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Lavoro operaio e produzione letteraria. La cultura operaia nella Germania nazista di Vanessa Ferrari

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A discapito di quello che si può immaginare, ancora oggi, nonostante i più di settant’anni di distanza, la storia degli operai durante il Terzo Reich rimane un campo storiograficamente florido: il complicato rapporto tra tute blu e NSDAP, il partito nazista, divide ancora molti storici tra sostenitori della tesi della fascinazione, che vuole le masse operaie vittime del fascino in camicia bruna, e chi invece preferisce porre l’accento sull’opposizione di alcuni gruppi al regime e sulla impermeabilità di fondo del proletariato al nazionalsocialismo. I difensori di quest’ultima tesi, soprattutto negli anni Settanta, ritenevano di per sé impensabile che il vivace mondo operaio tedesco, con la sua tradizione e la sua cultura fatta di associazionismo e centri d’istruzione, potesse in qualche modo essersi piegato al fascino del partito hitleriano. In poche parole: operai e nazismo erano ritenuti – per definizione – incompatibili.

Che in realtà il quadro sia ben più complicato di quanto questo dualismo manicheo non racconti e quanto tortuose siano state le strade che dalle varie forme culturali di sinistra condussero, in parte, al nazionalsocialismo, lo dimostrano le vicende di un particolare genere letterario nato a metà Ottocento assieme al movimento dei lavoratori: la letteratura operaia (in tedesco Arbeiterliteratur). Alcuni esponenti di spicco di questa produzione, che aveva come soggetto privilegiato gli operai e la loro quotidianità e che per decenni fu la cassa di risonanza delle rivendicazioni politiche e sociali del proletariato, cambiarono effettivamente schieramento e a partire dagli anni Trenta pubblicarono alcune opere – o ne permisero la pubblicazione – sulla stampa nazista.

Il rapporto del partito di Hitler con poesia e prosa operaie non si ridusse tuttavia all’opera di alcuni transfughi ammaliati dalla retorica nazista: ancor più interessante risulta l’altra faccia della medaglia.

Già partire dalla fine degli anni Venti la NSDAP iniziò infatti ad ispirarsi esplicitamente alla letteratura operaia socialdemocratica e comunista e a proporre una propria poesia e prosa dedicate al mondo del lavoro. Questa produzione, pubblicata su riviste, giornali e antologie legate al partito, diede così inizio alla NS-Arbeiterliteratur, la letteratura operaia nazista. In gran parte piegato alle necessità ideologiche e propagandistiche nazionalsocialiste, questo genere è una preziosa cartina di tornasole, in grado di rivelare le strategie messe in atto dal regime per penetrare all’interno della classe operaia ed ottenerne il consenso.

Lo scopo iniziale della promozione di una letteratura operaia nazionalsocialista era quello di presentare la NSDAP come un ‘genuino’ partito operaio, sensibile alle specificità culturali e ai bisogni dei lavoratori tedeschi (ariani): promuovendo questo genere, infatti, il partito di Hitler dimostrava di saper parlare ‘la lingua degli operai’, dialogando con loro tramite moduli e stilemi condivisi. Contemporaneamente, con la nuova NS-Arbeiterliteratur, la NSDAP mirava anche a reimpostare l’intero dialogo con gli operai sulla nuova base di un discorso comune, veicolato con parole e metafore comprensibili alla classe operaia. La letteratura operaia nazista si prestava per questo inoltre ad essere impiegata efficacemente come veicolo di propaganda, messaggera di precetti utili alla diffusione dell’ideologia e degli obiettivi politici di regime.

Dopo la presa del potere, trascorsi alcuni anni di regime, si evidenzia tuttavia un radicale cambiamento di strategia nella propaganda della NSDAP nei confronti degli operai. Ad un certo punto, infatti, il partito nazista smise di avvicinare i lavoratori appropriandosi della loro cultura o imitando, anche sul piano letterario, gli avversari marxisti; scongiurato il pericolo di una sollevazione popolare era diventato necessario integrare totalmente l’operaio nella nazione, ponendo l’accento sul disciplinamento. Per questo la NSDAP iniziò gradualmente a nutrire insofferenza verso la propria stessa letteratura operaia nazista, sfrontata rivendicazione di unicità operaia e impertinente simbolo di una cultura proletaria che, dopo essere stata piegata, doveva definitivamente scomparire.

Racconto la storia dell’evoluzione di questo genere letterario in La Fabbrica in versi. Nazionalsocialismo e cultura operaia (2019), una storia che si concluderà con la messa al bando e con una vera e propria neutralizzazione della carica potenzialmente eversiva della Arbeiterliteratur: a dimostrazione che, nonostante l’efficace operazione di appropriazione, sfruttamento e de-potenziamento, la cultura operaia rimase fino alla vigilia della seconda guerra mondiale un reale pericolo per il regime.

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