho già detto. Ma non mi guarirono. Ancora non riesco ad impedirmi di pensare a cosa sarebbe successo se io parlavo, se là in quell’aula dicevo tutta la verità.

– Don Gaspare, il suo furore l’avrebbero scambiato per pazzia. Temo che l’avrebbero presentato come un pazzo..

– Avrebbero detto ch’ero pazzo, che le tragedie i delitti e il carcere avevano per sempre abbattuto la mia ragione. Che nemmeno capivo quello che dicevo. Che non bisognava darmi ascolto e forse nemmeno permettermi di parlare, che ci voleva un’operazione per oscurarmi il cervello e levarmi la voce, perché le mie parole come formiche rosse s’infilavano dentro le cose, sotto le scarpe e sotto i palcoscenici e scavavano il vuoto. Un grande fosso dove far cadere i pupari, farli cadere almeno per una volta, e con le gambe all’aria.

– La sua morte fu comunque un supremo atto d’accusa, non lo dimentichi…

– Ma resta un’accusa generale, dice di tutti e poi davvero non dice niente di nessuno. Le mie parole mi morirono in gola, morirono con me. Furono ricacciate indietro. E i pupari continuarono a camminare sulla terra.

 

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