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Le interviste impossibili: Fabrizio Salina

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Il principe Fabrizio Salina è il protagonista del capolavoro di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo. Il romanzo venne pubblicato postumo nel 1958, e fu uno dei maggiori casi letterari del dopoguerra. In una lettera di Tomasi a Guido Lajolo, del 31 marzo 1956, leggiamo: “ho scritto un romanzo (…). È di argomento storico: senza rivelare nulla di sensazionale cerca di indagare le reazioni sentimentali e politiche di un nobiluomo siciliano alla spedizione dei Mille e alla caduta del regno borbonico. Il protagonista è il principe di Salina, tenue travestimento del principe di Lampedusa mio bisnonno. E gli amici che lo hanno letto dicono che il principe di Salina rassomiglia maledettamente a me stesso (…). Tutto il libro è ironico e amaro”. Il Gattopardo fu portato sullo schermo da Luchino Visconti nel 1963, e replicò il suo successo.

 

  • Mi sento più ingombrante di tanti che furon vivi. Occupo più spazio io, che cento di quelli che ebbero un corpo. Per lasciarlo quasi subito, s’intende. Senza per questo evitare acciacchi e decadimenti, e un giorno tradisce il fegato e il giorno dopo gli occhi. Come tutto quanto nel mondo, anche il corpo tradisce. Abbandona e se ne va. Alla fine siamo tutti ombre, ed io non sono più ombra di un altro.
  • È un grande onore incontrarvi. E anche un’emozione, lasciatemelo dire. Voi, il principe Fabrizio del Gattopardo… non è qualcosa che capiti tutti i giorni…
  • Non provatevi a solleticare la mia vanità, son quasi guarito. Adempio con scrupolo i miei doveri, faccio quel che posso. Ho delle responsabilità, vi rendete conto.
  • Responsabilità, certo.
  • Vi vedo scettico. Ricopro un ruolo per niente disprezzabile. Come compete al mio rango, del resto. Sono fra le ombre pure, fra quelli che mai ebbero un corpo. Sto coi personaggi da romanzo, con gli ideali prototipi di tutti i vizi e tutte le virtù.
  • Frequentate Fabrizio del Dongo, e il giovane Holden e don Chisciotte, e anche Candide e anche Renzo e Lucia? Perdonate l’ardire, principe. È come guardare su per un caleidoscopio, verso la luce.
  • Un caleidoscopio con minuscoli disegni e minuziose architetture. Son tante le opere dell’ingegno umano, che noi ombre pure non abbiamo niente da invidiare a quelli che ebbero un corpo. Siamo dei tipi ideali, diamo il meglio di quel buffo fenomeno che è l’umanità. Niente di superfluo, nessun particolare fuori luogo.
  • Tutte le letterature?
  • Vi siete avvicinato al punto. Nessuno sta qua a perder tempo con la demagogica idea d’una qualche democrazia. Ma insomma ci vuole una rappresentanza, un sistema per combinare assieme le nostre esistenze, se così posso esprimermi. A meno che non si voglia dar credito a quel certo Leibnitz, quello delle monadi che non comunicano. Ma questi son sistemi che vanno bene sulla terra, dove il tempo è poco, a misura umana. La non comunicazione per principio non potrebbe mai aver successo qua da noi, con tutto quel tempo che a volte sembra una condanna.
  • Mi sento frastornato. Ammetterete che non è cosa facile da capire o da pensare così, senza alcuna preparazione.
  • Il vero problema è quello della creazione. La parola crea, ma basta la parola a dare consistenza? E quanto? Sino a che punto? Riesce ad oltrepassare la fatidica soglia oltre cui i personaggi avrebbero autonome avventure?
  • I nominalisti, certo. Elaborarono teorie interessanti, e anche superbe.
  • Non vorrete riesumare dispute antiche, dove nessuno mai s’arrende alle ragioni dell’avversario. Se io sono qua e siete qua anche voi, questo vorrà certo dire qualcosa. E non vedo perché voi, che siete di passaggio, potete stabilire chi di noi due sia più reale.
  • Principe, lo so bene che voi siete reale. Più vero di tanti che vedono scorrere la loro vita sulla terra. Se mi è concesso, posso conoscere qualcosa della vostra vita fra le ombre pure?
  • Un altro problema è quello del carattere, che poi in fondo coincide con quello della fedeltà.
  • Fedeltà?
  • Tutti noi abbiamo un carattere, i nostri creatori sono stati generosi con noi. Vedete da voi come il problema del carattere e quello della fedeltà si presentino da subito appaiati.
  • Certo, per molti la fedeltà è un problema di carattere… Forse non comprendo, non del tutto.
  • Non mi stupisce. Dalle pagine dei libri noi veniamo fuori con un carattere ben definito, che ci porta a scegliere ed agire anche al di fuori della trame che ci appartengono. Ma la maga Circe non diventerà mai un’ostessa, tranne che per suo piacere. Enea resterà pietoso, Ulisse inquieto e ingannatore. I nostri caratteri sono già definiti, nati adulti, come Atena da Giove pluvio.
  • Questo è il carattere. Rischia di diventare una prigione.
  • Avete capito, finalmente.
  • Anche noi, intendo noi che non siamo ombre pure, tante volte diventiamo prigionieri di abitudini e vizi. Quasi ostaggi del nostro carattere.
  • Non lo nego. Né ho mai pensato che la caducità delle membra potesse in qualche modo significare libertà. Ma il tempo porta il tarlo insidioso del cambiamento. Ed io, per dirla tutta, non riesco più a guardare con compiaciuta simpatia quel che dovrei essere. Non mi diverto più a fare il Gattopardo.
  • Principe, voi siete una categoria della mente… qualcosa da cui non ci si può dimettere…
  • Fortuna che il mio autore, che fra l’altro, posso dirvelo, non starebbe a parlare con voi che non avete il più misero fra i titoli nobiliari, ha scritto che amavo esplorare le vie del cielo. Questo continuo a farlo. Ho pure compilato un catalogo delle mie scoperte, ho elencato più stelle io che non l’astronomo Piazzi. Ma ci sono tante cose che non mi sono mai piaciute, che ormai non sopporto.
  • Principe, mi confondete. Mai avrei immaginato…
  • Il torpore, quello che non sopporto è il torpore. Tutta la negativa esaltazione del dormire, del ripiegarsi e sognare i miti passati. La paralisi della volontà. Non sopporto d’essere io la scusa buona per ogni scelta immobile, per ogni rifiuto a vivere. Quell’isola che mi sbandiera come un araldo per i suoi vizi, io non la riconosco. Io rifiuto quell’identità.
  • Principe, voi e la Sicilia, l’isola del Gattopardo… voi non potete… anche un po’ di riconoscenza, scusate se mi permetto… voi siete il Gattopardo perché la Sicilia è la Sicilia. Senza quell’isola e i suoi antichi vizi, voi non sareste mai nato…
  • Immagino senza volerlo, ma avete toccato il tasto della fedeltà. Argomento complesso quant’altri mai. Vi basti sapere che non sempre la fedeltà a se stessi e quella al proprio creatore coincidono. La fedeltà a se stessi può anche portare al cambiamento, quella al proprio creatore prevede solo un’identità paralizzata.
  • E voi, Principe, avete scelto la fedeltà a voi stesso…
  • L’unica possibile. Mi si condannava ad un regressivo torpore.
  • Principe, la fedeltà a voi stesso non deve spingervi a rinnegare il passato… ci sono motivi profondi per quello che chiamate torpore regressivo…
  • Voi non mettete in conto la violenza da me subita. Se Ulisse è diventato il simbolo dell’irrequietezza, che come un tarlo rode il pacioso adagiarsi nelle abitudini umane, se Achille è il valore un po’ feroce e per niente riflessivo, se insomma il più bel riconoscimento per noi ombre pure è che il tratto distintivo del nostro essere passa ad indicare un aspetto umano, a me che è successo?
  • Anche voi, principe. Anche voi indicate una categoria dello spirito…
  • Non indico un bel niente, non in questo senso. Ditemi voi se mai s’è detto di qualcuno ch’è un Gattopardo. Voglio dire, s’è detto di tanti, ma io non c’entro niente. Quando va bene mi scambiano con quel lupacchiotto feroce ch’era Tancredi, con quel suo proclama a voler cambiare tutto per non cambiare niente.
  • Sono di quelle cose che difficilmente si possono controllare. L’immaginario collettivo, non so se avete mai sentito…
  • Conosco bene. Il mio creatore era sposo ad una donna ch’era ben addentro a questi misteri, era lei che per insultarlo gli diceva “hai il torpore regressivo”. Così come un’altra Santippe avrebbe detto “hai sempre il naso rosso” o “hai le orecchie a sventola”. Ma io nemmeno quello sono passato ad indicare, al massimo mi ricordano per dire una rinuncia da depressi. Non so se ha presente la mia conversazione con Chevalley, il diniego ad occupare un seggio nel Senato del Regno…
  • Certo che ricordo. Su quella rinuncia si possono scrivere interi trattati politici, e forse è stato fatto…
  • E sapete cosa ho fatto adesso io, avendo deciso nel pieno possesso delle mie facoltà mentali di essere fedele a me stesso, e con questo allontanarmi dal mio creatore e forse anche tradirlo?
  • Principe, non riesco a pensarlo…
  • Ho dato il mio consenso acciocché venisse speso il mio nome, e adesso occupo un seggio nel governo delle ombre pure. Sovrintendo ad un aspetto pratico ed anche vile della nostra organizzazione, gli affari interni. Compito che ho scelto con coscienza, che porto a termine come fosse un volontario contrappasso. Per l’ignavia che contrassegnò quella parte della mia vita conosciuta da tutti, voi mi capite…
  • Principe, questa davvero è una grande novità. Dispiace che non ci crederà mai nessuno. Anche se tentassi di divulgare la notizia ai quattro venti, nessuno la prenderebbe sul serio. E anzi avrei a preoccuparmi per le illazioni sulla mia sanità mentale, che di sicuro tirerebbero fuori quei pochi disposti ad ascoltarmi.
  • Capisco bene, non state ad offrire scuse che nessuno vi ha chiesto. Il mondo degli uomini è un mondo confuso, lo so bene. Quello che mi dispiace è d’essere passato ad indicare non uno stato d’animo, o un moto del cuore, o un aspetto del carattere, o un’aspirazione della carne e del sangue. No, sono andato ad indicare qualcosa che è più di tutto questo ma anche qualcosa di meno, che non mette in gioco la verità della condizione umana.
  • Principe, questa conversazione sta mettendo in crisi qualcuna delle mie certezze…
  • Sono diventato il simbolo d’un alibi collettivo. Un alibi falso, così come lo sono spesso gli alibi. Un alibi che è un’impudenza, che tradisce e stravolge il mio personaggio. Che nobilita una patologia secreta dalla storia e la ammanta di virtù sotterranee. Io soffro la dannazione d’essere stato moltiplicato nei miei significati. Ero un carattere ideale, hanno fatto di me un vizio collettivo.

 

 

 

 

 

Amelia crisantino

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