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LAVORO, TECNOLOGIA E GLOBALIZZAZIONE

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La redazione de L’Identità di Clio invita il pubblico a partecipare alla manifestazione “Una Marina di libri”, ed agli eventi del partner Palermo University Press. Dopo aver consolidato la presenza nel mercato editoriale siciliano, la casa editrice, rilancia il suo progetto culturale allargando gli orizzonti e creando reti di relazioni con altri protagonisti del panorama culturale italiano. Frutto di questa collaborazione sono sicuramente le Pubblicazioni della #SISLAV (Società italiana di storia del lavoro), di cui nella splendida cornice dell’orto botanico, all’interno di Una Marina Di Libri – Palermo, tra le più importanti manifestazioni librarie del Mediterraneo si presenta: Le Libertà del Lavoro. Storia, DIritto e Società. Curato da Laura Cerasi.

Vi proponiamo un’interessante riflessione dello storico Roberto Rossi, sul tema: Lavoro, tecnologia e globalizzazione.

Senza dubbio la tecnologia e la globalizzazione dei mercati trasformano il lavoro, soprattutto lo hanno reso molto diverso da quello che era solo 30 anni fa. Tuttavia, tale trasformazione non è scevra da critiche e tensioni. Ogniqualvolta, nel corso della storia, ci siamo trovati di fronte ad un’accelerazione del progresso tecnologico o all’ampliamento dei mercati, si è avuta la contestuale diffusione di tesi e movimenti secondo cui le macchine avrebbero sostituito interamente il lavoro umano (in questo senso, nel corso della storia umana, più volte è stata decretata la fine del lavoro), mentre la protezione dei mercati diventa un requisito necessario alla sopravvivenza delle economie nazionali.

In effetti, l’automazione, la meccanizzazione, “il macchinismo” (come veniva chiamata la tecnologia automatizzatrice) porta con se il significato di distruzione del lavoro, di sostituzione dell’attività lavorativa svolta dall’uomo con la macchina. Questa preoccupazione, in verità, aveva già fortemente influenzato gli scritti di David Ricardo agli inizi del XIX secolo (e della cosiddetta Rivoluzione Industriale) e ancora di più, il lavoro di Karl Marx (peraltro in una fase più matura del capitalismo industriale). Tutto ciò per sottolineare come l’idea che la macchina potesse trasformare il rapporto tra uomo e lavoro fosse già ben presente agli albori della nostra società industriale. D’altronde se volgiamo un rapido sguardo al passato, non sarà difficile comprendere come le trasformazioni dei modi di produzione e le “rivoluzioni tecnologiche e commerciali” hanno caratterizzato tutta la storia umana, seguendo l’andamento della crescita demografica e l’aumento della domanda aggregata di beni. Basti pensare alle trasformazioni dell’agricoltura nelle civiltà mesopotamiche, l’introduzione delle colture intensive in epoca classica e romana, i complessi sistemi di irrigazione e sfruttamento del suolo introdotti dagli arabi nell’alto medioevo e si potrebbe continuare ancora a lungo. D’altro canto, anche la manifattura non è stata immune da tali processi, le macchine hanno caratterizzato la produzione sin da epoche remote. Telai manuali, meccanici, ruote, mangani, filatoi, tanto per citare alcune innovazioni, hanno drasticamente  cambiato il modo di produrre nel corso dei secoli. Eppure, nonostante tali trasformazioni, da secoli nelle economie di tutto il mondo si continuano a generare posti di lavoro e, almeno per il XX secolo, il tasso di occupazione, in generale, risulta accresciuto pressoché ovunque.

Il rapporto tra lavoro e progresso tecnologico, nondimeno, non è univoco, giacchè lo stesso lavoro può influire sui percorsi della tecnologia, dal momento che gli stessi non sono uniformi, bensì dipendenti da istituzioni, demografia, e dotazioni di capitale umano di un paese. Nel corso del XIX secolo, la diffusione del modello di fabbrica ha reso obsoleto gran parte del lavoro artigianale, che pure aveva caratterizzato il modo di produzione per secoli. La fabbrica aveva il vantaggio di utilizzare una risorsa abbondante, come il lavoro poco qualificato, a scapito di una risorsa scarsa (il lavoro qualificato e chiaramente più costoso tipico delle produzioni artigianali). L’aumento esponenziale della domanda e dei mercati durante il XX secolo, hanno ulteriormente modificato tale equilibrio, stimolando una innovazione tecnologica volta ad una progressiva sostituzione della manodopera meno qualificata con le macchine al fine di aumentare la produttività e ridurre i costi. Questo ha portato ad un successivo ribaltamento del paradigma lavoro-tecnologia, con il rafforzamento e la diffusione di lavoro maggiormente qualificato, complementare ai nuovi modi di produzione. L’insieme di queste trasformazioni tecnologiche ha generato, specialmente negli ultimi tempi una polarizzazione del lavoro ai due estremi della distribuzione in base alle qualifiche. Questo sta a significare che son cresciute le occupazioni poco qualificate da un lato e quelle più qualificate dall’altro.

Fin qui gli aspetti positivi dell’innovazione tecnologica e, in qualche modo, l’apparente superamento delle preoccupazioni di Ricardo e Marx. Naturalmente, il progresso tecnologico e la polarizzazione delle competenze occupazionali comportano nuovi problemi di distribuzione della ricchezza. In particolare, i tradizionali sistemi di protezione sociale e di welfare non risultano più idonei a gestire tali trasformazioni, dal momento che sono stati ideati e realizzati con l’obiettivo di contenere i costi sociali delle fluttuazioni cicliche, ma non i problemi strutturali, di lungo periodo. Il primo dei quali risiede proprio nella perdita del lavoro in un’ampia fascia intermedia di qualificazione ad opera dell’introduzione di macchine. Il problema della distribuzione della ricchezza risiede nel fatto che fino ad oggi – sin dalla “liberazione” del lavoro in epoca tardo-antica – il lavoro è stato pressoché l’unico sistema di distribuzione della ricchezza generata dalla produzione (ovviamente accanto alla detenzione del capitale). In questo senso oggi sono esempi chiarificatori dello stato di trasformazione del lavoro, oltre le profonde mutazioni che hanno investito la produzione manifatturiera (automazione, robotica, industria 2.0 e succ., IT), anche tutta quell’economia “digitale” che ruota intorno al funzionamento di piattaforme tecnologiche e che, da una parte ha messo al centro la macchina (la piattaforma), mentre dall’altra ha compresso il lavoro quasi “disumanizzandolo” (in tal senso si pensi ai food drivers, UBER, amazon, etc.).

A questo punto diventa indispensabile individuare sistemi alternativi di distribuzione, soprattutto in ragione di un lavoro che diventa sempre meno diffuso o, più che altro, sempre meno disponibile per ampie fasce di popolazione. Le strade che si propongono sono differenti. Negli anni passati è stata al centro del dibattito la decrescita, auspicata da Serge Latouche, con una progressiva riduzione dei consumi al fine di ridimensionare la spinta produttivistica dell’industria mondiale. Mentre, più recentemente, Bill Gates, ha proposto il superamento dell’impatto negativo del progresso tecnologico sulla distribuzione del reddito attraverso la redistribuzione fra la popolazione della proprietà delle macchine (dei robot). In questo modo, si supererebbe il tradizionale approccio verso la macchina considerata uno strumento atto a liberare tempo, arricchire chi la possiede (il capitalista), e a impoverire il lavoratore che verrebbe espulso dal mercato perché la macchina ha reso le sue competenze obsolete.

La storia offre una importante lezione su come, in passato, siano stati affrontati i cambiamenti tecnologici e gli impatti che questi hanno avuto sulla società. Tuttavia quello che la storia non può fornire è la previsione del futuro, a maggior ragione per la non linearità del progresso tecnologico. A questo punto spetta all’uomo, alle sue scelte, la decisione di come affrontare le modifiche che interesseranno il mondo del lavoro, avendo ben presente che il progresso non si può fermare e che atteggiamenti conservatori o peggio ancora “luddisti” difficilmente avrebbero un qualche effetto su un fenomeno che non va subito, ma governato.

 

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