Passato alla storia per il proprio genio tattico, Napoleone Bonaparte ha guidato per un ventennio l’esercito francese combattendo battaglie che hanno cambiato il volto dell’Europa

La Campagna d’Italia: i primi successi di Napoleone 

La prima vera occasione per Napoleone Bonaparte di mettere in pratica il proprio genio tattico arriva nel marzo del 1796, quando il giovane ufficiale di artiglieria viene messo al comando dell’Armata d’Italia.

Si ritrova così in testa a un numero relativamente esiguo di militari, per lo più reduci da anni di combattimenti sulle Alpi, le cui divisioni sono state falcidiate dalle perdite. Si tratta di una formazione allo stremo delle forze, che Bonaparte ricostituisce poco per volta, guidandola in una serie di vittorie che permettono ai francesi di conquistare gran parte dell’Italia settentrionale.

La Campagna d’Italia: il generale indipendente

Andando ben oltre gli ordini ricevuti, dopo aver piegato in soli dieci giorni le forze del Regno di Sardegna, Napoleone incalzò gli austriaci e battaglia dopo battaglia li respinse sempre più indietro, obbligandoli ad una progressiva ritirata prima in Lombardia e successivamente in Veneto.

Dopo essere entrato vittorioso a Milano, il 16 maggio del 1796, Napoleone non arrestò la propria marcia ed in poche settimane prese possesso della pianura padana occupando Ferrare e Bologna. Cinse d’assedio e conquistò Mantova, punto nevralgico della difesa nemica, costringendo infine l’Austria alla resa.
Nel 1797, il trattato di Campoformio sancì sia il primo l’armistizio tra le forze francesi e quelle austriache che l’inizio della vertiginosa ascesa al potere di Napoleone Bonaparte.

La Campagna d’Italia e le razzie napoleoniche

Nonostante a Bonaparte venga attribuito un ruolo come ispiratore dell’unificazione italiana –  soprattutto grazie al peso avuto nella nascita della repubblica Cisalpina – per l’Italia la principale conseguenze della Campagna fu la requisizione di numerose opere d’arte da parte degli invasori.

Tale pratica, ampliata nella successiva Campagna d’Egitto, danneggiò il patrimonio artistico italiano in favore di quello francese, sottraendo al nostro Paese numerosi capolavori dell’arte antica come di quella rinascimentale. Capolavori visti dai vincitori come legittime spoglie di conquista e per questo portati in Francia per arricchire il giovanissimo Museo del Louvre, la cui fama e prestigio sono in larga parte dovuti alle razzie napoleoniche.

La Campagna d’Egitto: la nascita del mito di Napoleone

Richiamato dal teatro operativo italiano, il generale Bonaparte venne successivamente distaccato in Egitto. Al comando della neonata Armata d’Oriente, ricevette l’ordine di bloccare la principale via commerciale britannica verso Asia e Africa. La Campagna venne combattuta tra il 1798 ed il 1801, ma Bonaparte abbandonò i propri uomini nel 1799, rientrando frettolosamente in patria dopo la sconfitta di San Giovanni d’Acri. Un abbandono a cui i militari reagiranno continuando a combattere contro le forze nemiche fino all’inevitabile disfatta.

La Campagna d’Egitto e l’epopea napoleonica

Dalla conquista di Malta agli scontri (culminanti nella battaglia delle Piramidi) che portarono alla sconfitta dei Mamelucchi nella regione del Nilo, ogni battaglia combattuta da Napoleone in Egitto contribuì alla costruzione del suo mito.
In questo periodo fiorirono le cronache delle sue imprese e lo stile bellico di Bonaparte si dimostrò superiore tanto alle strategie delle forze locali quanto a quelle delle armate inglesi. Ogni vittoria accresceva la leggenda del condottiero francese, dando vita a un’epopea militare per nulla intaccata dalle sconfitte subite nella terra dei faraoni. 

La Campagna d’Egitto: la battaglia del Nilo

Il 2 agosto 1978, poco dopo lo sbarco dei francesi sul suolo egiziano, l’ammiraglio inglese Horatio Nelson guidò la propria flotta da Tolone fino alle coste egiziane, raggiungendo e attaccando alle spalle le forze navali francesi.
La battaglia concesse una vittoria schiacciante alle navi britanniche, che affondarono i vascelli di supporto e quelli da trasporto dei nemici, isolando in questo modo le forze napoleoniche, strette tra gli inglesi, gli egiziani e gli ottomani. Dopo avere sbaragliato i primi due avversari, Napoleone allungò la marcia verso la Siria rendendosi conto di come fosse impossibile vincere anche contro gli ottomani una volta privati di rinforzi e rifornimenti.

La Campagna d’Egitto: scienza e archeologia

Molti dubbi ruotano intorno alla spedizione scientifica recatasi in Egitto al seguito delle armate di Napoleone. Per alcuni, questi studiosi erano poco più che predatori di tombe, incaricati di spogliare la terra del Nilo delle proprie meraviglie. Secondo altri storici, i circa 150 componenti della spedizione sarebbero invece serviti a Bonaparte per fornire supporto logistico ai soldati, progettando strade o pozzi per stabilire una testa di ponte tra le sabbie del deserto.

Chimici, fisici, botanici e zoologi confluirono nella spedizione comandata da Joseph Fourier e, sebbene i veri scopi di Napoleone rimangano ancora sconosciuti, gli studiosi della Commission des Sciences et des Arts riportarono alla luce numerosi tesori, tra i quali la Stele di Rosetta. Un manufatto di solida roccia magmatica, le cui iscrizioni in tre lingue (una di queste era il greco antico) permisero di interpretare finalmente l’antico egizio. Dando modo agli archeologi di iniziare a svelare i misteri di una delle più antiche civiltà del Mediterraneo.

L’Éclectisme égyptien 

Una delle conseguenze tangibili della Campagna d’Egitto sulla cultura europea deriva dalla risonanza che le scoperte avvenute nella terra dei faraoni ottennero in Francia. Soprattutto l’architettura, l’arte figurativa e la decorazione d’interni (soprattutto nel mobilio), vennero influenzati dai ritrovamenti archeologici, dando vita allo stile decorativo Retour d’Egypte, collocabile storicamente tra lo stile Direttorio e quello Impero.

La battaglia di Trafalgar ed il “blocco continentale”

L’istituzione del “blocco continentale” (ossia la chiusura dei porti e dei commerci da e verso il Regno Unito) fu la prima mossa di una strategia volta ad indebolire la Gran Bretagna in previsione di un’invasione su larga scala. Era un progetto ambizioso, la cui seconda parte venne affidata all’ammiraglio Villeneuve il compito di attirare la flotta inglese lontano dal canale della Manica, attaccandola in mare insieme con gli alleati della flotta spagnola.

Peccato l’ammiraglio Nelson, vecchia spina nel fianco di Napoleone, avesse raggiunto la flotta franco-spagnola bloccandola vicino Cadice. La Royal Navy ingaggiò i nemici il 21 ottobre 1805 presso capo Trafalgar. Nel corso della battaglia l’ammiraglio Nelson perse la vita, mentre la Francia vide affondare un terzo della propria flotta. Purtroppo per i francesi, a parità di tecnologia navale, l’esperienza degli ufficiali e degli equipaggi inglesi risultò fondamentale per guadagnare una vittoria schiacciante, obbligando Napoleone ad abbandonare il progetto di invadere l’Inghilterra.

Napoleone alla conquista dell’Europa

Senza perdere tempo, dopo la disfatta di Trafalgar, Bonaparte decise di muovere guerra alle potenze continentali e, dopo aver sedato una serie di rivolte in Spagna, si mosse per affrontare il nemico di sempre. La sconfitta dell’Austria venne sancita ad Austerlitz, il 2 dicembre 1805.Quella della Prussia giunse l’anno successivo, 14 ottobre 1806, presso Jena sconfitta.

Questo rendeva la Francia egemone in Europa, con solo la Russia a rappresentare ancora una minaccia. Negli anni successivi Bonaparte consolidò il controllo della Polonia e nel 1808 si impadronì della Toscana e dello Stato Pontificio, ottenendo di fatto il controllo della penisola italiana. Il 10 aprile 1809 l’Austria provò a contrattaccare, venendo sconfitta definitivamente con l’ingresso di Napoleone a Vienna.

La Campagna di Russia: la grande sconfitta

A sancire il declino della potenza francese e dell’abilità di Bonaparte fu la Campagna di Russia, svoltasi dal 23 giugno al 12 dicembre del 1812.
Un’impresa monumentale che mobilitò gran parte della Grande armata francese (fondata da Napoleone nel 1805). Purtroppo, lo scontro nel brullo e inospitale territorio russo mise in luce i limiti della strategia di Napoleone, logisticamente impreparato alla terra bruciata fatta dagli avversari.

In seguito alle iniziali disfatte, i russi presero a ritirarsi progressivamente all’interno del proprio territorio, bruciando appunto campi, città e villaggi affinché i francesi non avessero modo di approvvigionarsi o trovare riparo. Questo stile bellico neutralizzò le tattiche di Bonaparte, le cui armate non riuscirono ad ingaggiare il nemico mentre squadroni di cosacchi attaccarono e distruggessero le linee di rifornimento francesi, isolando la Grande armata e lasciando che fossero il freddo e la fame a vincere Napoleone.

La battaglia di Lipsia: l’Europa contro Napoleone

La disastrosa Campagna di Russia aveva non solo provato la fallibilità di Napoleone, ma anche annientato la sua preziosa Grande armata.
Il tributo in termini di vite umane era stato terrificante e molti ufficiali veterani avevano perso la vita. Per le grandi potenze europee era il momento perfetto per contrattaccare.

Quella che Russia, Prussia, Austria e Svezia progettarono in tutta fretta sarebbe dovuta essere una battaglia decisiva, che schiacciasse Bonaparte prima che potesse rinfoltire i propri ranghi. Il punto era proprio quello: non si trattava di uno scontro tra nazioni o popoli, ma contro un singolo uomo. Il nemico dell’Europa non era la Francia ma Napoleone. Un ufficiale di artiglieria, il cui genio strategico aveva umiliato i più grandi condottieri e principi dell’epoca.

La battaglia di Lipsia: la grande sconfitta di Napoleone 

Le operazioni belliche di quella che è passata alla storia come “la battaglia delle nazioni” si svolsero tra il 16 e il 19 ottobre del 1813, con le armate di Prussia, Austria, Russia e Svezia determinate a incalzare Bonaparte, che dal canto suo non si sottrasse alla sfida. Il generale corso contava di battere come sempre gli avversari nelle manovre, aggirando i nemici grazie alla mobilità superiore, affrontandoli e annientandoli uno alla volta, prima che potessero realmente coalizzarsi sul campo di battaglia.

Tuttavia i suoi avversari si sottrassero a questo schema usandosi vicendevolmente come esche grazie alla superiorità numerica. Quando l’armata francese di avvicinava a una colonna nemica, questa si ritirava, dando modo alle altre di avvicinarsi al luogo scelto per la battaglia che avrebbe sancito la caduta di Napoleone con il trattato di Fontainebleau.

La battaglia di Lipsia e l’abdicazione

Firmato l’11 aprile del 1814, il trattato di Fontainebleau non fu una resa contro un nemico tatticamente superiore, bensì una pugnalata alle spalle inferta da quella parte della politica francese ancora legata all’Ancien régime.
La superiorità numerica degli avversari aveva costretto Bonaparte a ripiegare dopo la battaglia di Lipsia, continuando una ritirata ordinata lì dove, su diversi fronti, altri comandanti francesi avevano già capitolato. Se non fosse stato tradito dal suo stesso governo, se fosse riuscito a organizzare la difesa della Francia nello stesso modo in cui aveva consumato le truppe inseguitrici, forse il grande generale avrebbe potuto anche ribaltare le sorti della guerra, ma non gliene fu dato modo.

Venne costretto ad abdicare e rinchiuso sull’isola d’Elba, dalla quale sarebbe però fuggito per un’ultima gloriosa battaglia.

Waterloo: la caduta di Napoleone

Fuggito dopo dieci mesi di prigionia, Napoleone tornò in Francia nel febbraio 1815, ristabilendo il proprio potere in maniera relativamente rapida. Il generale incuteva ancora paura nelle cancellerie europee e le potenze egemoni del continente non vollero concedergli il tempo per ricostruire l’esercito francese. La battaglia di Waterloo fu in realtà un lungo ed estenuante scontro di forze contro il duca di Wellington, l’uomo al comando dell’ultima coalizione antinapoleonica

La battaglia di Waterloo: l’ultimo grido dell’aquila

Battaglia Waterloo

La strategia di Bonaparte era fortemente dipendente dalla capacità dei suoi ufficiali di comprendere e reagire prontamente agli ordini impartiti. La coesione e l’addestramento dei suoi marescialli aveva permesso a Napoleone di comandare vaste armate con assoluta precisione, utilizzando contingenti per aggredire coordinatamente i nemici.

A Waterloo questo non accadde e, dopo una serie di iniziali vittorie, la battaglia volse al peggio a causa di esitazioni dei comandanti e dello stesso Bonaparte, in difficoltà nel fronteggiare un nemico molto più coordinato contando su informazioni tattiche imprecise. Questo portò alla carica isolata della Guardia Imperiale, il corpo d’élite formato dai migliori e più fedeli soldati del generale, che affondò nei ranghi nemici fino a trovarsi isolata dal resto dell’armata francese. Il massacro della Guardia segnò il punto di caduta dello scontro, spezzando il morale delle truppe napoleoniche.

Quando poi la cavalleria del feldmaresciallo Von Blücher giunse da una direzione inattesa sul fianco dell’esercito francese (secondo alcuni storici militari una manovra avvenuta fortuitamente a causa di un errore da parte dei comandanti nemici), Bonaparte si rese conto di aver perso la sua ultima battaglia. Costretto alla resa presso Rochefort, Napoleone avrebbe terminato i propri giorni in esilio a Sant’Elena, lontano dai campi di battaglia che ne avevano accompagnato la vita.

Lascia un commento

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.