Immagini, riflessioni e impressioni nel volume di Renata Vinci

Articolo pubblicato su Repubblica il 19 marzo 2020

L’intraprendente mondo dei mercanti è sempre protagonista della Storia, sempre pronto a creare nuovi oggetti del desiderio. Quando nel medioevo riprendono i commerci, la Sicilia ha il ruolo di cerniera con l’Oriente, e sono i mercanti a spostare le frontiere: già nel IX secolo il geografo Ibn Khordadbih accenna a mercanti ebrei che dai porti siciliani esportano una merce particolare e preziosa, il corallo. Nel 1138 arriva a Palermo Al Idrisi, il padre della moderna geografia: è alla corte di Ruggero, lavora a un atlante delle terre conosciute chiedendo a ogni mercante o pellegrino la forma delle terre che ha visto, il profilo delle coste, le montagne e i fiumi.

Altrove, nel lontano Oriente, anche una civiltà millenaria pensa a prendere le misure al mondo. Ma non sempre ci riesce. Siamo in Cina, dove la curiosità dei mercanti trova il suo primo ostacolo nella distinzione tra popoli barbari e civilizzati: sembra che le sole popolazioni civili siano quelle della Corea e del Giappone, le uniche ad avere accolto cultura e istituzioni cinesi. E a lungo la fiducia nella propria superiorità nutre il disinteresse verso il resto del mondo.

È già il 1225 quando Zhao Rukuo, funzionario delle dogane nella città di Quanzhou, annota nel suo portolano – il registro dove segna il profilo delle coste e dei porti – le prime notizie sulle più importanti aree commerciali, quelle vicine da tutti conosciute e quelle più lontane come la Sicilia, registrando di suo pugno le testimonianze raccolte fra i mercanti arabi arrivati dal Medioriente.

La Sicilia si ritrova ad essere la prima regione italiana conosciuta dai cinesi e adesso un libro pieno di notizie, “La Sicilia in Cina. Una raccolta di testi cinesi sull’isola (1225- 1911)”, edito da Palermo University Press ( 226 pagine, 10 euro), di Renata Vinci – una giovane studiosa originaria di Capo d’Orlando – dà modo di esplorare il rapporto fra la Cina e la Sicilia cambiando il punto di osservazione, mostrandoci come i cinesi immaginavano la Sicilia a cominciare da Zhao Rukuo poi seguito da una schiera di geografi armati di trattati e mappamondi; fra gli autori ci saranno anche i missionari gesuiti, che spesso provengono proprio dalle città siciliane.

La Sicilia arriva quindi in Cina nel XIII secolo, avvolta nella leggenda del suo vulcano: Zhao Rukuo scrive della montagna cava che emette fuoco, al mattino la sua cima è circondata dal fumo e la sera dalle fiamme. Il particolare più curioso è che la popolazione trasporta grossi massi per gettarli all’interno del cratere, a distanza di secoli gli studiosi avanzano ipotesi. Forse si tratta di una reminiscenza di Zeus Aetneus, il cui culto richiedeva che oggetti in oro e argento fossero gettati nel cratere: se venivano sputati verso l’esterno l’oracolo era infausto; se invece erano trattenuti dalla montagna, allora il dio aveva accettato il tributo e ci si poteva aspettare un occhio di riguardo.

Zhao Rukuo rimane a raccogliere informazioni nel porto di Quanzhou, il primo cinese a solcare il Mediterraneo è Rabban Sauma: si tratta di un cristiano, un monaco nestoriano che nel 1287 è in missione per conto del sovrano Arghun e scrive un diario ritrovato a fine Ottocento. Rabban Sauma è il Marco Polo cinese, viaggia attraverso deserti e valica montagne protetto da un permesso di Khublai khan: incontra il re di Francia, quello d’Inghilterra e anche il papa, a tutti chiede aiuto contro i musulmani arrivati a Gerusalemme. Quando sbarca a Napoli s’imbatte nella guerra fra angioini e aragonesi, l’incontro con la Sicilia appartiene al mito: vede dal mare la montagna eruttante fuoco, l’odore di zolfo impedisce d’avvicinarsi. Tanto più che il mare intorno è chiamato Mare del Dragone per via di un pauroso serpente, e “molte navi cariche di uomini sono andate perdute”.

La necessità di contrastare i mongoli indirizza ogni energia alla costruzione della Grande muraglia, e bisognerà aspettare i missionari della Controriforma perché riprendano i contatti fra la Cina e la Sicilia. Diversi gesuiti siciliani scelgono la Cina per il loro apostolato: nel 1659 troviamo Prospero Intorcetta da Piazza Armerina nella città cinese di Hangzhou, sarà il primo traduttore europeo di Confucio; e c’è Ludovico Buglio da Mineo, che scrive in cinese letterario presentando la sua opera vergata su fogli di bambù alla corte imperiale. Ma far conoscere l’Europa alla Cina e la Cina all’Europa è un duplice obiettivo quasi impossibile da raggiungere, le narrazioni abbondano di elementi fantastici e ogni cosa si confonde.

Un esempio ce lo fornisce il bresciano Giulio Aleni noto nel Celeste Impero come Xilai Kongzi, il Confucio d’occidente, che nel 1623 stampa a Hangzhou il suo atlante provvisto di un ricco apparato di carte geografiche: nella sua dettagliata descrizione la Sicilia è una “terra estremamente ricca e fertile” dove una grande montagna erutta fuoco “e tutt’intorno è verdeggiante”.

Un’isola straordinaria dove la neve si accumula ma non si scioglie, piuttosto si trasforma in rocce cristalline e ogni oggetto che cade nelle sue sorgenti d’acqua bollente diventa nero. Per Giulio Aleni i siciliani sono il “popolo dalle tre lingue”, esperti di astronomia e molto intelligenti: spiccando il volo Dedalo riuscì ad evadere dal labirinto, si rifugiò presso re Cocalo e lì sfogò la sua perizia da ingegnere. Fra le altre cose realizzò cento uccelli anche piccoli come insetti, che potevano volare da soli. Ed è così che, mescolando lontane letture e immaginazione, si crea una nuova mitologia senza divinità dove la Sicilia rimane sempre la terra delle meraviglie.

 

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