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La Triscele. Un simbolo che sfida il tempo

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Viviamo circondati da simboli che globalizzano anche i sogni, le icone della civiltà dell’effimero hanno colonizzato l’immaginario. Già negli anni ’60 del XX secolo Andy Warhol registrava la massima diffusione delle merci industriali interclassiste, consumate dal ricco come dal povero: erano ancora prodotti, e sotto i suoi occhi si trasformavano in simboli. La genialità coincise col prendere le bottiglie di Coca-cola o le zuppe in scatola e farle diventare arte, specchio della civiltà dei consumi.

Il mondo simbolico è una sedimentazione che conserva anche gli strati più antichi, immagini arrivate a noi dopo avere superato i secoli e i millenni: a volte sembrano mute, a rischio d’estinzione sotto l’offensiva dei più scintillanti nuovi arrivati. Il loro segreto è però la permanenza, la capacità di attraversare il tempo riproponendo se stesse allo scorrere delle generazioni. Sempre fedeli alla loro natura, pronte ad accorrere a ogni richiesta.

La Sicilia conserva uno di questi simboli che sfidano il tempo, invitando a percorrere i secoli a ritroso per ritrovarne le origini: nell’isola la triscele è l’inizio di ogni possibile segno tracciato dagli umani per chiedere protezione, minacciare i nemici, rassicurare se stessi. Per comunicare emozioni.

La triscele – detta anche tiskele o triskelion – raffigura un essere con tre gambe piegate nella stessa direzione, disposte su un piano orizzontale, in moto circolare. La sua storia è complessa, i misteri cominciano già col genere grammaticale del suo nome: che è femminile per quegli studiosi che si riferiscono al culto della luna, e diventa maschile per chi invece crede che rappresenti il dio solare Helios. Forse, come spesso accade per i simboli più antichi il/la triscele coincide con l’essere polisemico, col racchiudere molteplici significati. E potendo scegliere restiamo al genere femminile, senza per questo escludere che rappresenti il sole.

Nell’antica Trinakìa – nome greco che vale una descrizione, da tradurre con  “tre promontori” – la triscele è diffusa già nel VII secolo A. C.; alcuni esemplari sono stati ritrovati in un deposito votivo vicino Palma di Montechiaro e poi a Gela, in un santuario dedicato alle divinità ctonie Cerere e Proserpina.

La triscele ha origini orientali, la Sicilia da sempre soglia tra Oriente e Occidente ne accoglie la suggestione: ma le sue varianti si rincorrono in giro per il mondo, la ritroviamo nella bandiera dell’isola di Man e negli stemmi delle case regnanti d’Europa, nei corredi celtici e fra le divinità irlandesi. Del resto il segno coincide col movimento, le tre gambe si inseguono per riprodurre il moto del sole rotante; indicano le tre fasi del cammino solare, rappresentano al contempo l’alba, il mezzogiorno e il tramonto. Diventano più vicini alla luna quando rimandano a nascita, vita e morte, all’avvicendarsi luce-oscurità-luce. Con i suoi significati stratificati la triscele è figura dell’eterno divenire, della continuità vita-morte-rinascita che governa il cosmo. Ed è un segno magico, un talismano che protegge chi lo porta.

La comparsa della triscele sulle monete siciliane avviene nel IV secolo, col tiranno Agatocle di Siracusa. In età romana viene chiamata triquetra, continua a essere raffigurata sulle monete imperiali ed è detta «arma parlante» della Sicilia: è riprodotta anche su scudi ed elmi, la raffigurazione più antica ha nel suo centro la testa della Medusa dai capelli di serpente. E la Medusa, col potere di pietrificare chiunque avesse osato guardarla, ha il compito di fermare i nemici.

La triscele era raffigura nelle metope dei templi di Selinunte, da allora ha attraversato i secoli. Magari ingentilita da spighe di grano, talvolta con spighe e serpenti intrecciati fra loro: come avviene nell’ultima incarnazione datata 2000, anno in cui è comparsa sullo sfondo giallo-rosso della bandiera siciliana. Nel mezzo trovano posto i secoli della gloria e quelli dell’oblio: dal tempo in cui si muoveva da padrona su elmi, monete e templi, a quando viene all’apparenza dimenticata. Allora si rifugia nei significati occulti, finisce per sfiorare la magia.

Nel 1612 il palermitano Filippo Paruta pubblica La Sicilia descritta con medaglie e illustra i contenuti esoterici dell’antico simbolo: la testa della Medusa rimanda al culto di Minerva protettrice delle scienze e delle arti, le tre gambe sono Lilibeo, Pachino e Peloro, i tre promontori sul mare. Paruta chiama la triscele «gieroglifico», termine che all’epoca definiva le immagini simboliche dai significati nascosti. Negli stessi anni l’erudito Agostino Inveges, che in tre volumi scrive gli Annali della felice città di Palermo, ammette che il «gieroglifico» della Sicilia è cosa «malaggevole a dichiararsi» perché altrimenti bisognerebbe affrontare «eruditissime sposizioni d’occulti misteri». Ammette però che il segno rimanda a uno «stato sacro e politico» di Palermo e della Sicilia. È una sorta di esorcismo propiziatorio, scudo simbolico che col suo apparire protegge da ogni disgrazia.

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