La prostituzione, la nuova schiavitù e “Le donne di Benin City”

Benin City è la capitale dello stato di Edo, in Nigeria. Regione economicamente disastrata di uno dei Paesi più poveri del mondo, nonché base per la pratica schiavista conosciuta come “tratta delle nigeriane”.
Ragazze giovani, a volte giovanissime, vengono vendute dai parenti, o sottratte alle proprie famiglie, per essere condotte in Europa con il miraggio di un lavoro stabile, ma si tratta di una menzogna socialmente accettata.

Molte famiglie sanno che in realtà le loro figlie verranno schiavizzare e portate via per essere costrette a prostituirsi nelle città europee, dove arrivano attraverso la Libia mescolandosi ad altri migranti in fuga da guerra e povertà. Una volta giunte a destinazione, dopo aver contratto per il viaggio un debito di circa ventimila euro, sprofondano in un abisso di violenza e sopraffazione dal quale è difficilissimo uscire. Per questo motivo, per liberare loro stesse e altre giovani costrette a subire la tratta, nel 2005 un gruppo di donne Nigeriane, a loro volta ex vittime della tratta, ha deciso di fondare un’associazione rivolta a supportare tutte coloro che vogliono sfuggire da una delle molte forme di schiavitù del ventunesimo secolo. 

Le donne di Benin City“Le donne di Benin City” è composta da volontarie e volontari nigeriani e italiani. Il suo scopo è  liberare le ragazze dai propri aguzzini, restituendo loro la propria dignità perduta, allontanandole dagli individui che le hanno costrette alla prostituzione. Rompere questa catena della violenza non è facile. Silvana Campagnuolo, una delle volontarie italiane che collaborano con l’associazione, dipinge un quadro disarmante. Non solo per una scarsa conoscenza del fenomeno da parte del mondo occidentale, ma sostanzialmente perché ci si muove in uno scenario caratterizzato da una certa ciclicità, nella quale le vittime, una volta ripagato il proprio debito, non riescono comunque a sfuggire dalla schiavitù. E finiscono per diventare maman: donne obbligate ad instradare alla prostituzione la successiva generazione di vittime. 

Si parla di ragazzine, spesso minorenni e prive di istruzione, traumatizzate a vita dal ciclo di violenza cui vengono sottoposte, private della voglia di ribellarsi e della propria identità, trattate come me oggetti da clienti che troppo spesso fanno finta di non sapere.

È importante puntare l’attenzione proprio sul fruitore finale della tratta, un elemento determinare nel mercato della prostituzione, dominato come ogni altra cosa dal rapporto tra domanda e offerta. Ovviamente, una minore domanda determinerebbe la drastica riduzione di questo business criminale, limitando almeno in parte lo sfruttamento delle vittime. Questo perché di fatto, in Italia, la prostituzione non è illegale. La legge Merlin del 1958 ha abolito solo le cosiddette “case chiuse”, dando vita ai reati di sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione, senza effettivamente vietarla. Lasciando tecnicamente alla donna (ma anche all’uomo) il diritto di decidere autonomamente sulla possibilità di mercificare il proprio corpo ottenendone tutti i guadagni. Questo crea una zona grigia popolata di “non sapevo” e di “era consenziente”, che rende difficile per le autorità colpire davvero gli sfruttatori.

Alla base questa schiavitù moderna, determinata principalmente da fattori economici, sono presenti anche metodi coercitivi di tipo religioso. Compreso l’utilizzo del juju, un rituale vudù dichiarato fuorilegge dalle stesse autorità spirituali nigeriane. In pratica, secondo il credo locale, chi viene sottoposto a questa maledizione non potrà sottrarsi dal ripagare il prezzo del proprio viaggio in Europa, pena la sofferenza dei propri cari. Questo testimonia come quella della tratta sia una piaga complessa da combattere e l’associazione “Le donne di Benin City” si impegna soprattutto nell’offrire ascolto e conforto alle vittime.

I volontari distribuiscono vestiario e beni di prima necessità alle ragazze come alle loro famiglie, occupandosi di consulenze legali o mediche, cercando di supportare queste donne anche a livello burocratico e amministrativo, soprattutto quando scelgono di denunciare i propri aguzzini. Consapevoli che lo strumento principale per spezzare questo ciclo di violenza e prevaricazione risiederebbe nell’inserimento all’interno di un percorso formativo e lavorativo, utile per renderle economicamente indipendenti.

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